Astensionismo: deficit della politica o dei cittadini?

8 Giugno 2019
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Andrea Pubusa

 

Man mano che si avvicina il 16 giugno, riprende vigore la campagna per il voto utile o il voto contro. E così devo subrmi il vecchio ritornello: se non voti Ghirra, voti Truzzu. Ma è così? E’ prevalente responsabilità dell’elettore l’astensione? O ci sono altre cause più profonde? C’entra il progressivo sfaldamento dei partiti e delle loro organizzazioni politiche sul territorio? C’azzecca l’affievolimento della mobilitazione degli elettori ormai privati  di quel senso di identificazione con il programma politico del partito di appartenenza? E dissuade la partecipazione al voto la cosiddetta ‘questione morale’ o meglio la corruzione dilagante, e la relativa diffidenza dei cittadini nei confronti della politica? E tutto questo a chi è imputabile al povero elettore che assiste inerme allo scemopio? Certo l’astensionismo contraddistingue le democrazie mature (prima fra tutte quella statunitense). Ma sono democrazie? O è proprio la parvenza e non la sostanza democratica a sminuire la passione politica e a ingenerare una pericolosa sfiducia nelle istituzioni? E allora diciamo che l’astensione è indotta da chi occupa le istituzioni. E non a caso, al di là dei titoli di testa sui giornali, risalta la superficialità (quando non l’indifferenza) con cui il fenomeno viene analizzato e liquidato. A chi comanda l’astensionismo piace, fa comodo. Non a caso molti, anche nell’area c.d. democratica, teorizzano la riduzione del voto. E lo hanno già fatto: nelle province commissariate, nei comuni dove i consigli non contano una mazza, nelle regioni dove col 20% e anche meno del corpo elettorale si hanno maggioranza quasi bulgare, senza tuttavia avere governabilità. E Renxi non voleva togliere l’elettività diretta perfino al Senato?
Qualche anni fa, dopo lo shock della partecipazione al voto in Calabria al 44% della popolazione, e in Emilia solo al 38%, l’Istituto Demopolis ha indagato sulle motivazioni di quei milioni di cittadini che non hanno voluto o saputo scegliere. Ecco il risultato: “Il 43% attribuisce la propria scelta a sfiducia e delusione verso partiti e candidati; un ampio segmento, il 31%, appare pericolosamente convinto che la politica non incida più sulla vita reale dei cittadini. Per il 16% l’esito della consultazione appariva scontato, e uno su dieci non sapeva neppure delle elezioni”.
Se in passato l’astensionismo aveva colpito di più le regioni meridionali e storicamente sembrava un fenomeno riguardante maggiormente il centro-destra, adesso, invece, è proprio l’elettorato di sinistra a mostrare più insofferenza. Si configura dunque una forma di ‘astensione ideologica’ da parte di cittadini che rivendicano un’appartenenza politica “sebbene non più partitica”. Una grossa fetta opta apertamente per l’astensionismo adducendo motivi politici. Senza alcuna reticenza molti  dichiarano questa scelta quasi come una nuova coscienza di sé. L’astensionismo è diventato così una forma di “orgogliosa consapevolezza”. E tuttavia in questo ormai talvolta ostentato rifiuto dell’urna, c’è la rinuncia ad un diritto fondamentale, una scelta sofferta e dolorosa, che merita rispetto. specie da parte di coloro che ne sono la causa. Ecco perché a me certi ritornelli di c.d. esponenti di sinistra mi paiono penosi e ingiusti, frutto di quello stesso malanimo che induce loro e i loro partiti ad imbrogliare l’elettorato di riferimento.
Morale della favola: anziché scassare i cabasisi con la storiella del voto utile, candidati di tutte le bandiere, specie di quelle c.d. di sinistra, lavorate a fare programmi decenti e accettabili e a fare politica “con onore e disciplina” (art. 54 cpv. Cost.). Così facendo, vedrete che d’incanto l’astensinismo calerà.

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