Pulsioni oligarchiche nei disegni costituzionali PD/PDL

24 Giugno 2013
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Aldo Lobina 

C’è un tentativo abbastanza singolare da parte del Governo di convincere l’opinione pubblica sulla ineludibilità di una riforma della Costituzione allo scopo di migliorarne il dettato riguardo al funzionamento delle istituzioni.
Non entrerò nel merito delle varie proposte ipotizzate che vengono agitate nel progetto di revisione dei titoli I, II,III e V della seconda parte della Costituzione per l’ovvio motivo che i lavori debbono ancora partire e sarebbe una fatica inutile soffermarsi su  di un aspetto piuttosto che su un altro, magari destinato a morire precocemente. Anche se non nascondo una notevole perplessità riguardo alle scelte del governo Letta che per arrivare al risultato ha proposto al Parlamento non solo una deroga di fatto alle procedure previste dall’art. 138 della Carta costituzionale, ma anche alle discipline speciali per le leggi costituzionali, che sono già comprese nei regolamenti parlamentari.
Sta certo nelle prerogative del Governo proporre disegni di legge, ma la natura speciale di questa materia, l’istituzione di una nuova bicamerale e la creazione di una commissione di 35 saggi, presieduti e nominati dal capo dell’esecutivo, incide sul ruolo del governo e del parlamento e per questo motivo avrebbe dovuto richiedere un certificato di nascita diverso, dentro il parlamento e non nel governo. La questione non è di secondaria importanza, perché se è vero che alla fine le leggi sono licenziate dal parlamento, tutte, anche questa, è pur vero che sarebbe stato politicamente corretto che l’input partisse dai deputati e senatori che sono fuori dal governo, deputato a fare altro piuttosto che a proporre norme per imbrigliare le attività parlamentari.
Così il parlamento non è minacciato soltanto dalle cattive leggi che lo eleggono, ma anche da attività di organismi che tentano di ingabbiare i lavori parlamentari, decidendo addirittura sulla tempistica degli stessi.
Sono avvisaglie, indicazioni della cultura dominante dentro le larghe intese, che non promettono riforme a difesa della centralità del parlamento, spostando il fulcro delle leve di potere sempre più a favore di sistemi presidenzialisti, estranei allo spirito della Costituzione vigente, che si vuol cambiare, per renderli possibili.
Sempre di più il nostro sistema repubblicano scivola verso istituzioni che finiscono per essere sempre più oligarchiche, dove la distinzione dei poteri ed il loro equilibrio viene meno. In effetti  la nostra Costituzione sarebbe da attuare, piuttosto che da riformare.
Non è pensabile che chi è eletto attraverso una cattiva legge elettorale, addirittura inficiata da stigmate di incostituzionalità, abbia la forza e la volontà politica di migliorare d’ora in poi quanto gli stessi partiti che sostenevano il governo Monti - e ora senza differenze sostengono il governo Letta - non hanno voluto cambiare, continuando a revocare il diritto all’elettorato attivo,privato della possibilità di scegliere il rappresentante con la preferenza.
Le riforme costituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbero essere licenziate insieme. Così hanno scelto quelli della larghe intese, quel nuovo partito italiano che ha miscelato i berluscones con i nipotini di Togliatti e Sturzo, rendendoli quasi irriconoscibili agli occhi e al cuore dell’elettorato. Se tanto mi dà tanto ribadisco di non essere molto ottimista  sulla faccenda. Con la pretesa oggettività e neutralità delle decisioni tecnocratiche, checché ne dica Monti, checché ne pensi Letta, continueremo a subire il sopravvento dell’economia sulla politica, che  invece di avventurarsi in nuovi percorsi maggioritari dovrebbe  tornare ad un sano proporzionalismo, mitigato da ragionevoli sbarramenti. Restituendo al lavoro, su cui si fonda la nostra Repubblica,  alla  partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e alla concertazione con le parti sociali quegli spazi finora negati.
Per  tornare ad una economia democratica in Italia e naturalmente in Europa occorre fare scelte di campo chiare, rispettose della Costituzione, anche in materia di riforme elettorali e non, tenendo conto del fatto che l’unica fonte di legittimazione è il consenso e non le sue distorsioni e senza sconvolgere lo spirito della Costituzione, che è come la Repubblica, democratica e fondata sul lavoro.
 

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