Insularità: i problemi nascono adesso

30 Luglio 2022
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Andrea Pubusa

La reintroduzione del principio di insularità in Costituzione pone il problema della sua attuazione. Come fecero, dopo l’approvazione della Costituzione e dell’Statuto sardo col suo articolo 13, le organizzazioni dei lavoratori. Nel maggio del 1950 le Camere del lavoro organizzarono a Cagliari, al Teatro Massimo, il primo Congresso del popolo sardo. Fu un momento di grande consapevolezza politica e programmatica. Per la prima volta infatti il mondo del lavoro portava all’attenzione del neonato Consiglio Regionale le istanze più immediate per avviare un progetto concreto e condiviso di rinascita sociale ed economica dell’Isola. In Sardegna c’era un’atmosfera di grande mobilitazione, siamo nel mezzo delle dure lotte della zona mineraria e all’indomani dei grandi movimenti di occupazione delle terre.
E’ nel mezzo di queste battaglie e della riflessione che l’accompagna la lunga gestazione del Piano di rinascita della Sardegna. Una pagina importante, che delinea la necessità di un impegno per inverare i principi pur contenuti nelle Carte.
La Sardegna negli anni Cinquanta era penosa, di “miseria corale” come emerge dalle convergenti descrizioni di uomini politici (Mannironi e Polano) di schieramenti anche opposti. «Oggi, in una regione che rientra a pieno titolo nella parte più opulenta e sviluppata del mondo, sono difficilmente immaginabili le condizioni di assoluta povertà, di arretratezza e di fame dell’Isola, non solo nel periodo bellico e immediatamente successivo, ma per tutti gli anni Cinquanta. Per oltre un decennio, una miseria corale avvolge città e campagna, zone dell’interno e località marittime»
E’ la conclusione dell’indagine parlamentare sulla miseria in Italia, che in Sardegna, è condotta nel dicembre del 1952 da Salvatore Mannironi (DC) e Luigi Polano (PCI) tramite sopralluoghi diretti e interviste alle autorità locali. La loro relazione è raccappricciante.
Che fare? Nasce in quel contesto l’idea della rinascita dell’Isola come “opera dei sardi e di quanti altri vivono con loro più che non dei governi di Roma», come, con la solita nettezza, disse Emilio Lussu fin nella Costituente. Ecco perché, perno di elaborazione politica e principale strumento di rivendicazione nei confronti di Roma, per molti anni sarà quell’articolo 13 dello Statuto speciale che, approvato con legge costituzionale del 26.2.1948, recitava: «Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola». Certo si può criticare il ruolo dello Stato di già preponderante a fronte del concorso della Regione Sardegna, ma l’art. 13 ha il pregio di fare della questione sarda una questione nazionale.
D’altra parte, almeno dal primo dopoguerra, era quasi luogo comune pensare che lo Stato fosse in debito nei confronti della Sardegna, la quale, di converso, si aspettava di essere in qualche modo risarcita da un intervento esterno che servisse ad innescare lo sviluppo dell’Isola, premessa di un processo di convergenza con le regioni più sviluppate del Paese.
Ora, non siamo per fortuna ai livelli di miseria e arretratezza di quesi tempi. La Sardegna è inserita nei flussi propri del contesto, ma le disparità permangono e l’insularità ne è una causa materiale evidente in molta parte dei settori economici.
L’attuazione del principio di insularità postula, dunque, anzitutto un ritorno all’art. 13 dello statuto speciale. Lo sviluppo socio-economico della Sardegna dipende certo da singole misure ma è indispensabile un intervento organico dello stato, d’intesa con la Regione e in accordo con le comunità interessate.
Bisogna cogliere oggi le potenzialità insite nell’articolo 13. Se alla fine degli ‘40 e negli anni ‘50 furono le forze sociali e di opposizione, sindacali e politiche, a costruire dal basso la prima rivendicazione di un piano di intervento statale mirato alla rinascita della Sardegna, ora occorre fare in modo che con essi ci siano l’intera classe politica e le forze economiche e sociali. E ovviamente occorrono soluzioni e obiettivi adeguati al contesto, che è reso più complesso dall’esistenza della UE.
L’importante è sapere che il vero lavoro, per superare le criticità connesse all’insularità, nasce adesso.

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