Dove va a finire la democrazia occidentale?

15 Settembre 2026
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Andrea Pubusa

 

Com’è noto, il film documentario ‘Naza’, il cui titolo fa riferimento a un acronimo militare ebraico traducibile come “danno collaterale, contiene le testimonianze di soldati dell’Idf sugli attacchi israeliani a Gaza. Naturalmente, è ammissibile, quasi ovvia, la smentita delle autorità israeliane, accusate di averli ordinati, ma i vertici di Tel Aviv non si limitano a questo.  Viene emanata una condanna e che condanna!, durissima. E si preannunciano sanzioni pesantissime dai vertici militari e politici israeliani.
Sul film documentario airriva la reazione anzitutto del primo ministro Benyamin Nethanyahu. In un video pubblicato sui social, attacca smodatamente la pellicola premiata alla Mostra del cinema di Venezia: “è sconvolgente - afferma -. Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo in tutto il mondo, ma quando proviene da dentro di noi, è intollerabile”. Aveva iniziato il capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano Eyal Zamir. Ha promesso chiarezza su quello che ha definito, “un tentativo deliberato di minare la legittimità dell’Idf e dello Stato di Israele”, ma è già giunto alla conclusione. “Non permetteremo - ha affermato Zamir - che i soldati dell’Idf vengano trasformati in bersagli attraverso menzogne e infamanti accuse di sangue”, e avverte “un simile tentativo va contrastato con decisione, utilizzando ogni strumento a nostra disposizione: legale, di comando e di diplomazia pubblica”.
Perciò il capo dell’esercito ha disposto una indagine, incaricando il procuratore generale militare di “valutare e promuovere possibili iniziative legali riguardanti il film e i soggetti coinvolti”. Le dichiarazioni di Zamir sono molto chiare: “Si tratta di un attacco allo Stato di Israele, non soltanto all’Idf. Il film fa proprie le narrazioni di chi odia Israele”. Ciò che disturba Tel Aviv è il clamore attorno al film che a Venezia ha ricevuto il premio speciale della giuria e a cui il pubblico ha dedicato una standing ovation di 25 minuti, mai così lunga.

Ora i registi, sono in pericolo. Basta, per convincersene, sentire il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Su X, rivolgendosi direttamente ai registi Rachel Szor e Yuval Abraham, ha scritto: “A coloro che diffamano i nostri eroici combattenti, che rischiano la loro vita affinché possiamo vivere in pace e sicurezza, io dico: voi siete una vergogna e un disonore per l’intero popolo d’Israele. Andatevene. Sono sicuro che i vostri amici, i nostri nemici di Hamas a Gaza, vi accoglieranno a braccia aperte!”. Il ministro della Cultura, Miki Zohar, per i due cineasti ha chiesto senz’altro la revoca della cittadinanza israeliana.
Un palese attacco, quello delle autorità israeliane alla libertà di manifestazione del pensiero, ma le cancellerie europee, così preocupate a difendere i valori occidentali con Russia, Cina, Iran e non allineati vari, tacciono. Tutto normale. 
“Turbata dalla risposta autoritaria” al film in Israele è invece la società che ha prodotto il documentario, la Guardian News and Media: “Naza - precisa - è frutto di oltre tre anni di giornalismo d’inchiesta” e assicura che “difenderà con fermezza Naza, e il team che lo ha realizzato, da qualsiasi attacco o tentativo di censura”.
I registi ovviamente sono preoccupati, dubitano di poter rientrare nelle loro case a Tel Aviv. C’è timore anche per la loro incolumità.
E allora vien da chiedersi dove sono i mitici valori occidentali se la libertà di manifestazione del pensiero è così clamorosamente violata? Bastano le elezioni a qualificare un paese come democratico? Si dice che Israele è l’unica democrazia mediorientale, perché si vota. Ma se commette crimini di guerra o, peggio, un genocidio, mantiene questa qualifica? E se sanziona chi critica il governo? E in Ucraina c’è democrazia senza elezioni? Che differenza c’è rispetto all’Iran? E noi, in Italia, che intendiamo approvare una legge che qualifica come antisemitismo le critiche alla politica del governo di Tel Aviv, non stiamo seguendo la stessa strada? Eppure l’art. 21 Cost. tutela la libertà di pensiero e le sue esternazioni.

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