Dopo il referendum: per un’alternativa alla destra

9 Giugno 2026
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Mauro Volpi

 

 

L’esito del referendum sulla magistratura non era affatto scontato data la potenza di fuoco a livello istituzionale e mediatico per il Sì che faceva leva sui problemi e i disfunzionamenti della giustizia imputandoli interamente ai magistrati. La vittoria del No è stata particolarmente importante, in quanto ha dato segnali che vanno anche oltre il tema specifico che è stato oggetto del referendum. Va sottolineato che il No ha avuto 3,9 milioni di voti in più e il Sì 2,4 milioni di voti in meno rispetto a quelli ottenuti dalle liste schierate sull’uno e sull’altro fronte nelle elezioni politiche del 2022. Ciò significa che i voti per il No non sono automaticamente acquisiti al campo progressista per le prossime elezioni politiche. Tra i fattori che spiegano il risultato vi è l’incidenza determinante del voto giovanile (61% di voti per il No tra i 18 e i 34 anni), di quello dato nelle Regioni meridionali e nelle città e infine da parte di elettori astensionisti che sono tornati a votare (per Pagnoncelli più di un terzo di quelli che non avevano partecipato alle ultime elezioni europee del 2024). L’esito del referendum ha aperto una stagione politica che offre la possibilità di costruire un’alternativa alla peggiore destra della storia repubblicana. Ma ciò può avvenire a patto di saper cogliere le novità emerse e dare risposte adeguate al popolo del No.

In via preliminare penso che non ci sia bisogno di spendere molte parole a sostegno della costituzione di un fronte unitario contro il governo di destra, che è certamente in difficoltà per l’incapacità di rispondere ai problemi dei cittadini e per la pochezza politica e culturale di molti suoi esponenti, ma non è completamente all’angolo. Si tratta di una destra composita, berlusconiana, leghista e postfascista, accomunata da un nazionalismo neoliberista e di accondiscendenza alle guerre e alle politiche imperialiste di Trump e del governo genocida e razzista di Netanyhau, e la cui leader ha un rapporto privilegiato con le destra estreme che operano in Europa e mettono in discussione le democrazie costituzionali. Il prezzo che l’Italia sta pagando per il suo rapporto di vassallaggio con Trump è particolarmente salato: imposizione dei dazi, acquisto di gas dagli USA a prezzi esosi, spesa crescente per il riarmo, crisi energetica e aumento dei prezzi determinati dalla guerra contro l’Iran. Il governo di destra oltre ai danni già prodotti in materia economico-sociale e con i vari decreti-legge sulla sicurezza, ispirati a una politica panpenalista e repressiva, può produrre guasti importanti anche a livello istituzionale. Basti pensare alla proposta di legge elettorale, fondata su un premio di maggioranza abnorme alla coalizione che superi il 40% dei voti e ottenga anche un solo voto in più, sulle liste bloccate che violano la libertà del voto e pregiudicano la partecipazione alle elezioni, sull’introduzione di un premierato di fatto grazie all’obbligo di indicare i candidati alla guida del Governo. Intanto il Consiglio dei ministri ha approvato le pre-intese concluse da Calderoli con Veneto, Lombardia, Piemonte, Liguria, che prevedono il trasferimento di funzioni e risorse in materie importanti anche in violazione della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale. È quindi imperativo fare di tutto per dare vita a una forte opposizione e sconfiggere la maggioranza di destra alle prossime elezioni.

Che fare per raggiungere questo obbiettivo? Vanno evitate due risposte entrambe sbagliate. La prima è quella tutta interna ai partiti del “campo largo”, che ne implicherebbe una chiusura nei confronti dei movimenti e dell’associazionismo e si concentrerebbe sulla questione della scelta del leader della coalizione progressista. Personalmente ho sottoscritto un recente appello condiviso da importanti personalità e intellettuali “contro le primarie” e per “un dialogo con la società civile per un’alleanza costituzionale”. La sostanza è che oggi le primarie porterebbero a un forte contrasto personalistico e ispirato alla cultura plebiscitaria e governista che ha imperato negli ultimi decenni. Occorre invece prima di tutto lavorare su un programma che non costituisca un libro dei sogni, ma si concentri su tematiche fondamentali (la pace e il diritto internazionale, la tutela dei servizi sociali, la difesa del lavoro, il salario minimo e l’aumento di salari e stipendi dei lavoratori dipendenti, una redistribuzione della ricchezza tramite una riforma fiscale progressiva e che colpisca i grandi redditi, le rendite e gli extraprofitti, una politica ambientalista e fondata sulle fonti energetiche sostenibili) e li traduca in obiettivi concreti con tempi di realizzazione non storici. Naturalmente ciò dovrebbe comportare l’abrogazione dei testi legislativi approvati dalla destra che sono in contrasto con le finalità proposte e il rigetto delle impostazioni cosiddette “moderate” che puntano costantemente alla ricerca dell’accordo con le proposte della destra cercando di edulcorarne gli effetti ma recependone la sostanza. Occorrono invece proposte riformiste radicali, alla base delle quali vi deve essere la difesa dei principi e delle regole fondamentali della Costituzione e la loro attuazione. Vi è poi una questione di metodo, che deve essere basato oltre che sula consultazione democratica degli iscritti ai partiti, sull’allargamento del confronto al di là della cerchia ristretta dei partiti che coinvolga le associazioni sociali e civili, i movimenti giovanili e strutture come i Comitati per il No che si sono moltiplicati durante la campagna referendaria. Insomma si deve dare vita a un rapporto costante e senza pretese egemoniche con il popolo del No fondato sulla consultazione e sull’incontro. Solo una volta definito il programma, si dovrebbe affrontare la questione della individuazione non solo di un leader della coalizione, ma di una squadra di governo composta da esponenti politici e da rappresentanti della società civile di alta qualità morale, culturale e politica.

L’altra risposta sbagliata sarebbe quella movimentista, che dà per scontata l’irrecuperabilità dei partiti. Non vi è dubbio che vi è stata nei decenni trascorsi una degenerazione dei partiti di sinistra e progressisti, di cui è stata espressione evidente il renzismo dominante nel Pd tra il 1024 e il 2018. Ciò non toglie che va condotta una battaglia per il rinnovamento dei partiti e il rilancio di una politica di sinistra e progressista, che deve puntare a dare piena attuazione al “metodo democratico” previsto dall’art. 49 della Costituzione per il concorso dei cittadini alla determinazione della politica nazionale. Ciò richiede una legge quadro di carattere generale sulla vita interna dei partiti che assicuri il rispetto delle regole democratiche nel dare attuazione alla volontà degli iscritti, nella formazione degli organi dirigenti e nella scelta dei candidati alle elezioni. Si tratta di costruire un’alternativa all’orientamento personalistico e plebiscitario che è stato alla base dello Statuto del PD, tutto imperniato sulla figura del leader scelto con le primarie aperte che determina il programma e la composizione degli organi dirigenti a scapito del confronto e del pluralismo. Ciò costituisce il versante interno cui corrisponde all’esterno la propensione per l’indicazione popolare del capo del Governo titolare di un potere supremo che va a scardinare l’equilibrio tra i poteri costituzionali. In questa direzione è andata la scelta favorevole a sistemi elettorali simil-maggioritari fondati su un premio in seggi alla prima minoranza e sulla retorica dell’investitura popolare del Governo e del Presidente del consiglio che pregiudica il funzionamento della forma di governo parlamentare nella quale l’esecutivo dovrebbe derivare da un Parlamento rappresentativo e di alta qualità. Abbandonare queste derive e riformare i partiti progressisti è di fondamentale importanza in quanto è illusorio pensare che associazioni e movimenti possano da soli assicurare un’alternativa alla destra.

La via da seguire è quella del confronto, che un tempo si sarebbe definito “dialettico”, tra le espressioni organizzate della società civile e i partiti politici, per la costruzione di un programma alternativo e l’indizione di iniziative unitarie specifiche su singoli temi particolarmente sentiti dai cittadini (pace, sanità pubblica, potere di acquisto di salari e stipendi, occupazione di qualità e in particolare di giovani e donne, tutela dei diritti fondamentali) e su cambiamenti istituzionali progressisti, come l’adozione di una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento e la scelta effettiva degli eletti da parte dei cittadini. In questo quadro si potrebbe recuperare l’esperienza dei Comitati per il NO, che ha dato vita a un nuovo tipo di partecipazione e di aggregazione sociale, fondate su rapporti personali diretti e di natura diffusa. Si potrebbe quindi lanciare l’idea di costituire Comitati per l’alternativa e la Costituzione come soggetti protagonisti della prossima campagna elettorale. Non è una prospettiva facile e scontata, ma va perseguita perché l’alternativa alla destra può nascere solo da un incontro virtuoso e senza pretese di egemonia tra soggettività politiche e sociali.

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