L’attacco alla Global Sumud Flotilla: l’ultimo schiaffo di Israele al Diritto internazionale

13 Maggio 2026
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L’assalto alla Global Sumud Flotilla da parte delle forze militari israeliane il 30 aprile 2026 © IPA

L’intercettazione di una ventina di imbarcazioni della Flotilla -in acque internazionali a circa mille chilometri dalle coste di Gaza- e la detenzione arbitraria in Israele di due attivisti della missione riaprono la questione della responsabilità e l’impunità del governo di Tel Aviv. “Israele agisce senza che i nostri governi e le nostre istituzioni riescano a mettere in campo i presidi minimi di garanzia”, spiega Francesca Cancellaro, avvocata del legal team della missione

 

 

 

Nella notte tra il 29 e il 30 aprile la marina israeliana ha intercettato 22 imbarcazioni della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, nella zona di ricerca e soccorso (Sar) greca, a oltre 600 miglia nautiche dalle coste di Gaza. Gli attivisti sono stati trattenuti per circa 40 ore e sottoposti a violenze. Il primo maggio 173 dei 175 partecipanti sono stati trasferiti a Creta. Due di loro -il brasiliano Thiago Ávila e il palestinese con cittadinanza spagnola e svedese Saif Abukeshek- sono stati deportati in Israele con l’accusa di “affiliazione a un’organizzazione terroristica”.

Una contestazione che i legali della missione definiscono priva di base giuridica e unicamente funzionale a giustificare ex post il fermo e il loro trasferimento forzato nel centro di detenzione di Shikma. Il 3 maggio i due attivisti sono comparsi davanti al tribunale di Ashkelon che ha deciso di prorogare di altri due giorni la loro detenzione. “Ciò a cui stiamo assistendo è l’ennesimo schiaffo al Diritto internazionale da parte di Israele, che agisce impunemente senza che i nostri governi e le nostre istituzioni riescano a mettere in campo i presidi minimi di garanzia”, afferma l’avvocata Francesca Cancellaro del legal team della Flotilla, che in questa intervista ricostruisce gli ultimi sviluppi della vicenda e le precedenti iniziative di tutela legale degli attivisti detenuti in Israele lo scorso ottobre.

Avvocata Cancellaro, il 3 maggio il tribunale di Ashkelon ha prolungato di almeno due giorni la detenzione degli attivisti Tiago Ávila e Saif Abukeshek. Quali sono gli ultimi aggiornamenti circa le loro condizioni?
FC Siamo in costante contatto con le avvocate di Adalah-The legal center for arab minority rights in Israel, che stanno seguendo il caso direttamente in Israele. Le colleghe hanno naturalmente condiviso la forte preoccupazione per le possibili conseguenze delle accuse formulate nei confronti dei due attivisti, così come per gli effetti che il protrarsi della detenzione potrebbe avere sulle loro condizioni e sul trattamento loro riservato. Ávila e Abukeshek, inoltre, sono attualmente in sciopero della fame. Domani (il 5 maggio, ndr) sarà un passaggio importante, perché scadrà la proroga del fermo e capiremo come evolverà la situazione. Le legali di Adalah ci hanno riferito che le modalità con cui i due attivisti sono stati prelevati dalle navi e trasferiti in Israele configurano una gravissima violazione dei diritti fondamentali. Sono stati ammanettati, bendati e costretti a mantenere posizioni che, secondo gli standard internazionali, possono essere qualificate come trattamento inumano e degradante. A questo si aggiunge il diniego dell’accesso immediato alla tutela legale e della possibilità di contattare i propri familiari. Successivamente abbiamo potuto constatare tumefazioni e segni evidenti delle pratiche violente subite durante la detenzione in Israele.

FC Stiamo agendo su diversi livelli. Dall’Italia stiamo cercando di attivare rimedi giurisdizionali e canali di pressione istituzionale e politica, sia a livello nazionale sia internazionale. Con l’esposto depositato presso la Procura di Roma e con il ricorso urgente presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) abbiamo evidenziato le responsabilità dell’Italia, in quanto Paese nel cui ambito di giurisdizione si è verificato il rapimento e ha avuto inizio la detenzione dei due attivisti. Ávila e Abukeshek si trovavano infatti in acque internazionali a bordo della Eros 1, nave battente bandiera italiana. Per questo abbiamo richiesto un intervento di protezione che riteniamo doveroso. Parallelamente si stanno muovendo anche i colleghi delle altre delegazioni nazionali: penso in particolare alla Spagna e alla Svezia, Paesi di cittadinanza di Saif, ma anche al lavoro dei colleghi greci e alle segnalazioni trasmesse al Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura.Nel ricorso alla Cedu avete sottolineato il rischio di trattamento inumano e degradante per gli attivisti rapiti.
FC Nello specifico abbiamo denunciato il rischio di violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, relativo al divieto di trattamenti inumani o degradanti e di tortura, nonché dell’articolo 2, che tutela l’integrità fisica e la vita delle persone coinvolte. Abbiamo tenuto conto della particolare vulnerabilità dei due attivisti, dei precedenti già documentati e del più ampio quadro di violazioni che si registrano quotidianamente in Israele. Riteniamo che si configuri un rischio concreto e attuale, tale da imporre un intervento immediato e deciso della Corte in chiave protettiva. Ora siamo in attesa di una pronuncia, che dovrebbe arrivare a breve proprio perché si tratta di un ricorso d’urgenza.Quali saranno i prossimi passi dal punto di vista legale?
FC Ci siamo già attivate per garantire protezione e tutela anche agli altri attivisti rapiti illegalmente a bordo delle diverse imbarcazioni, molti dei quali hanno subito a loro volta trattamenti inumani e degradanti. In alcuni casi si sono verificate vere e proprie lesioni personali, con ferite di una certa gravità che hanno reso necessarie cure ospedaliere. In questa fase preliminare il nostro lavoro è concentrato sulla raccolta sistematica di informazioni, documentazione, prove e testimonianze, indispensabili per definire le prossime iniziative giudiziarie.Condotte di questo tipo da parte di Israele erano emerse già nel corso della detenzione degli attivisti che hanno preso parte alla missione dello scorso ottobre. In relazione a quei fatti a fine aprile la Procura di Roma ha contestato anche il reato di tortura. Può ripercorrere i principali passaggi che hanno portato all’apertura del procedimento?
FC Tutto è partito da una serie di querele. Quella che abbiamo presentato come legal team della Freedom flotilla era molto articolata e ripercorreva tutti i fatti della missione, il suo svolgimento e quelle che, secondo noi, erano le implicazioni penali. Abbiamo distinto innanzitutto la parte relativa agli attacchi con droni avvenuti nel corso della navigazione, che hanno messo a rischio la vita degli equipaggi e danneggiato gravemente le imbarcazioni. Dopodiché ci siamo dedicati a ricostruire le fasi dell’abbordaggio, dell’intercettazione e del sequestro di persone, avvenuto anch’esso in acque internazionali. Infine, il terzo passaggio: il momento della privazione della libertà personale avvenuta in Israele. In questa fase abbiamo prospettato che vi sia stata un’attività di sequestro di persona, poiché non esisteva alcun presupposto legale per quell’azione di law enforcement. Grazie alle testimonianze raccolte dagli equipaggi, abbiamo poi svolto un lavoro di ricostruzione su quanto era accaduto durante i trattenimenti al porto di Ashdod e nelle carceri israeliane. Questo ci ha consentito di mettere in luce un quadro sistematico di abusi e violazioni e di ricondurre e individualizzare tutti gli indici di tortura che in un primo momento avevamo raccolto solo in modo sommario. Le indagini difensive, trasmesse unitamente alla nostra querela, hanno evidenziato tutte le pratiche sintomatiche tipiche dei trattamenti di tortura, come per esempio percosse, ammanettamenti prolungati, privazione di sonno, acqua e cibo, umiliazioni e trattamenti degradanti.

Manca però ancora l’individuazione dei responsabili. Da qui la richiesta di rogatoria internazionale avviata dalla Procura, corretto?
FC Esatto. Bisogna ricostruire la catena di comando e stabilire chi ha organizzato e strutturato queste condotte e individuare poi chi ha materialmente commesso questi illeciti. Per procedere in questo senso è necessaria un’attività della Procura che prevede il contatto e la cooperazione con le autorità israeliane

Realisticamente, secondo la sua esperienza, quali ostacoli può incontrare una richiesta di cooperazione di questo tipo con uno Stato che -come dimostrano anche i recenti fatti- non riconosce, tra le altre cose, la giurisdizione internazionale e il diritto umanitario internazionale?
FC Per questo non ci facciamo illusioni, è evidente che il quadro in cui ci muoviamo è di un tale allarme che anche i presidi minimi di garanzia e di rispetto del diritto internazionale e dei diritti fondamentali sono compromessi. Riteniamo però importante non rinunciare all’accertamento dei fatti e alle prerogative giuridiche su cui, fino a prova contraria, possiamo ancora contare.

Qual è il suo auspicio per l’indagine della Procura di Roma?
FC Mi auguro ovviamente che l’indagine possa proseguire, che vengano accertate le responsabilità, individuati i responsabili, e che si faccia piena luce su quanto accaduto. Zone d’ombra o aree di impunità in cui il diritto non arriva non sono assolutamente tollerabili. Da questo punto di vista, riponiamo grande fiducia nella funzione svolta da quest’indagine, perché crediamo che vi siano tutti i presupposti affinché non venga accantonata, ma sia trattata invece con la massima serietà.

L’indagine per tortura riguarda specificamente gli equipaggi della Flotilla. Può avere però anche una valenza più ampia?
FC Assolutamente sì. Il senso dell’azione della Flotilla è proprio questo: accendere i riflettori su quello che avviene ogni giorno alla popolazione palestinese. È questo l’obiettivo che guida ogni azione, politica e giudiziaria, della missione. Fare luce su come le autorità israeliane abbiano operato nei confronti degli equipaggi della Flotilla, quindi, non esaurisce il significato dell’iniziativa. Al contrario, rappresenta soltanto una piccola luce che contribuisce a illuminare un quadro di violazioni più complesso e articolato, che colpisce il popolo palestinese e di cui siamo tutti pienamente consapevoli.

Lei rappresenta anche organizzazioni non governative che operano in attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. A suo avviso si può individuare un nesso tra la criminalizzazione e la repressione della solidarietà verso i migranti e quella verso la causa palestinese?
FC Lo spazio di libertà nelle acque internazionali è un tema sicuramente trasversale e riguarda sia chi svolge attività di solidarietà nei confronti delle persone migranti, sia chi cerca di raggiungere Gaza provando a superare il blocco navale illegittimo di Israele. In questi anni il Mediterraneo è diventato un teatro di conflitto unico nella sua complessità, nel quale si verificano quotidianamente violazioni di diritti fondamentali. In questo contesto la società civile è presente e monitora ciò che accade, cercando di ricomporre quelle fratture che a livello politico e istituzionale non vengono affrontate. Chi si impegna in questi ambiti dovrebbe essere tutelato dalle nostre autorità e istituzioni, ma qui emerge un ulteriore livello di criticità. Le Ong, in questi anni e in particolare nell’ultimo periodo, sono state vittime di attacchi in mare anche da parte della cosiddetta Guardia costiera libica, un attore al quale l’Italia e l’Europa concedono finanziamenti, mezzi e formazione, e dal quale -invece di essere protette- si ritrovano spesso esposte e lasciate in balia. Il parallelismo con la Flotilla appare evidente, date le dinamiche di violenza e irregolarità nelle quali gli attori della solidarietà diretti a Gaza si trovano coinvolti loro malgrado.

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