Il PD senza Renzi può aiutare la sinistra?

10 Giugno 2018
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Massino Villone

Perché senza Renzi il Pd può aiutare la sinistra -editoriale de Il Manifesto 8.6.2018

(Villone e Toninelli al tempo della campagna per il NO al referendum costituzionale)

 

Massimo Villone, autorevole costituzionalista  ed esponente della sinistra, è presidente del Comitato per la democrazia costituzionale. I suoi interventi sono sempre ricchi di dottrina e di buon senso. Anche in riferimento alle dichiarazioni programmatiche del presidente Conte, dice cose meditate e non propagandistiche. Giustamente Villone rileva la mancanza di qualunque autocritica del PD e di LeU rispetto al passato e dice che nessuna ripresa della sinistra e neanche una buona opposizione può nascere senza fare i conti von se stessi.
Nella parte finale Villone sembra accogliere quell’opinione che ritiene recuperabile il PD senza Renzi. Ma il male del PD è solo il trombettiere di Rignano? O è qualcosa di più profondo e pervasivo? Insomma, il quesito è: possono i becchini della sinistra esserne i resuscitatori? Può la sinistra fondarsi sui resti del PD e delle altre piccole sigle variamente legate ai dem? O il PD, nel suo gruppo dirigente allargato, è ormai altra cosa rispetto alla sinistra? (a.p.)
Ecco ora la riflessione di Villone.

Molto si è detto dei punti deboli e della connotazione di destra del “contratto” di governo, per nulla corretti dal presidente Conte in parlamento. Non hanno invece ricevuto particolare attenzione le parole delle opposizioni, e in specie del Pd.

Al senato un Renzi d’annata. Ha impiegato buona parte del tempo a sua disposizione nei sarcasmi sulle – allora – forze di opposizione nella precedente legislatura, sulle modalità di formazione del governo, sulle contraddizioni, anche terminologiche, tra le parti stipulanti il “contratto”, sull’incoerenza rispetto alla offerta politica fatta in campagna elettorale. Tempo sprecato e censure superate e inutili nel momento in cui l’accordo è chiuso e un governo è ai blocchi di partenza. Nel merito poco, salvo l’attacco alla mancanza di copertura per le promesse fatte. Un discorso a misura di twitter. Alla camera meglio Delrio, che ha ricordato puntualmente alcuni provvedimenti assunti dai precedenti governi, ha fatto riferimento alla Costituzione, ha indicato come prioritari il lavoro e la lotta alla povertà.

In entrambi i casi, però, è mancato quello che dovrebbe essere il cuore di una opposizione efficace: la prospettazione di un progetto politico alternativo, da far valere quotidianamente nelle aule parlamentari. Senza, l’opposizione diventa un gioco di rimessa, che fatalmente lascia l’iniziativa nelle mani di chi governa. Anche laddove la critica è stata più mirata è tuttavia rimasta a un livello superficiale ed epidermico. Ad esempio, si critica – giustamente – la flat tax e la violazione del principio di progressività posto dall’art. 53 della Costituzione. Ma non si coglie che la progressività non è un criterio puramente aritmetico di distribuzione del carico fiscale. Il fondamento e la ragione si trovano in principi di solidarietà e coesione sociale. La progressività dell’imposizione tributaria è strumentale all’eguaglianza, ed è proprio questo il valore che nel “contratto” riceve un omaggio puramente verbale. Ma non si può dire che riceva dalla principale forza di opposizione un’attenzione sostanzialmente maggiore. In un paese in cui le diseguaglianze sono cresciute a dismisura non basta più parlare genericamente di diritti. Il punto focale di qualsiasi progetto politico deve trovarsi in diritti eguali.

Una opposizione efficace avrebbe richiesto una preventiva presa d’atto nel partito degli errori commessi, e almeno su alcuni punti una inversione nella linea politica. Non è accaduto, e non per caso: ne sarebbe venuta inevitabilmente una condanna di Renzi come segretario e presidente del consiglio. Ma una perdurante mancanza di ravvedimento operoso potrà solo creare ulteriori paradossi. Ad esempio, se la maggioranza gialloverde ha intelligenza politica, attaccherà su alcune riforme caratterizzanti della precedente legislatura, come il jobs act o la buona scuola. In tale ipotesi, il Pd si opporrebbe, confermando gli errori che l’hanno portato alla sconfitta? Da questa strettoia il partito potrebbe uscire solo con una analisi impietosa delle ragioni che hanno portato al 4 marzo, e un deciso cambio di rotta.

Se la questione fosse tutta interna al Pd, potremmo anche non occuparcene. Ma la sinistra fuori del Pd non ha, dopo il 4 marzo, massa sufficiente a incidere sugli equilibri del sistema politico. Che fosse o meno possibile un esito diverso, e perché invece sia mancato, ormai ha solo un interesse storico. Come non fa una significativa differenza che qualche pezzo voglia rientrare nel Pd, e altri no, rimanendo il tema racchiuso nel ceto politico. Allo stato, una sinistra che non sia di mera testimonianza deve poter trovare una interlocuzione – secondo l’una o l’altra modalità – con il Pd. Ciò sarà possibile solo chiudendo la stagione di Renzi e del renzismo, che è passata come uno tsunami sull’organizzazione, la militanza, la linea politica del Pd.

Troviamo un filo di speranza nella notizia che Renzi andrebbe in tour come conferenziere. Qualcuno deve avergli detto che grandi ex della politica si sono dati alle conferenze: presidenti degli Stati Uniti, Kissinger, Blair. Pare sia stata un’attività lucrosa, e possiamo ben dire che in quei casi la parola è stata d’oro. Vediamo però un problema: per Renzi sarebbe d’oro solo il silenzio.

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