Convegno sul lavoro: minor occupazione e reddito di cittadinanza

6 Ottobre 2017
2 Commenti


Ieri pomeriggio col magistrale (e simpatico) intervento del Prof. Domenico De Masi, sociologo di chiara fama, stimolato dai quesiti di Fernando Codonesu, si è conclusa con pieno successo la due giorni di dibattito, relazioni e tavole rotonde del Convegno sul lavoro, organizzato dal Comitato di inziativa costituzionale e statutaria e da Europe Direct - Regione Sardegna.
Il Comitato pensa di approfondire con altre iniziative i temi più rilevanti emersi dalla discussione e di pubblicare le relazioni più importanti. Ora mettiamo a disposizione dei lettori uno stralcio della bella relazione di Gianfranco Sabattini, autorevole economista del nostro Ateneo, sul reddito di cittadinanza, tema ricorrente nel corso del Convegno.

La scelta tra lavoro e reddito? Una questione di «interesse»


Gianfranco Sabattini

[…] James Edward Meade, docente alla London School of Economics e alla Cambridge University e insignito nel 1977 del premio Nobel per l’economia, parlando di “Dividendo Sociale”, ha introdotto nell’analisi economica il problema dell’istituzionalizzazione di ciò che successivamente è stato denominato “Reddito di Cittadinanza”.
Il “Dividendo Sociale”, secondo Meade, doveva essere corrisposto di diritto a ciascun cittadino sotto forma di trasferimento, indipendentemente da ogni considerazione riguardo ad età, sesso, stato lavorativo, stato coniugale, prova dei mezzi e funzionamento stabile del sistema economico. Il suo fine ultimo doveva essere quello di realizzare un sistema di sicurezza sociale che avesse riconosciuto ad ogni singolo soggetto, in quanto cittadino, il diritto ad uno standard minimo di vita, in presenza di una giustizia sociale più condivisa; un sistema di sicurezza, cioè, che avesse consentito di raggiungere, sia pure indirettamente, tale fine in termini più efficienti ed ugualitari di quanto non fosse stato possibile conseguirlo con qualsiasi altro sistema alternativo.
 Le conseguenze dell’istituzionalizzazione di un sistema di sicurezza sociale fondato sull’introduzione del “Reddito di Cittadinanza”, secondo chi originariamente lo ha proposto, sarebbero state diverse e tutte positive sul piano individuale e su quello sociale.
In primo luogo, sarebbe stato possibile ridurre l’attuazione di programmi pubblici volti ad avviare “attività di cantiere”, al solo fine di creare un alto numero di posti di lavoro fittizi; ciò perché la corresponsione di un reddito incondizionato, alternativo a quello ottenibile attraverso lo svolgimento di attività precarie, avrebbe reso più responsabile, per coloro che lo avessero percepito, la decisione del come impiegare il loro tempo di lavoro.
In secondo luogo, l’erogazione del “Reddito di Cittadinanza” avrebbe contribuito ad incoraggiare la propensione a svolgere un’attività lavorativa per l’autosostentamento; questa propensione avrebbe reso possibile l’innalzamento della qualità del lavoro e quella del risultato di chi lo avesse svolto.
In terzo luogo, il ricevimento di un reddito svincolato da un rapporto di lavoro avrebbe consentito il ricupero da parte dell’intera forza lavoro della piena stima di sé, rinvenendo la sua “fonte” nella funzione economica, individuale e sociale svolta dal reddito universale e incondizionato ricevuto. Ciò, perché il ruolo e la funzione del “Reddito di Cittadinanza”, sganciato dagli automatismi del mercato, avrebbe reso possibile il rilancio che, nel breve periodo, sarebbe stato possibile promuovere per le tre “istituzioni portanti” del processo di crescita e di sviluppo del sistema produttivo: settore delle famiglie, mercato e settore pubblico.
Il settore delle famiglie, fruendo dell’opportunità garantita a tutti i membri di ogni famiglia dal “Reddito di Cittadinanza” indipendentemente dal loro status rispetto al lavoro, concorrerebbe a rendere più flessibile il mercato del lavoro. Con il sistema economico in espansione, diverrebbe possibile finanziare il progresso tecnologico, aumentare la produzione e la distribuzione dei servizi sostituitivi di quelli tradizionali, prodotti e consumati direttamente dalle famiglie. Infine, con l’attuazione di una politica riformatrice dello Stato sociale tradizionale, il mercato del lavoro, dotato di una maggiore flessibilità, sarebbe anche caratterizzato da una maggiore instabilità, per cui il settore pubblico, con il “Reddito di Cittadinanza”, garantirebbe alle famiglie un’adeguata protezione sul piano economico e su quello sociale, contro la possibile perdita temporanea di ogni capacità di reddito da lavoro e contro molti altri rischi sociali, quali, ad esempio, la perdita di professionalità e la perdita della capacità di reinserimento nel mercato del lavoro.
Un problema assai dibattuto riguardo all’istituzionalizzazione del “Reddito di Cittadinanza” concerne il suo finanziamento. Uno dei meriti di Meade è stato la dimostrazione della possibilità di istituzionalizzarne l’introduzione attraverso il suo finanziamento con l’impiego delle risorse utilizzate per il funzionamento del sistema di sicurezza sociale esistente, oppure mediante la distribuzione di un “Dividendo Sociale” finanziato con le rimunerazioni derivanti dalla vendita sul mercato dei servizi di tutti i fattori produttivi di proprietà collettiva.
Al riguardo, è plausibile pensare che, in Paesi come Italia, la “via” del finanziamento del “RdC” tramite la riforma ab imis dell’attuale sistema di sicurezza sociale sia destinata ad essere percepita in assoluto come impercorribile, dati i tempi che sarebbero richiesi e le criticità inevitabili che sarebbe necessario affrontare durante la transizione dall’attuale sistema di sicurezza sociale a quello nuovo, imperniato sull’introduzione del “RdC”.
Più facile sembra la “via” della costituzione del “Fondo Capitale Collettivo”, dal quale derivare le risorse da assegnare, sino alla concorrenza delle disponibilità. In Paesi come l’Italia, dove è problematico pensare di trovare le risorse necessarie per introdurre il “Reddito di Cittadinanza” attraverso uno dei due possibili modi suggerii da Meade, la soluzione del problema potrebbe essere inserita nella prospettiva delle finalità del cosiddetto “movimento benecomunista”, ovvero del movimento che si prefigge di riordinare i diritti di proprietà all’interno dei moderni sistemi industriali, senza “tagliare la gola” ai capitalisti.
L’idea di riordinare l’istituto della proprietà in funzione dello stato presente del sistema sociale ed economico nazionale può essere derivata dalla “Teoria economica dei diritti di proprietà”, secondo la quale l’esistenza di tali diritti e la disponibilità di una loro definizione più rispondente alle modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici potrebbero costituire le precondizioni per la realizzazione di un’organizzazione della società fondata su una distribuzione del prodotto sociale che non ostacoli lo stabile funzionamento del sistema economico e non soffra del costante problema delle ricerca di nuove opportunità di lavoro.

2 commenti

  • 1 Oggi venerdì 6 ottobre 2017 | Aladin Pensiero
    6 Ottobre 2017 - 13:16

    […] Convegno sul lavoro: minor occupazione e reddito di cittadinanza 6 Ottobre 2017 Commento su Democraziaoggi. Ieri pomeriggio col magistrale (e simpatico) intervento del Prof. Domenico De Masi, sociologo di […]

  • 2 Franco Meloni, direttore Aladinews
    7 Ottobre 2017 - 09:59

    E’ importantissimo - e pertanto occorre dargli spazio e sollecitare ogni possibile approfondimento - il dibattito che si è aperto su Lavoro e Reddito (di inclusione, di cittadinanza, dividendo sociale, incondizionato, ecc.). Differenti dalle impostazioni di Gianfranco Sabattini quelle espresse da Giacomo Meloni nel suo intervento nel Convegno, che qui si riportano (http://www.aladinpensiero.it/?p=73365):
    Sul reddito di cittadinanza o di inclusione sociale, riporto in sintesi una proposta del Comitato Sardo Lavoro Dignità e Vita, presentata a Cagliari il 17 settembre del 2016 da Giovanni Nuscis de L’Altra Sardegna, Maria Grazia Pippia del Fronte Indipendentista Unidu e da Vincenzo Monaco della Confederazione Sindacale Sarda.

    Il crescente impoverimento della popolazione con 147 mila famiglie sarde bisognose di sostegno e le oltre 120 mila persone in cerca di un lavoro disegnano il dramma della popolazione della nostra isola che si sta lentamente e progressivamente spopolando soprattutto nelle zone interne. Ben 2447 giovani nel 2014 hanno abbandonato la Sardegna e ogni anno questo numero è in crescita. Fatto che se si unisce al fenomeno della diminuzione delle nascite, potrebbe portare, secondo alcuni esperti , ad avere in Sardegna una emorragia di 300 mila abitanti già nel 2050.
    La proposta evidenzia che con una spesa di circa 1 miliardo e mezzo, gravante sul bilancio regionale, si potrebbe corrispondere a tutti gli attuali disoccupati sardi una retribuzione mensile, per almeno tre anni, di 780 euro netti corrispondenti alla soglia di povertà relativa.
    A chi è in grado di lavorare però è richiesto un impegno lavorativo settimanale dai due ai quattro giorni, a seconda delle competenze e della professionalità possedute.
    Il reddito di lavoro garantito, permanendo i requisiti per la sua percezione e la costanza della prestazione, dovrà essere percepito ininterrottamente per almeno tre anni, salvo proroghe disposte dal legislatore. La costanza del reddito dovrà infatti avere come presupposto una progettazione continua nel comune di residenza o in quelli vicini (fino a 50 Km) tale da impegnare ininterrottamente il lavoratore per i giorni e le ore previste. In caso di ridotta progettualità il reddito dovrà essere ridotto in misura proporzionale alla prestazione non resa.
    La forma di lavoro che si propone, coerente con un modello di sviluppo ecosostenibile, nascerà da progetti di miglioramento settoriale. Sviluppo economico dal basso con progetti che partono dai bisogni e dalla vocazione reale dei territori nei settori caratterizzanti la nostra economia (tutela del patrimonio ambientale e culturale, costruzione di infrastrutture non complesse – da eseguire sotto forma di affidamento diretto –agricoltura e allevamento, attività produttive, cura della persona, attività turistica come guide e custodi di siti archeologici.
    I progetti sarebbero elaborati dalle persone residenti, dagli enti pubblici o dalle imprese col supporto tecnico di esperti all’interno di appositi comitati presenti nei comuni dell’Isola, finanziati dai fondicomunitari e dell’Aspal.
    Non si tratta, come vedete, dell’ennesima proposta camuffata di assistenzialismo clientelare, bensì di una forma di sviluppo economico che nasce dall’incontro dei fabbisogni e della vocazione reale dei territori con quella delle persone senza un lavoro; una progettazione libera e continua che creerebbe una flessibilità sana del lavoro. Questa forma di sviluppo economico dal basso creerebbe un protagonismo dei territori con un possibile coordinamento tra essi o tra essi e la Regione, nell’ottica di macrostrategie come quella, ad esempio, volta a ridurre la dipendenza alimentare dell’isola. Tale forma di lavoro andrebbe a vantaggio dei singoli ma anche degli enti pubblici e delle imprese che si avvarrebbero di una enorme forza lavoro a costo zero. La creazione di lavoro garantito , col relativo reddito, si inserisce nell’alveo dei diritti tutelati dalla Costituzione e rompe una spirale assistenzialistica che è un vero cancro della nostra società specialmente in Sardegna, dove al bisogno di lavoro si è da troppo tempo risposto con forme di assistenza inadeguate ed umilianti.

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