Danilo Cocco

Bruno Trentin, l’estensore del primo Programma Fondamentale della CGIL nel 1991, sottolineava nei suoi scritti e nei suoi interventi che è necessario porsi il problema di cosa si produce, per chi si produce e con quale sostenibilità ambientale e sociale.
Un tema, quindi, di enorme importanza per i ragionamenti politico sindacali della nostra Organizzazione.
Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 agosto 2026, a Lula, piccolo comune della Barbagia in provincia di Nuoro, un attentato incendiario ha distrutto le automobili di due ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), impegnati nelle attività di rilevamento propedeutiche alla costruzione dell’Einstein Telescope.
Questo fatto di cronaca ha visto innescarsi un confronto, anche molto “crudo”, tra posizioni differenti su quest’opera, alla quale la CGIL Sarda ha accordato il suo sostegno fin dall’ultimo congresso.
Nel confronto, com’è naturale, sono emerse posizioni incondizionatamente a favore, posizioni contrarie, posizioni che esprimevano dei dubbi e delle criticità riguardanti i processi che hanno accompagnato la candidatura del sito ad ospitare quest’opera, o anche sulla probabilità che tecnologie e know-how sviluppati nel sito, essendo per loro natura dual-use (ovvero, con possibilità di impego sia in ambito civile che militare), potessero essere trasferite verso una nazione, Israele, sulla cui politica genocidiaria forse qualche anno fa non eravamo tutti convinti ma speriamo che oggi sia definitivamente assodata.
Non solo: alcune perplessità riguardano anche la possibilità che le procedure di sicurezza che saranno adottate per la protezione del sito possano sfociare in una segretazione di attività, dati, procedure che potrebbero avere un qualsiasi impatto sull’area e sui territori delle comunità coinvolte nel progetto, similmente a quanto accade nelle aree sotto il controllo del demanio militare.
Segretazione che sottrarrebbe la possibilità di un controllo democratico degli effetti delle attività svolte anche alle istituzioni locali, e di conseguenza alle stesse comunità.
Quello che riteniamo innaturale, però, è voler dirigere il confronto sul progetto dell’Einstein Telescope su una direttrice binaria: o si è a favore o si è contro.
In quest’ottica si sono ribaltate dichiarazioni di condanna per un gesto di violenza che contenevano qualche dubbio su modalità, processi o prospettive in un appoggio ai violenti (non entrando neppure nel o sfiorando appena il merito delle questioni poste).
Questo non è accettabile, al pari degli atti violenti e intimidatori.
Il pensiero critico si nutre di dubbi. Ciò che non ammette il dubbio, la domanda, è il dogma. Sui dogmi si costruiscono regimi autoritari, non società democratiche: Trentin ci esorta a porci delle domande ben precise, e non possiamo esimerci dalla pratica del ragionamento e del confronto, nel rispetto di posizioni diverse, per cercare (e chiedere) risposte.
Partiamo da un fatto: il Memorandum d’intesa Italia-Israele, ratificato con la L. 94/2005, non è stato disdetto. Nell’aprile di quest’anno il governo ne ha sospeso il rinnovo automatico, ma ciò non significa che un rinnovo sia escluso o impossibile.
Uno dei pilastri del Memorandum è la cooperazione nel settore della ricerca e sviluppo tra i ministeri della difesa italiano e israeliano, attraverso programmi congiunti, bandi misti, scambio di scienziati e tecnici, condivisione di informazioni scientifiche, gruppi di lavoro tecnici.
Il dubbio che accompagna questo fatto è che il progetto comprenda lo sviluppo di tecnologie che abbiano una loro valenza sia in ambito civile che militare, in un momento come quello attuale in cui l’Europa è attraversata da forti pulsioni di riarmo a difesa di un Occidente sempre più militarizzato anziché esercitare una autorevole politica di distensione e convivenza pacifica tra i popoli del mondo.
Siamo consapevoli che sia ben difficile separare la valenza civile e quella militare dei programmi di ricerca e sviluppo scientifico e tecnologico, ma questo non può impedire di chiederci (e chiedere) se siano stati previsti, stilati e sottoscritti dei protocolli etici che impediscano il trasferimento di conoscenze e tecnologie verso il settore militare, e a maggior ragione verso paesi, come Israele (ma non solo), i cui governi siano responsabili di gravi violazioni del diritto internazionale, crimini di guerra o delle convenzioni sui diritti umani.
Il progetto dell’Einstein Telescope, al pari di altri (come, ad esempio, il SESAME), sono straordinarie opportunità di avanzamento della conoscenza, oltre a rappresentare una occasione di sviluppo economico per il territorio che li ospita (sulla quale, ad ogni modo, i reali impatti andrebbero adeguatamente contrattati da subito), a condizione che non alimenti un complesso militare-industriale già abbondantemente pervasivo (specie in Sardegna) e sempre meno compatibile con la sostenibilità ambientale e sociale delle attività umane.
Sposiamo senza riserve, e non da oggi, il concetto che le guerre non cominciano quando il primo colpo viene sparato: cominciano quando quel colpo viene prodotto, acquistato e reso disponibile a chi se ne vuole servire per colpire l’avversario.
Attendiamo fiduciosi che la Magistratura porti a termine le indagini sul grave episodio intimidatorio che nella notte tra l’1 e il 2 agosto ha offeso le ricercatrici e i ricercatori dell’INGV, e l’intera comunità sarda, e ne chiarisca il movente; qualunque esso sia, non possiamo che condannare l’azione.
Allo stesso tempo, attendiamo che arrivi anche una risposta circa i limiti al trasferimento verso l’industria degli armamenti, nazionale e internazionale, dei risultati dei programmi di ricerca che saranno portati avanti nell’ambito del progetto Einstein Telescope, un tema sul quale una presa di posizione netta della CGIL Sarda sarebbe quanto mai opportuna.



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