Oggi a Nuxis inauguriamo il “Cammino della Libertà” nei luoghi della latitanza del capo della Rivolta di Palabanda

29 Aprile 2018
2 Commenti


 Andrea Pubusa

 

 (Il sentiero verso la grotta di Conch’è Cerbu)

Oggi alle 10 dalla Piazza Satta (vicino al Municipio) di Nuxis parte la carovana verso la località Tattinu fino alla Grotta di Conch’e Cerbu (nella foto), dove trovò rifugio fra il 1812 e il 1813 l’Avv. Salvatore Cadeddu, capo della Rivolta di Pa

 

Questa domenica 29 aprile 2018 non solo per Nuxis e per il Sulcis, ma per tutti i democratici sardi, è una giornata particolare, di quelle che non si domenticano, starei per dire di quelle che si raccontano ai nipoti. Sì perché in tanti, al richiamo dell’Associazione culturale “Le Sorgenti” di Nuxis, inaugureremo un persorso particolare, il “Cammino della Libertà” nei luoghi dove fra il novembre del 1812 e la primavera del 1813 fu latitante l’Avv. Salvatore Cadeddu, capo della Rivolta di Palabanda. Nella Grotta, detta di “Conca de cerbu”,  205 anni fa Salvatore Cadeddu e il figlio Gaetano trovarono rifugio per sfuggire alla repressione sanguinaria dei Savoia. Questo – come diceva Francesco Cocco, che è qui con noi con lo spirito - deve diventare uno dei luoghi sacri della nostra identità di democratici sardi. Uno dei luoghi dove andare con la mente a ricercare le radici della nostra storia. Dove andare anche fisicamente in pellegrinaggio laico per celebrare le basi ideali della nostra identità. Ci sono anche altri luoghi sacri per i sardi liberi. Penso alla casa di Gramsci a Ghilarza, alla casa di Lussu ad Armungia ed altri ancora. Forse dando il giusto valore ideale a questi luoghi ai personaggi e alle vicende che evocano, potremo acquisire maggiore consapevolezza di noi stessi ed orientarci nella grande confusione di idee che domina il tempo presente.
Con questo obiettivo civile e ideale, a Nuxis due anni fa, con l’ausilio della Pro loco, abbiamo realizzato uno stupendo murale, opera di Francesco Del Casino, dedicato alla latitanza dell’Avv. Salvatore Cadeddu, ora, in occasione de Sa Die de sa Sardinia, inauguriamo il Cammino della Libertà fino alla Grotta dove trovò rifugio Cadeddu.
Ma perché questo alto valore morale e ideale di questo luogo? Dice Antioco Pabis in un memoriale del 1857, che l’avv. Salvatore Cadeddu, ispiratore della Rivolta di Palabanda, alla fine del 1812 si rifugiò nel Sulcis con l’intento di imbarcarsi nelle coste vicine per raggiungere la Corsica, luogo di primo asilo per gli esuli sardi, perseguitati dai Savoia. Pabis ci dà una descrizione così precisa dei luoghi della latitanza, il furriadroxiu di Tatinu, del rifugio, la grotta di Conch’e Cerbu, del capraro che lo accolse, Luigi Impera (i luoghi sono ancora di questa famiglia), da non poter essere messo in discussione, da non sucitare dubbi circa la sua attendibilità. Pabis del resto era di casa presso i Cadeddu in quanto era precettore dei figli dell’Avv. Giovanni, fratello di Salvatore Cadeddu.


Ma cosa fu la Rivolta di Palabanda? Che importanza ha nella storia sarda?

Palabanda è anzitutto un luogo, che fu teatro di questa storia. Chi a Cagliari percorre il Corso Vittorio Emanuele in direzione del teatro Massimo, sulla destra, all’altezza di Via Caprera, s’imbatte in un vecchio arco dedicato  ai “martiri di Palabanda”. Varcato l’arco, risalendo in direzione dell’antico anfiteatro romano, si arriva all’ orto botanico. Nella piccola valle che si estende tra l’ospedale civile e l’anfiteatro romano, agli inizi dell’800 l’avvocato Salvatore Cadeddu disponeva di un podere con annessa casa di  campagna. In quel podere due secoli or sono erano soliti riunirsi gli aderenti al club dei giacobini che un ventennio prima erano stati in prima fila nell’animare la rivolta che aveva portato alla cacciata dell’apparato del viceré sabaudo.
Col trasferimento della corte dei Savoia a Cagliari, i piemontesi avevano ripreso a spadroneggiare ed assumere comportamenti sprezzanti. Significativo l’atteggiamento del savoiardo Giuseppe De Maistre che definiva i Sardi al di sotto degli animali. A tanta umiliazione morale, nel 1812 si era aggiunta una grave  carestia. Cagliari, che a quei tempi contava poco più di 25.000 abitanti, vide affluire dal contado una folla di oltre mille persone prive dei più elementari mezzi di sostentamento. Fu così che nel podere dell’avvocato Cadeddu cominciarono a prender corpo progetti di ribellione contro il tracotante ed esoso governo sabaudo.
Salvatore Cadeddu, che per il suo prestigio e le sue qualità civili, era apparso come la guida naturale della rivolta contro il dominio dei Savoia, era ormai sessantacinquenne. Era stato un protagonista della battaglia politica democratica in Sardegna, della c.d. Sarda Rivoluzione” nel periodo dal 1794 (cacciata dei piemontesi) al 1796 (moti angioiani) al tentativo, nel 1802, di Francesco Sanna Corda, sacerdote, già confessore della madre di Napoleone Bonaparte, e Francesco Cilocco di instaurare la Reppubblica sarda, sbarcando dalla Corsica a Longonsardo (oggi Santa Teresa). Palabanda è l’ultimo atto rilevante di questa battaglia durissima e impari. Salvatore Cadeddu non era solo. Con lui c’erano, nell’organizzazione della rivolta, il fratello Giovanni Battista ed i figli Luigi e Gaetano. L’inizio della rivolta - secondo la versione tradizionale - veniva fissata per la mezzanotte del 29 ottobre.
Nella tarda serata un centinaio di uomini si sarebbero adunati nei campi nei dintorni dell’attuale Piazza del Carmine. La versione popolare racconta di  Giacomo Floris che avrebbe deciso di andare in avanscoperta  ma sarebbe stato fermato da un drappello di dragoni. Tornato indietro, avrebbe riferito che la porta di Sant’Agostino, da dove dovevano penetrare i rivoltosi, era sotto stretta sorveglianza e pertanto era opportuno ritirarsi e non farsi scoprire. La rivolta  dunque non ci fu; ci fu invece la repressione. Per qualche giorno Salvatore Cadeddu  si trattenne nella sua abitazione cagliaritana, poi a metà novembre la fuga verso il Sulcis. A Nuxis ottiene la protezione della famiglia Impera che nei momenti di maggior pericolo lo indirizza ad una grotta in località “conca ‘e cerbu”.  La macchina della repressione si era  messa  in moto, così il Cadeddu nella primavera del 1813 venne catturato ed il 30 agosto successivo venne pronunciata la condanna a morte. Pari condanna venne inoltre irrogata a Giuseppe Zedda, Francesco Garau, Ignazio Fanni. Fra i rivoltosi c’erano non solo intellettuali e preti, ma anche artigiani (i sanculotti cagliaritani). Tra questi ultimi, Raimondo Sorgia (conciatore) e Giovanni Putzolu (sarto). Arrestati, verranno impiccati per primi nella primavera 1813. Il pescatore Ignazio Fanni, subirà una condanna a morte in contumacia. Il panettiere Giacomo Floris morirà in carcere. Gaetano Cadeddu riparò in Corsica, fu con Napoleone all’Elba, nei cento giorni e a Waterloo.
Della rivolta di Palabanda, nulla viene insegnato nelle scuole sarde. Eppure è un episodio che s’impone per la dignità del comportamento di quei rivoltosi. Combattevano contro la prevaricazione dei dominatori del tempo e contro la mistificazione di chi governava con la repressione facendola passare per benevolenza. Certo i tempi sono mutati ma l’inganno continua, in forme nuove, ad imporsi come strumento di governo. Ecco perché dalla lezione dei martiri di Palabanda, noi Sardi di oggi, dobbiamo saper trarre una lezione di dignità e di impegno fermo nella difesa della nostra democrazia e dei nostri diritti inviolabili generali e come sardi, a partire dal lavoro.
Onore a Salvatore Cadeddu! Onore a Raimondo Sorgia! Onore a Giovanni Putzolu! Onore a tutti i martiri di Palabanda!

 

 

 

 

 

 

2 commenti

  • 1 Aladin
    29 Aprile 2018 - 08:01

    Anche su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=81531

  • 2 Fabio
    6 Giugno 2018 - 10:11

    Però, ancora servilmente celebriamo gli assassini dedicando loro piazze, strade, viali, opere assistenziali: da Sardo, me ne vergogno.

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