Crisi della mascolinità

15 Giugno 2026
Nessun commento


 

 

 

 

author-name

Ana Yara Postigo Fuentes

pubblicato in Micromega

 

 La strategia della destra attorno al tema della mascolinità è duplice: prima, evocare una crisi; poi, promettere una restaurazione.

Nel giro di circa un decennio, l’espressione “crisi della mascolinità” è passata dalle riviste di studi di genere ai podcast, ai discorsi politici e alle inchieste parlamentari. Più recentemente, si è fusa con un concetto correlato: l’“epidemia di solitudine maschile”, espressione secondo la quale gli uomini di oggi sono più isolati, privi di amici e si sentono più che mai alla deriva dal punto di vista emotivo. Nel 2023, il dottor Vivek Murthy, chirurgo generale degli Stati Uniti (vale a dire il portavoce del governo federale statunitense sulle questioni di salute pubblica), ha ufficialmente denunciato un’“epidemia nazionale di solitudine e isolamento”. Personaggi come Andrew Tate – influencer britannico-statunitense noto per promuovere contenuti antifemministi, attualmente indagato per traffico di esseri umani e sfruttamento sessuale – hanno riproposto l’idea dell’epidemia di solitudine come un problema degli uomini e hanno fatto dell’affermazione della crisi maschile il fulcro del loro messaggio, trasmettendo l’idea che ai giovani maschi sia stato sottratto qualcosa e che la colpa sia di una società femminilizzata e ostile.

Alla fine del 2025, il professore della New York University Scott Galloway ha pubblicato Notes on Being a Man[1], un libro ampiamente commentato sul Guardian, nei podcast di Oprah Winfrey e sulla Cnn. In esso, Galloway descrive una generazione di giovani maschi che affrontano peggioramenti dei risultati scolastici, instabilità economica e un profondo isolamento sociale. Galloway si presenta come una voce liberale e favorevole al femminismo, interessata ai dati, non all’ideologia. Ma la struttura narrativa sottostante – che qualcosa è andato perduto, che sono gli uomini ad aver subìto questa perdita e che la soluzione sia un rinnovato senso di scopo maschile – data, con diversi registri, da oltre un secolo.

Quasi contemporaneamente, lo stesso concetto – “crisi della mascolinità” – viene usato per descrivere qualcosa di ben diverso: non la vulnerabilità, ma l’aggressività maschile. Nell’aprile del 2026, il sindacato degli insegnanti del Regno Unito NASUWT ha pubblicato un sondaggio condotto su oltre 5.000 docenti in cui avverte che «nelle scuole del paese si sta verificando una crisi di mascolinità», con quasi una insegnante su quattro che dichiara di aver subìto nell’ultimo anno abusi misogini da parte degli studenti, contro il 17,4% del 2023. Gli episodi registrati includono ragazzi che creano tramite intelligenza artificiale immagini di nudo del personale femminile della scuola, scherzi su aggressioni sessuali e studenti che si rifiutano di ricevere istruzioni da donne. I leader sindacali hanno collegato questi comportamenti ai contenuti e alle figure della manosfera[2].

Ciò che rivelano questi due usi dello stesso termine è una caratteristica distintiva del momento attuale. Uomini e ragazzi sono rappresentati contemporaneamente come vittime e come minacce: soli e alla deriva da un lato, responsabili di molestie e radicalizzazione dall’altro. La narrazione della crisi tende a collegare le due cose, sostenendo che la vulnerabilità genera aggressività. Se tale argomentazione regga, e cosa nasconda, è ciò che questo articolo si ripromette di esaminare.

***

La narrazione della “crisi della mascolinità” si basa su una logica ben nota: il ruolo di capofamiglia tradizionalmente attribuito agli uomini è stato eroso senza essere sostituito. Ma solleva immediatamente una domanda: quale mascolinità è in crisi? È qui che il concetto di mascolinità egemonica, sviluppato dalla sociologa australiana Raewyn Connell a partire dagli anni Ottanta e riformulato insieme a James Messerschmidt in un influente articolo del 2005, diventa indispensabile[3].

La mascolinità egemonica non indica il comportamento medio, ma l’ideale culturalmente dominante, ovvero la forma di mascolinità presentata come la norma, rispetto alla quale vengono misurati tutti gli uomini e la maggior parte ne esce perdente: economicamente di successo, emotivamente controllato, sessualmente assertivo, eterosessuale, indipendente. La “crisi”, quindi, non è crisi di tutti gli uomini né di tutte le forme di mascolinità, ma di questo specifico “ideale” gerarchico, che è anche, nel quadro di Connell, un meccanismo di potere che legittima il dominio degli uomini sulle donne e di certi uomini su altri. Quando si parla di una “crisi della mascolinità” senza specificare quale, si finisce spesso, consciamente o inconsciamente, per difendere proprio le norme che causano più danni. Il politologo franco-canadese Francis Dupuis-Déri ha studiato il fenomeno nel suo La crise de la masculinité: autopsie d’un mythe tenace definendolo un discorso strutturalmente costante nel corso dei millenni, sempre organizzato attorno all’affermazione che le donne stiano occupando il posto degli uomini[4]. Nel dibattito accademico europeo, la sociologa tedesca Sylka Scholz ha osservato in modo simile che la «mascolinità tossica» sta progressivamente sostituendo la «crisi della mascolinità» come cornice dominante, tranne che nel discorso di destra, dove l’inquadramento della crisi persiste proprio perché è politicamente utile.

In Spagna, un sondaggio del Centro di ricerche sociologiche del gennaio 2025 indicava nel partito di estrema destra Vox la formazione preferita dai giovani tra i 18 e i 24 anni, con un 29% di consensi tra i giovani uomini contro un 16,5% tra le giovani donne. Nelle elezioni federali tedesche del 2025, il 24% dei giovani uomini ha votato per Alternative für Deutschland (AfD), mentre le giovani donne hanno scelto Die Linke[5].

Come ha sostenuto la politologa austriaca Birgit Sauer, la strategia della destra attorno al tema della mascolinità è duplice: prima, evocare una crisi; poi, promettere una restaurazione – il dominio maschile in famiglia, un “diritto” all’aggressione, l’eteronormatività – come soluzione[6]. La logica emotiva è riconoscibile in diversi contesti: qualcosa che spettava agli uomini è stato loro sottratto, la perdita non è colpa loro e la restaurazione è l’unico rimedio.

***

L’“epidemia di solitudine maschile” si inserisce in questo quadro più di recente. La sua affermazione empirica centrale è che gli uomini di oggi hanno meno amicizie intime e reti di sostegno più ridotte rispetto alle generazioni precedenti. I dati sono reali, ma richiedono cautela. Negli Stati Uniti, l’American Perspectives Survey del 2021 ha rilevato che la percentuale di uomini senza amici intimi era aumentata dal 3% del 1990 al 15%, mentre quella di coloro che avevano sei o più amici intimi era scesa dal 55% al 27%. Uno studio di Gallup del 2025 ha rilevato che nella maggior parte dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) i livelli di solitudine dei giovani uomini non sono significativamente superiori alla media nazionale: sono gli Stati Uniti a costituire l’eccezione. Un rapporto Ocse dello stesso anno su 22 paesi dell’Unione Europea ha rilevato che l’8% della popolazione non ha amici intimi, senza un divario di genere marcato, segnalando che Germania, Finlandia, Spagna e altri paesi hanno introdotto strategie nazionali contro la solitudine[7]. Ciò che emerge con chiarezza non è che gli uomini siano più soli delle donne, ma che gli uomini hanno forme di connessione strutturalmente più precarie. Il sociologo Manolo Farci ha descritto questo fenomeno come un’amicizia “spalla a spalla”: gli uomini fanno cose insieme, ma non si guardano negli occhi. Le norme egemoniche fanno sembrare pericolosa l’intimità emotiva tra uomini, mentre le relazioni romantiche diventano l’unico canale per esprimere la vulnerabilità, che a sua volta viene strumentalizzata come misura della perdita di status maschile piuttosto che come connessione genuina.

Un altro argomento riguarda la biologia, ossia il calo documentato dei livelli medi di testosterone. Studi sottoposti a revisione paritaria hanno confermato una riduzione generazionale di circa l’1% all’anno dalla fine degli anni Ottanta, indipendentemente dall’età[8]. Ma questo dato è stato drasticamente amplificato online. Uno studio del 2026 dell’Università di Sydney ha rilevato che gli influencer sui social media stanno sistematicamente riformulando esperienze quotidiane – stanchezza, stress, calo della libido – come sintomi di una “carenza” di testosterone, presentando i livelli di quest’ultimo come misura diretta della mascolinità e la terapia ormonale come la soluzione[9]. I ricercatori hanno descritto questo fenomeno come «medicalizzazione della mascolinità»: trasformare la normale variazione biologica in una crisi che richiede un intervento commerciale.

La ricerca psicologica mostra costantemente che gli uomini socializzati secondo le norme egemoniche – autosufficienza, controllo emotivo, durezza – sono significativamente meno propensi a cercare aiuto per difficoltà di salute mentale e più inclini a togliersi la vita[10]. Tuttavia, il danno psicologico deriva dalle norme della mascolinità egemonica, non dalla critica femminista di tali norme.

***

La “crisi della mascolinità” non è, come viene solitamente presentata, una diagnosi nuova. È una narrazione ricorrente, riattivata e ribattezzata in ogni epoca in cui la posizione sociale delle donne si è trasformata. Dupuis-Déri fa risalire questo discorso almeno all’antichità romana: l’affermazione che le donne stiano prendendo il posto degli uomini è stata strutturalmente costante nel corso dei millenni e dei regimi. Come ha osservato John MacInnes, «la mascolinità è sempre stata in una crisi o in un’altra»[11].

L’opera di Michael Kimmel sulla mascolinità negli Usa mostra come il tardo-vittorianesimo abbia prodotto una riaffermazione culturale degli ideali maschili in risposta all’industrializzazione e al primo movimento per i diritti delle donne. Il Novecento ha ripetuto lo schema: l’ideale del capofamiglia del dopoguerra dipendeva interamente dal confinamento domestico delle donne, e quando – negli anni Sessanta e Settanta – la seconda ondata del femminismo ha smantellato quell’assetto, la narrazione della crisi è tornata. All’inizio degli anni Ottanta, poi, quello che aveva preso avvio come un movimento di liberazione maschile si è cristallizzato in un movimento per i diritti degli uomini che ha inquadrato la violenza maschile come reazione a una vittimizzazione causata dal femminismo[12].

Dupuis-Déri ha anche documentato come la narrazione maschilista della crisi sia stata un pilastro strutturale del fascismo italiano e del nazionalsocialismo: entrambi inquadravano la crisi maschile come un tradimento perpetrato da un’élite femminilizzata, proponendo la restaurazione virile come soluzione. Il caso spagnolo è altrettanto illuminante: come ha dimostrato Zira Box, il nazionalismo franchista si è costruito attorno a una concezione esplicitamente virile della nazione, in cui la mascolinità militare funzionava come antidoto alla debolezza e alla femminilizzazione associate alla Seconda Repubblica spagnola, perché liberale, aperta, moderna, progressista[13]. In Francia, questa tradizione passa attraverso Alain Soral ed Éric Zemmour, che hanno pubblicato testi maschilisti molto prima di diventare ideologi di spicco dell’estrema destra. Susan Faludi ha documentato la reazione nel mondo anglofono in Backlash (1991). In un altro suo libro, Stiffed (1999), ha sostenuto che gli uomini della classe operaia siano stati abbandonati dalle forze economiche e che come sostituto sia stata loro offerta solo una vuota “mascolinità ornamentale”, basata sull’immagine e sulla performance[14]. Questa logica risuona con la cultura contemporanea del looksmaxxing, in cui l’auto-ottimizzazione sistematica dell’aspetto fisico funge da surrogato dell’identità produttiva o sociale che i ruoli maschili più tradizionali garantivano.

In Iron John (1990), Robert Bly esortava gli uomini a riconnettersi con ciò egli che chiamava il “maschile profondo”, ossia un’energia cruda e istintiva incarnata nella figura mitica dell’uomo selvaggio, repressa dalla civiltà e dalla domesticità[15]. Il libro nelle sue intenzioni era terapeutico, ma la struttura sottostante – l’idea che la mascolinità autentica sia una forza primordiale che la società moderna ha indebolito – anticipava la logica di figure come il chad nella cultura contemporanea della manosfera[16], ovvero un archetipo idealizzato di mascolinità naturale intransigente rispetto al quale gli altri uomini si misurano e si trovano carenti. L’archetipo è riconoscibile sia nel libro sia negli ambienti della manosfera. Ciò che è cambiato è il suo utilizzo: da strumento di integrazione psicologica ad arma per la gerarchia sociale.

Sono gli anni Novanta ad aver visto il trasferimento nei primi forum su internet delle comunità per i diritti degli uomini. Questi spazi non si sono limitati a diffondere il risentimento. Hanno fornito qualcosa di cui gli uomini soli e sradicati sentivano la mancanza: una comunità, un linguaggio condiviso e un senso di riconoscimento[17]. L’amara ironia che la letteratura sulla solitudine tende a trascurare è che la manosfera funziona, per molti dei suoi membri, proprio come quel tipo di comunità maschile intima che le norme egemoniche rendono impossibile in altri ambiti. È, in questo senso, una risposta all’epidemia di solitudine maschile tanto quanto una delle cause delle sue peggiori manifestazioni.

La crisi della mascolinità e l’epidemia di solitudine maschile evidenziano difficoltà reali. I dati sulle reti di amicizia maschile, sui tassi di suicidio e sui livelli di testosterone non sono inventati, e questi problemi meritano seria attenzione. Ma il quadro narrativo individua erroneamente la causa nel femminismo e nell’avanzata delle donne, difendendo al contempo le norme (stoicismo, indisponibilità emotiva, divieto di chiedere aiuto) che invece causano il danno. E lo fa riciclando una struttura che è apparsa, con sorprendente regolarità, ogni volta che i rapporti di genere si sono trasformati dall’Ottocento in avanti.

Il dibattito più onesto e, in ultima analisi, più utile sul benessere degli uomini è quello che separa le due cose: le difficoltà reali, che meritano risposte politiche e sociali, e la narrazione ideologica che sfrutta tali difficoltà per opporsi all’uguaglianza. È un discorso più difficile di quello offerto dall’industria della crisi della mascolinità. Ed è, proprio per questo, quello necessario.

Il glossario dell’estremismo di destra, ideato e coordinato da Steven Forti, si nutre della collaborazione di storici, sociologi, politologi e sociolinguisti di diversi paesi europei membri di ARENAS (Analysis of and Responses to Extremist Narratives), progetto finanziato dal programma di ricerca e innovazione Horizon Europe dell’Unione europea.
[1] Scott Galloway, Notes on Being a Man, Simon & Schuster, 2025.
[2] La manosfera è una rete online diffusa che comprende attivisti per i diritti degli uomini, artisti della seduzione (pick-up artists), incels e altri gruppi incentrati sulla mascolinità, le relazioni di genere e la percezione dello svantaggio maschile. Ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato alla red pill.
[3] Raewyn W. Connell, Masculinities, University of California Press, 1995. La riformulazione chiave del concetto si trova in Raewyn W. Connell e James W. Messerschmidt, “Hegemonic Masculinity: Rethinking the Concept,” Gender & Society, vol. 19, n. 6, 2005.
[4] Francis Dupuis-Déri, La crise de la masculinité: autopsie d’un mythe tenace, Éditions du Remue-Ménage & Points, 2018. Sul caso spagnolo, si veda l’opera di Marie Walin citata in Dupuis-Déri. Su Québec e Francia, si veda Francis Dupuis-Déri (a cura di), Antiféminismes et masculinismes d’hier à aujourd’hui, PUF, 2019.
[5] La questione del gender gap nel voto ai partiti di estrema destra è complessa e varia da paese a paese. Tuttavia, studi recenti mostrano in generale differenze significative nel voto dei giovani ai partiti di estrema destra a seconda del sesso. Cfr., ad esempio: Ðorđe Milosav, Zachary Dickson, Sara B. Hobolt, Heike Klüver, Theresa Kuhn, Toni Rodon, “The youth gender gap in support for the far right”, Journal of European Public Policy, vol. 33, n. 2, 2026.
[6] Birgit Sauer (con Otto Penz), Konjunktur der Männlichkeit. Affektive Strategien der autoritären Rechten, Campus Verlag, 2023. Si veda poi American Institute for Boys and Men, Male Loneliness and Isolation: What the Data Shows, AIBM, agosto 2025. Sulla dimensione politica transnazionale, si veda Seva Gunitsky, “The Incel Global Order,” Hegemon, aprile 2026.
[7] Ocse, “Social Connections and Loneliness in Oecd Countries”, ottobre 2025.
[8] Soum D. Lokeshwar et al., “Decline in Serum Testosterone Levels Among Adolescent and Young Adult Men in the Usa”, European Urology Focus, vol. 7, n. 4, 2021. Lo studio di riferimento è Thomas G. Travison et al., “A Population-Level Decline in Serum Testosterone Levels in American Men”, Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, vol. 92, n. 1, 2007.
[9] Emma Grundtvig Gram, Brooke Nickel et al., “Selling Masculinity. A Qualitative Analysis of Gender Representations in Social Media Content about ‘Low T’”, Social Science & Medicine, 2026.
[10] In generale, il tasso di suicidi è più alto tra gli uomini che tra le donne. In Inghilterra e Galles, per esempio, è circa tre volte superiore; negli Stati Uniti, quattro volte superiore. Cfr. Office for National Statistics, “Suicides in England and Wales: 2023 Registrations”, 2024. Per gli Stati Uniti, cfr. Centers for Disease Control and Prevention, Suicide Data and Statistics, 2024.
[11] John MacInnes, The End of Masculinity, Open University Press, 1998, p. 47.
[12] La storia accademica del concetto è tracciata in: Timothy A. Winter, “Crisis of Masculinity”, in Cynthia Adams (a cura di), American Masculinities: A Historical Encyclopedia, SAGE, 2004, pp. 118-119; e in Michael Kimmel, Manhood in America: A Cultural History, Free Press, 1996.
[13] Zira Box, La nación viril. Género, fascismo y regeneración nacional en la victoria franquista, Alianza, 2025.
[14] Susan Faludi, Backlash: The Undeclared War Against American Women, Crown Publishers, 1991; Id., Stiffed: The Betrayal of the American Man, Morrow, 1999.
[15] Robert Bly, Iron John: A Book About Men, Addison-Wesley, 1990. Sulla successiva frammentazione dei movimenti maschili, cfr. Michael Messner, Politics of Masculinities: Men in Movements, SAGE, 1997.
[16] Ana Yara Postigo-Fuentes, “Relational Humor and Identity Framing in the ‘Virgin vs. Chad’ Meme Format”, Behavioral Sciences, vol. 15, n. 9, 2025.
[17] Debbie Ging, “Alphas, Betas, and Incels: Theorizing the Masculinities of the Manosphere”, Men and Masculinities, vol. 22, n. 4, 2019.

0 commenti

  • Non ci sono ancora commenti. Lascia il tuo commento riempendo il form sottostante.

Lascia un commento