Gianna Lai - Comitato Naz. ANPI
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Il riarmo al centro della politica di questo governo autoritario, per garantire il finanziamento dell’industria bellica, e poi austerità imposta a tutti i popoli: in Italia un miliardo in più le spese militari nel 2025, rispetto ai 7,5 miliardi del ‘24. L’emergenza guerra esautora il parlamento, mentre invece è necessario riaprire il dibattito parlamentare sulla materia dell’invio delle armi, che è di rilevanza costituzionale: quali i termini della questione che vede il nostro Paese contribuire al riarmo mondiale? La decisione del governo avviene a seguito delle deroghe a leggi di rilevanza costituzionale che caratterizzano tutta la nostra politica estera, fondata sull’art.11 della Costituzione. Infatti, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, scatta la deroga alla legge 185/90 su produzione, commercializzazione e movimentazione di sistemi d’arma, che vieta traffici di armamenti con i paesi in guerra, e che contiene anche la conversione a scopi civili delle fabbriche di armi, secondo l’art. 41 della Costituzione. Dice l’art. 1 della legge 185/90 derogata dopo il 23 febbraio: “L’esportazione e l’importazione di materiale di armamenti devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
In deroga anche le leggi 125 del 2004, sulla cooperazione e le missioni di pace, e la legge 145 del 2016 sulle missioni militari. Tre leggi su movimentazione armi, missioni di pace e missioni militari, elementi di un unico sistema di politica estera, in riferimento alla risoluzione delle controversie internazionali. Si tratta di materia che compete al parlamento e che, se prima era posta in capo al ministro degli esteri, adesso, con la deroga, è posta in capo direttamente al presidente del Consiglio coadiuvato dal ministro degli esteri e della difesa. Mentre il segreto di Stato impedisce il controllo sulle banche impegnate in compra-vendita e movimentazione di sistemi d’arma, né viene garantito il tracciamento delle nostre armi, sicché contribuiamo alla crescita di quel pauroso mercato nero delle armi che si sviluppa in Ucraina, denunciato con grande allarme anche da Bruxelles. E se la Nato decide per noi la quantità di Pil da dedicare al riarmo, ora la Ue definisce un enorme programma di commesse industriali grazie ai rimborsi garantiti a chi produce armamenti destinati all’ Ucraina, mentre l’Inghilterra manda a Kiev missili che possono raggiungere la stessa Mosca. Così la Germania diviene la più grossa produttrice di armamenti, così aumentano le commesse per Leonardo in Italia, controllato dal ministro dell’economia, + 74% di utili nel primo semestre ‘26, che collabora con i turchi, con i tedeschi e con Israele, impresa Vision, e che apre fabbriche anche in Ucraina. E intanto la ricerca è ormai orientata verso il dual-use, civile e militare insieme, mentre le nostre armi arrivano dapertutto, Emirati arabi compresi. In particolare quelle prodotte in Sardegna da Rwm-Rheinmetal a Domusnovas, + 39% cresce il fatturato Rheinmetal per il ‘26, mentre si amplia la fabbrica col consenso di Comune e Regione, in un territorio ad alto rischio idrogeologico, e i movimenti popolari ne chiedono la riconversione al civile.
Una spinta verso la guerra, una ricerca spasmodica del nemico secondo la migliore tradizione trasmessaci intatta dall’ideologia del ventennio fascista, ma la Russia è in Europa e ci ha salvato da Hitler! Nè le guerre si possono mai vincere, vinceremo lasciamolo dire ai fascisti, o al minstro Crosetto che parla delle basi militari in Sardegna, secondo una sua visione tipicamente neocoloniale: “l’isola territorio chiave per il sistema di difesa dell’Italia e del fronte occidentale”. Ma evidentemente non solo la Sardegna, tre poligoni, il quarto bloccato dai movimenti popolari, se l’Italia vede occupati vastissimi territori, in tutte le regioni, da servitù militari. Oltre 100 le basi Nato e poi le basi americane, gestite spesso in regime di extraterritorialità, 12.400 i militari Usa nel 2022. A parte le regioni cosidette oberate, come si usa dire negli stessi ambienti militari, Sardegna, Sicilia, Friuli con relativo armamento nucleare quest’ultima, basti pensare alla Sesta flotta in permanenza a Napoli e all’intera costa laziale e della Toscana, e poi La Spezia, Pisa e Taranto e Gaeta, l’Italia tra le potenze militari più importanti, che schiera mezzi militari in alcuni fra i teatri di crisi più caldi del pianeta. In realtà tutte le regioni soffrono di questa vera invasione destinata alla preparazione della guerra, alle esercitazioni militari, all’addestramento di piloti e marinerie, alla sperimentazione dei più micidiali ordigni, missili, droni, ecc. Le servitù militari utili infine alla stessa messa in mostra e compra-vendita delle armi, quelle più ambite le “già sperimentate in combattimento”, come molte di esse portano impresso, negli oltre 50 conflitti che attualmente dilaniano il mondo. Tutti gli eserciti dell’occidente atlantico ammessi alle esercitazioni nei nostri poligoni, oltre naturalmente a Israele e ai paesi amici del Medio Oriente e del Nord Africa. E dobbiamo solo alla nostra Carta costituzionale e alla protesta popolare massiccia di questi anni, alla stessa mobilitazione creata dalla Flotilla per Gaza, se il governo Meloni non li ha concessi, i poligoni, direttamente come appoggio e logistica agli eserciti israeliani e americani proprio per le guerre nel Medio Oriente.



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