Due articoli di Andrea Pubusa dai quali dissento

31 Agosto 2018
1 Commento


Tonino Dessì

È noto quanto condivida con Andrea Pubusa affinità che mi derivano da più di quarant’anni di un comune itinerario politico.
Non abbiamo sempre condiviso l’analisi contingente e qualche volta anche sulle proposte di azione i nostri punti di vista non hanno coinciso.
Abbiamo tuttavia maturato in comune una strutturale impostazione di fondo, idealmente antidogmatica, democraticamente radicale, estremamente sensibile alle ragioni dei movimenti sociali reali nelle loro manifestazioni più avanzate, da quelle scaturite nell’alveo storico del movimento operaio, a quelle dei movimenti giovanili e studenteschi degli anni ‘60 e ‘70, a quelle dei movimenti pacifisti ed ecologisti degli anni ‘80.
Dal Manifesto-PdUP al PCI fino al PDS e ai DS siamo anche stati militanti e dirigenti regionali di partito, lui più impegnato sul versante rappresentativo-istituzionale, io maggiormente assorbito da funzioni politiche e organizzative interne, ancorchè da ultimo mi sia stato concesso dagli eventi di cimentarmi in una più breve, ma intensa esperienza nel Governo della Regione.

Giuristi entrambi (lui però con ruolo di prestigioso docente universitario e di solido avvocato, io, di una generazione più giovane, approdato al mestiere del dirigente presso l’Assemblea legislativa sarda), appartenenti a una scuola fortemente impegnata sul terreno dell’interpretazione coerente della Costituzione repubblicana, antifascista, democratica e autonomista, della sua attuazione più avanzata, della sua intransigente difesa e non meno attivi nella spinta al massimo dispiegamento della specialità e della soggettività autonoma della Sardegna, per quanto mi concerne anche in una prospettiva esplicitamente federalista.

La crisi della sinistra politica italiana e sarda e l’esperienza personale, che ci ha investiti in pieno, della sua lunga agonia, ci ha anche entrambi portati a convincimenti piuttosto radicali sulla sua irreversibilità nella fase storica attuale.
Non sempre, come ho scritto poc’anzi, ci siamo trovati d’accordo sul “che fare”, in passato.
Talvolta si son create inversioni di impostazione: per lungo tempo sono stato io quello più fiducioso nella possibilità di sbocchi positivi dell’impegno politico diretto, anche di partito; altre volte Andrea è stato più reattivo di me e meno sfiduciato di fronte al ripetersi delle sconfitte sul fronte del rinnovamento interno ed esterno della politica.

Recentemente abbiamo provato -lui abbastanza prima di me- attenzione e interesse per l’affermarsi sulla scena politica del M5S, come soggetto che ha fatto positiva irruzione in un contesto di deterioramento e di degrado della politica italiana, dominata fino a pochi anni fa dal confronto fra il berlusconismo corruttivo e il moderatismo subalterno del centrosinistra e del PD, fino al connubio renziano del Patto del Nazareno che, nonostante la parentesi referendaria del 2016, stava proiettando la sua ombra anche sulle elezioni del 4 marzo 2018, uscendone tuttavia stroncato dal voto popolare, dal quale il redivivo ex Cav. e l’incoercibile rottamatore della sinistra sono stati entrambi severamente puniti.

Siamo arrivati congiuntamente a sostenere, dopo il rifiuto del PD a un confronto col M5S sulla possibilità di formare insieme un governo democratico-progressista, la legittimità politica della soluzione conclusivamente concretizzatasi del Governo M5S-Lega, entrambi esprimendo riserve profonde, sul piano costituzionale, rispetto alla gestione da parte del Presidente della Repubblica dell’affaire Savona, mossi dal timore che un ribaltamento di quella soluzione potesse portare alla riproposizione di scenari -anche sotto la formula di Governo del Presidente- insostenibilmente contrastanti con l’onda lunga delle richieste di coerenza istituzionale e di cambiamento politico emerse dalla consultazione referendaria, dal voto amministrativo e dalla consultazione elettorale generale.

Andrea ha sempre e giustamente valorizzato il ruolo decisivo svolto dal M5S nell’opposizione ai Governi Renzi e Gentiloni e soprattutto nella vittoria del No al referendum costituzionale.
Io ho auspicato che, dopo l’immersione referendaria nei valori etici di principio e nel respiro politico-programmatico della Carta antifascista del 1948, il M5S evolvesse in un ruolo da Partito della Costituzione.
Pubusa sostiene ancora a oltranza la sua convinzione che in questo momento il M5S debba essere assunto come punto di riferimento primario e seppur tentando di distinguere le posizioni e la funzione dei pentastellati, nella coalizione di maggioranza, rispetto al partner leghista, giunge fino a difendere anche il concreto avvio dell’esperienza del Governo in carica (http://www.democraziaoggi.it/?p=5643#more-5643).

Io già prima delle elezioni ho spiegato che non avrei votato M5S.
Il punto di discrimine per me era il tema della politica dei flussi migratori, troppo influenzato anche nelle posizioni del M5S da un filone xenofobo estremamente tollerante nei confronti di un approccio razzista.
Subito dopo la presentazione del “Contratto di governo”, ne ho sottolineato le contraddizioni e le criticità sul piano economico-sociale.
Politiche espansive di ispirazione neokeynesiana, revisione della Fornero e reddito di cittadinanza richiedono di chiarire il “chi paga”, non solo nei termini delle coperture finanziarie formali, che impongono una radicale bonifica dei bilanci pubblici, ma più ancora sul piano della ridistribuzione della ricchezza fra i ceti sociali e sul piano dei territori fra i quali ripartire gli oneri di solidarietà.
Flat tax e condono fiscale e, aggiungerei, peggioramento retroattivo dei trattamenti previdenziali in godimento, non solo non copriranno finanziariamente le esigenze di politica economico-sociale attiva, ma colpiranno nuovamente i ceti sociali medi e medio-bassi di lavoratori dipendenti e di professionisti, sui quali non hanno mancato di accanirsi già i governi di centrodestra berlusconiani e leghisti, sia i Governi di centrosinistra da Prodi in poi, passando per i vari “governi del Presidente”.

L’inizio della nuova legislatura ha messo tutti più precocemente del previsto di fronte al redde rationem e al momento, se il Governo si è caratterizzato per un crescendo di posizioni di stampo neofascista nella questione dei profughi, dei migranti, dei rom, le proposte di politica economico-sociale restano assolutamente contraddittorie e nebulose.
L’occupazione, il lavoro stabile, i diritti dei lavoratori non si possono rilanciare col blandissimo e, in fondo, confermativo del Jobs Act, “Decreto Dignità”.
Al crollo del Ponte di Genova non si risponde con fumose ipotesi di nazionalizzazioni: non almeno senza un quadro serio di riforma dello Stato e dei suoi apparati.
Nè alle punte contingenti di crisi (Alitalia, Autostrade) si può rispondere prospettando di saccheggiare i titoli e i risparmi garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti.
Il risultato immediato sono la fuga della domanda interna dai titoli del debito pubblico italiano e l’inevitabile necessità di emettere gli stessi titoli a tassi d’interesse più alti, con uno spread che s’impenna già prima delle paventate “manovre speculative dei mercati” e con la conseguenza che il servizio del debito e il debito nel suo complesso aumentano.
In questo contesto, anche le non ingiustificate critiche alle politiche economico-finanziarie, tuttora recessive e antipopolari, della UE finiscono per avere una base contrattuale debole, per nulla rafforzata dalla minaccia di non approvare il budget annuale europeo e di non versare la quota di contribuzione italiana.
Minacce tanto più inefficaci in quanto giocate sul terreno delle politiche dell’immigrazione, scegliendo come alleata la politicamente impresentabile e soprattutto economicamente debolissima Ungheria di Orban.

Pubusa in un articolo di oggi proietta le sue riflessioni sul piano regionale, ma stavolta con una proposta tanto impraticabile (un “Contratto” e un accordo del M5S con una nuova e non meglio definita area democratico-progressista, preliminari alle elezioni regionali del febbraio-marzo 2019), quanto essa stessa già dominata dal rammarico per la perdurante autoreferenzialità del M5S sardo (http://www.democraziaoggi.it/?p=5644#more-5644).
Ho già mosso a suo tempo alcune obiezioni a questa proposta.
Oggi la ritengo del tutto irrealistica, salvo smentite.
Pur condividendo le considerazioni di Pubusa sul grottesco agitarsi degli establishment del csx e il timore che il perverso meccanismo della legge elettorale sarda finirà per dare la vittoria nell’Isola al cdx, non riesco a vedere ancora nel M5S italiano e sardo la consapevolezza che questo esordio della nuova fase politica non consentirà loro di incrementare un sostegno che potrebbe provenire dalla vasta area di democratici e di persone di sinistra, tanto stufi delle precedenti esperienze politiche quanto sconcertati e allarmati dall’attuale subalternità del M5S alla Lega in versione salviniana.

Sul punto confermo il mio commento al primo articolo di Pubusa:
“Tonino Dessì. 29 Agosto 2018 - 00:36.
Caro Andrea, accompagnare un M5S che si fa guidare da Salvini, dovresti convenirne, non fa. Ripugna ormai a ogni democratico. Dubito che la strada che indichi, quella di difendere l’alleanza subalterna all’uomo che indica l’Ungheria di Orban come faro della nuova Europa sovranista, possa essere seguita da un’opposizione democratica che, si, sconta l’assenza di una rappresentanza politico-parlamentare, ma cionondimeno sta reagendo già da mesi in Italia. Noi non possiamo, a mio avviso, per dispetto o per ritorsione contro una sinistra che ormai si è suicidata da sola, esser acquiescenti all’ondata neofascista rappresentata dalla Lega e della quale il M5S si sta rivelando succube. Non vale più ricordare il ruolo avuto dal M5S nella campagna referendaria. Anche Salvini e persino Berlusconi votarono contro la revisione proposta da Renzi. Potrei persino consentire sull’importanza di esercitare un’influenza affinchè il M5S non degradi su una deriva opportunistica. Ma il modo migliore non può essere quello di assecondarli nel loro appiattimento”.
Non mi soddisfa -basti leggerla per capire il motivo- la risposta:
“Admin. 29 Agosto 2018 - 10:21.
Caro Tonino,
Ho sempre pensato che l’azione politica debba essere volta a spostare forze e a creare nuovi equilibri. Non credo che come democratici dobbiamo arrenderci a considerare perduti alla causa democratica i pentastellati. Quanto ha inciso nell’ingresso al governo di Salvini il niet di Renzi? Una diversa responsabilita’ democratica del PD avrebbe dato equilibri diversi alla politica nazionale. Siccome le contraddizioni nella coalizione di governo vengono al pettine e saranno sempre piu’ forti. Il M5S deve avvertire di avere una alternativa. La ghettizzazione del M5S e’ stato un grave errore e lo e’ ancora di piu’ persistere. Chiamarli fascisti o simili non risponde al vero e non paga.
Tu dici spesso che non bisogna pensare ed agire per far dispetto al PD. Valuto anche il PD per quello che ha fatto e fa: un disastro. Quest’area potrebbe avere una funzione e riprendersi se propone un progetto di svolta democratica. Ma per far questo deve rivedere a fondo la sua impostazione ideale e politica e non puo’ eludere la questione dei 5 Stelle. Naturalmente, come tu dici e ripeti, il M5S deve sentire l’opposizione democratica, ma questa deve anche indicare vie d’uscita possibili. Ora non mi pare lo stia facendo.
Andrea”.

Se c’è una cosa di cui mi rammarico è quella di non poter a mia volta formulare una proposta per quanti a sinistra vorrebbero battersi anche in Sardegna sotto le bandiere organizzate di uno schieramento politico-elettorale alternativo sia al cdx sia al M5S.
Anche quella strada al momento mi pare impercorribile, per le ragioni che Pubusa evidenzia e per tante altre.
Ma chissà che mi sbagli e che magari un precipitare delle contraddizioni del quadro politico italiano porti allo scioglimento dell’insano connubio di governo, con un M5S determinato a cambiar rotta.
Se ne parla, seppur sottotraccia, da parte di alcuni analisti e, pare, in ambienti politici, anche nella considerazione dell’incombere delle elezioni europee della primavera prossima.
Il filo della possibilità di rimettere in moto su scenari nuovi anche la politica sarda resta legato a questa eventualitá.
Ma è un filo davvero più di altri esilissimo.

1 commento

  • 1 Aladin
    31 Agosto 2018 - 19:59

    Anche su Aladinews: http://www.aladinpensiero.it/?p=86634 , con una premessa del Direttore.
    C’è da essere contenti che finalmente si sia aperto e si stia sviluppando un grande dibattito nella sinistra (e oltre) che s’interroga non solo su se stessa (quali contenuti e quali confini definiscono oggi la sinistra), ma sul “che fare?” rispetto alle varie questioni politiche che agitano e tormentano il nostro tempo. Le dimensioni delle variegate problematiche sono enormi, interessando tutto il mondo, ma ovviamente l’attenzione ricade sulla situazione italiana, particolarmente su quanto fa (o non fa) il governo di centro-destra (molti a sinistra preferiscono definirlo solo di destra, anzi di estrema destra, perlomeno quanto a egemonizzazione della Lega) e su quanto accade in Sardegna, anche (e non solo) in relazione alla scadenza elettorale per il rinnovo del Consiglio regionale (febbraio/marzo 2019), che, come noto, precede quella del Parlamento Europeo (primavera 2019). Noi, come Aladinews, siamo interessati a questo dibattito – con uno sguardo specifico a quanto accade in Sardegna – e in esso coinvolti e impegnati, partecipando direttamente e in collaborazione con le attività di altre realtà associative, CoStat in primis, innanzitutto mettendo a disposizione i nostri spazi. In tema segnaliamo, tra le tante iniziative, la pagina fb “Discutere a sinistra. A Cagliari”). In questo contesto, ci sembra importante segnalare il dibattito in quella che chiamiamo “Sinistra senza appartenenze” dando conto dei diversi interventi di suoi esponenti. In questa circostanza evidenziamo quelli di due esponenti di rilievo, precisamente di Andrea Pubusa (in prevalenza sul blog Democraziaoggi) e di Tonino Dessì. Proprio quest’ultimo in un intervento odierno sulla sua pagina fb polemizza con garbo, ma con chiarezza e decisione, con le posizioni di Andrea Pubusa. Non riassumiamo nulla di questo contributo, preferendo riportarlo integralmente. Vogliamo sottolineare come il dibattito si presenti duro, ma non lacerante, tale cioè che appare decisamente produttivo per possibili concrete convergenze, che saranno auspicabili solo se lo stesso dibattito continui ad essere chiaro e senza reticenze, rispettoso delle idee in campo, unito dal comune intento di costruire ipotesi e programmi utili in generale e per la nostra terra in particolare. Non partiamo da zero, anzi, ma la strada è lunga. Tuttavia il tempo fugge (nel lungo periodo – diceva l’economista - saremo sicuramente tutti morti) e dobbiamo fare qualcosa che, sebbene proiettata nel tempo, sia concretamente utilmente percorribile nel periodo della nostra esistenza.

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