Alessandro Volpi - Altraeconomia
Il presidente degli Stati Uniti ricorre alla ricetta più tipica ed estrema del capitalismo: armi, guerre, energia e finanza, una sequenza con cui l’amministrazione cerca di salvare un impero in profonda crisi facendo pagare il conto a tutto il Pianeta con morti, disastri ambientali e moltiplicazione delle disuguaglianze. C’è davvero poco da festeggiare. Soprattutto per i deboli interessi italiani. L’analisi di Alessandro Volpi
Come avvenne per la guerra all’Iraq dove l’attacco fu motivato dal riarmo di Saddam Hussein, anche nel caso dell’Iran le motivazioni di Donald Trump sono legate al “pericolo” nucleare degli Ayatollah. I media italiani sono solerti nel credere a questa lettura, aggiungendovi le notazioni relative alla “lotta di liberazione” dei giovani iraniani. In realtà le cose sono diverse ed è necessario mettere in fila alcune riflessioni.
La prima: gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il proprio gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi di dollari. Per evitare la fuga dal dollaro e per trovare compratori del debito hanno la necessità di obbligare le petromonarchie ad accettare pressioni in tal senso. Nel 2025, infatti, i Paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la priva volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di quei Paesi la valuta americana. Si tratta di una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump, che così rischia il default. In quest’ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva.
In secondo luogo, Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia. In questo senso, gli Stati Uniti devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e dunque normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas “naturale” liquefatto (Gnl) ai Paesi europei che hanno sviluppato una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia. Nella stessa logica poter piantare la bandiera americana su ogni area dove ci sono riserve energetiche ingenti, dal Venezuela all’Iran, dalla Groenlandia alla Nigeria, significa davvero dare un sottostante reale a un’economia che ormai non cresce più dell’1% e matura un duro scontro sociale interno.
Inoltre un clima di guerra nel Golfo sta facendo aumentare le commesse delle petromonarchie alle società statunitensi: Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris aumenteranno il volume delle loro commesse arabe e i loro titoli saliranno così come salirà il prezzo del petrolio. A beneficiarne saranno le note Big Three, BlackRock, Vanguard e State Street che sono i principali azionisti delle major delle armi e dell’oil&gas. In cambio i super fondi continueranno a comprare debito Usa, di cui detengono già circa il 40%.Nella stessa logica si muove la speculazione sull’energia fossile. Il prezzo del petrolio, in poche ore, è schizzato a 80 dollari il barile e viaggia verso i 100 e quello del gas, ad Amsterdam, ha superato i 40 euro/MegaWattora perché la speculazione dei derivati si è messa subito in moto. La strategia di Trump è chiara: le operazioni in Venezuela, Nigeria e Iran servono a controllare le riserve petrolifere e a far salire i prezzi delle esportazioni degli Stati Uniti che ormai fondano gran parte della loro economia sui combustibili fossili. Il presidente usa la ricetta più tipica del capitalismo: armi, guerre, energia e finanza, una sequenza con cui cerca di salvare un impero in profonda crisi facendo pagare il conto a tutto il Pianeta con morti, disastro ambientale e moltiplicazione delle disuguaglianze.In questo scenario, l’attacco all’Iran rientra nel progetto economico del “Grande Israele” che deve essere il perno della tenuta della dollarizzazione per tutta l’area mediorientale e il “socio” dell’amministrazione Trump nei grandi affari di quel perimetro secondo il modello del Board of Peace, vera sede domestica di gestione finanziaria ed economica del nuovo imperialismo.Infine, è evidente che ormai Trump ha rotto ogni indugio e ha scelto la strada più pericolosa per tentare di salvare il capitalismo statunitense ricorrendo a piene mani allo strumento militare e scommettendo, come un giocatore d’azzardo, sulla mancata risposta degli altri soggetti internazionali. È sicuro, infatti, che l’Unione europea e i Paesi assoggettati, come l’Italia, non fiateranno, al di là di qualche inutile starnazzo, e spera che la Cina e la Russia non reagiscano o magari ne approfittino per accentuare le loro pressioni su aree di interesse specifico. Si tratta di una scommessa gravissima perché, almeno nel caso della Cina, la destabilizzazione dell’Iran non pare proprio accettabile.Di fronte a tutto ciò l’ineffabile ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che gli Stati Uniti e Israele, con il loro attacco all’Iran, hanno “tutelato” tutti. Ora, a proposito della tutela italiana ci sarebbe qualcosa da eccepire, al di là dell’obbrobrio dell’uso unilaterale della forza.
L’Italia importa dal Qatar circa 6,5-7 miliardi di metri cubi di gas all’anno. In questo senso il Qatar rappresenta circa il 10-12% del fabbisogno totale di gas italiano ma la sua importanza è ancora maggiore se si considera solo quello liquefatto. Circa il 45% di tutto il gas liquefatto che arriva in Italia via nave proviene infatti dal Qatar (principalmente attraverso il terminale di Rovigo e, più recentemente, Piombino). Nel marzo 2026 il Qatar viene indicato come il primo fornitore assoluto di Gnl per l’Italia. L’area del Golfo (Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi) fornisce poi una parte consistente delle importazioni di greggio, sebbene la Libia rimanga spesso il primo fornitore singolo. L’Iraq è diventato uno dei partner principali mentre Arabia Saudita e Kuwait forniscono quote variabili tra il 5% e l’8% ciascuno del greggio totale importato. Complessivamente, circa il 25-30% del petrolio importato dall’Italia proviene da Paesi che si affacciano sul Golfo Persico.
Alla luce di ciò mi sembra evidente che una guerra nell’area costerà decisamente molto al nostro Paese, a famiglie e imprese, perché impennerà il costo dell’energia, peraltro, oggetto, come è noto, di forti speculazioni finanziarie. Il prezzo del gas, infatti, che viene ancora definito ad Amsterdam, è probabile che lieviti, e venga reso ancora più alto dalla necessità italiana di approvvigionarsi sul mercato spot. Naturalmente, crescerà la quota di importazione dagli Stati Uniti, con un ulteriore aumento dei prezzi. Vale la pena ricordare infine che, sebbene l’interscambio sia diminuito drasticamente negli ultimi anni a causa delle sanzioni (attestandosi intorno ai 700 milioni di euro nel 2025), l’Italia resta il secondo partner commerciale dell’Iran in Ue dopo la Germania. Il ministro Tajani pare davvero aver un’idea confusa della “tutela degli interessi italiani”.
Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)



1 commento
1 aladin
5 Marzo 2026 - 22:44
Anche su #aladinpensiero online: https://www.aladinpensiero.it/?p=173994
Lascia un commento