Cosa c’è sotto il tabù evocato da Meloni. E da chi non apprezza la Costituzione

9 Luglio 2026
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Carlo Di Marco - strisciarossa

La Meloni, dopo aver abbattuto il tabù dei presidenti della Repubblica che sarebbero stati tutti di sinistra (forse come Leone, Gronchi, Segni e altri) per cui adesso si giustificherebbe l’elezione di un presidente di destra e dopo aver mostrato del fastidio per il nuovo fenomeno Vannacci, ora sembra aver capito che con questo deve fare i conti altrimenti dovrebbe rinunciare al suo disegno eversivo. Questo, infatti, come noto, punta a un presidenzialismo sui generis raggiungibile senza cambiare la Costituzione (meglio stare lontani dai referendum costituzionali), all’Autonomia Differenziata per cui l’iter delle preintese è già avviato nonostante la Corte costituzionale, laddove l’altro obiettivo di avere un sistema giudiziario asservito al Governo è per il momento miseramente naufragato.

Per avere tutto questo, c’è bisogno di un centro-destra compatto, senza sfilacciature né di destra né di sinistra (si fa per dire) e il fenomeno Vannacci che assorbe al momento (sembrerebbe dai sondaggi) circa il 6% dei voti di centro destra, proprio per quelle finalità irrinunciabili non poteva essere né ignorato né denigrato per apparire, da parte della Meloni, a capo di una destra “moderna” che usa toni pacati e plausibili. D’altronde, i linguaggi di Vannacci la Meloni in passato li ha usati a iosa e si vede lontano un miglio che vorrebbe tornare ad usarli. Il problema è che in una Repubblica democratica e antifascista, se si è a capo del Governo, purtroppo non si può. Almeno per ora, ma vorrebbe rifarsi al più presto.

È questa cosa strana che c’è di traverso: la Repubblica democratica, pluralista e antifascista. Dove ci sono addirittura organi di garanzia costituzionale perché, cosa ancora più strana, c’è una Costituzione rigida che primeggia sulle leggi. Ma come? Non bastava il Parlamento che fa le leggi? No, questa Costituzione rigida si permette di primeggiare anche sulle leggi. Ai neofascisti del Governo, in altre parole, è invisa questa Repubblica: essi vorrebbero il ritorno alla Nazione del duce tant’è che la Meloni non pronuncia nemmeno la parola Repubblica. Così, per la cronaca, rammento che la parola Nazione (così abusata dalla Meloni) in Costituzione è pronunciata quattro volte, la parola Repubblica (ignorata dalla Meloni) novanta volte o giù di lì.

Il disegno è evidente, ma per abbattere questa Repubblica c’è bisogno di qualche passaggio che senza ombra di dubbio la premier ha ben compreso: la riforma della Costituzione in senso nazionalistico non è praticabile, e questo è purtroppo (per lei) assodato, ma anche con un Parlamento come questo (ridotto alla mercé del Governo), c’è bisogno di un passo ulteriore per ottenere tutto anche senza toccare la Costituzione. Basta avvicinarsi molto o moltissimo a quella fatidica maggioranza qualificata che permetterebbe lo stravolgimento della Costituzione (quindi della Repubblica) senza arrivare al referendum costituzionale. Questa maggioranza equivale ai 2/3 degli aventi diritto pari al 66,6% periodico nei due rami del Parlamento. È questo il disegno eversivo pensato dal nuovo fascismo al potere. Certo, portato avanti da un centro-destra molto unito fino alla batosta colossale del 23 marzo scorso, ma nella torbida brigata nera tutti sono consapevoli che se non superano unitariamente il 42% dei consensi alle prossime elezioni politiche con la legge elettorale che si stanno cucendo insieme su misura (con il Rosatellum non sarebbe possibile) questo progetto eversivo salterebbe in aria.

Dubito fortemente che lo schema che si sono dati con la legge elettorale in discussione in Parlamento (ddl AC 2822) possa subire modifiche per l’approvazione definitiva: è tagliato su misura e perfettamente calzante alla bisogna. Prevede l’abolizione dei collegi uninominali previsti dal Rosatellum. Vero che nel 2022 andarono per l’80% al centro destra, ma per la divisione del centro sinistra. Ora l’aria sembra cambiare e il rischio che i collegi vadano in gran parte al centro sinistra esiste. Nei collegi uninominali maggioritari si vince con un voto in più e nell’ipotesi di unità delle sinistre, il rischio è altissimo. Ergo, cancellare i collegi uninominali e correggere il proporzionale con un premio per la coalizione che ha vinto a livello nazionale è un’ottima mossa. Si annullerebbe il risultato territoriale che non avrebbe più valore nemmeno per il Senato che dovrebbe essere eletto, invece, su base regionale (art. 57 Cost.).

Con il premio, peraltro, si stravolgerebbe la rappresentanza: si avrebbe la sovra rappresentanza del vincente e la sotto rappresenta del perdente. Ma perché un maxi-premio a cifra fissa (70 deputati e 35 senatori)? Per esempio, non basterebbero 60 e 30 o altro? No perché secondo un calcolo aritmetico è quella la cifra che porterebbe questa maggioranza a confermare il suo potere come nel 2022. Si aprirebbe così la disproporzionalità fra rappresentanza e risultato elettorale. Quest’ultimo, infatti, non avrebbe coerenza con il principio di rappresentanza.

Le liste resterebbero completamente bloccate affinché non sia l’elettorato a scegliere nessuno dei propri candidati, né nel proporzionale, né per il premio. A quest’ultimo proposito, vi sarebbe il paradosso che nelle regioni in cui lo schieramento nazionale vincente perdesse, con il premio potrebbero essere recuperati i candidati trombati, vanificando il voto degli elettori.

La proposta di indicare obbligatoriamente la persona da proporre al Capo dello Stato nella documentazione elettorale ha poi un duplice obiettivo: compromettere le prerogative del PR che potrebbe sentirsi obbligato ad incaricare quella persona per la coalizione vincente; forzare le scelte delle sinistre che sarebbero costrette a scegliere un “capo” rischiando di dividersi.

I profili di incostituzionalità sono evidenti, ma se la legge dovesse essere approvata si aprirebbero diversi scenari. Il primo riguarda il Presidente della Repubblica: vero che questi potrebbe rinviare alle Camere la legge stessa anziché promulgarla secondo il principio della “manifesta incostituzionalità”, ma nel caso la legge fosse dal Parlamento riapprovata tal quale, il Capo dello Stato sarebbe obbligato alla promulgazione. Certo sarebbe uno scenario inedito e fortemente destabilizzante: si aprirebbero tensioni istituzionali a cui forse la destra neofascista aspira: uno dei tabù sdoganati dalla destra di Trump, grande mentore, è proprio il tentativo di colpo di Stato.

L’altro scenario sarebbe quello delle elezioni che ci saranno fra meno di un anno: il Parlamento eletto, anche se con una legge di dubbia costituzionalità, inizierebbe a funzionare. Non ci potrebbero essere i tempi per una pronuncia della Corte prima di questo. Adita la Corte costituzionale dopo le elezioni, tuttavia, essa partirebbe dalla propria giurisprudenza ormai consolidata (sentt. 1/2014; 35/2017) che aveva dichiarato l’incostituzionalità parziale del porcellum e dell’Italicum, ma confermerà le “maglie larghe” (“troppo larghe” per dirla con Villone) relative ai principi di “manifesta incostituzionalità” e di “manifesta irragionevolezza”, che lasciano al legislatore (quindi a questo Parlamento), pur nei limiti di quei principi, ampia discrezionalità in materia elettorale. Ma ad elezioni avvenute con il melonmelonellum o stabilicum che dir si voglia, i giochi saranno stati in gran parte già conclusi: al di là di quale schieramento avrà superato il 42%, avremo un capo che inizierà (se sarà la Moloni), un massiccio percorso di revisione costituzionale per abbattere la Repubblica e costruire la Nazione neo-fascista, investendo anche economicamente, con l’appoggio della parte più nera dell’economia, per l’acquisto dei pochi voti mancanti ai 2/3 del Parlamento a cui con il premio di maggioranza ci si era pericolosamente già avvicinati. Nel caso, invece il capo sarà l’esponente della sinistra, vorrà dire che essa avrà ben lavorato per riportare al voto i milioni di cittadini di sinistra che non votano più al fine di impedire questo disegno eversivo. Almeno, si potrà gridare vittoria: la Repubblica democratica, pluralista e antifascista sarà salva. Tutto il resto (non sarà poco, ma moltissimo) si vedrà dopo.

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