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	<pubDate>Sat, 25 May 2013 05:00:21 +0000</pubDate>
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		<title>Il profeta di strada</title>
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		<pubDate>Sat, 25 May 2013 05:00:21 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Moni Ovadia

Non possiamo non ricordare Don Andrea Gallo, prete, partigiano, sempre con gli ultimi. Lo facciamo oggi con uno scritto di Moni Ovadia, apparso sul Manifesto, domani con uno degli ultimi scritti di Don Gallo. 
Don Andrea Gallo, mio fratello, ci ha lasciato. Io che non credo ma che conoscevo la sua forte fibra e resistenza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><font color="#333399">Moni Ovadia</font></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p><strong><em><font color="#ff0000">Non possiamo non ricordare Don Andrea Gallo, prete, partigiano, sempre con gli ultimi. Lo facciamo oggi con uno scritto di Moni Ovadia, apparso sul Manifesto, domani con uno degli ultimi scritti di Don Gallo.</font></em></strong> </p>
<p>Don Andrea Gallo, mio fratello, ci ha lasciato. Io che non credo ma che conoscevo la sua forte fibra e resistenza, pure fino all&#8217;ultimo ho sperato che il suo sorriso potesse fare il miracolo. Prete da marciapiede come si è sempre definito, è stato uno dei sacerdoti più noti e più amati del nostro sempre più disastrato Paese. Non solo per me, siamo in centinaia di migliaia di persone che da sempre lo abbiamo sentito come un fratello, una guida, un maestro, un compagno.<br />
Ma il «Gallo» è stato prima di tutto e soprattutto un essere umano autentico. Che in yiddish si dice «a mentsch». La nostra nascita nel mondo come donne e uomini, è un evento deciso da altri anche se la costruzione in noi del capolavoro che è un essere umano autentico, dipende in gran parte dalle nostre scelte. Il tratto saliente di questo percorso, è l&#8217;apertura all&#8217;altro laddove si manifesta nella sua più intima e lancinante verità ovvero nella sua dimensione di ultimo, sia egli l&#8217;oppresso, il relitto, il povero, l&#8217;emarginato, il disprezzato, l&#8217;escluso, il segregato, il diverso.<br />
L&#8217;apertura all&#8217;altro, sia chiaro, non si manifesta nel melenso atto caritativo che sazia la falsa coscienza e lascia l&#8217;ingiustizia integra e perversamente operante, ma si esprime nella lotta contro le ingiustizie, nell&#8217;impegno diuturno per la costruzione di una società di uguaglianza, di giustizia sociale in una vibrante interazione di pensiero e prassi con una prospettiva tanto laicamente rivoluzionaria, quanto spiritualmente evangelica. Il «Gallo» è stato radicalmente cristiano, sapendo che il messaggio di Gesù è un messaggio rivoluzionario, radicale e non moderato ed è per questo che l&#8217;hanno messo in croce, per la destabilizzante radicalità del cammino che indicava. «Beati gli ultimi perché saranno i primi» non è un invito a bearsi in una permanente condizione di minorità per il compiacimento delle classi dominanti, ma è un&#8217;incitazione a mettersi in cammino per liberare l&#8217;umanità dalla violenza del potere, per redimerla con l&#8217;uguaglianza.<br />
La parola ebraica ashrei, tradotta correntemente con beato, si traduce meno proditoriamente con in marcia come propone il grandissimo traduttore delle scritture André Chouraqui.<br />
È questa consapevolezza che ha fatto di don Gallo un profeta e non nell&#8217;accezione volgare e stereotipata con cui spesso si vuole sminuire o sbeffeggiare il ruolo di questa figura, ma nel senso più profondo di uomo che ha incarnato la verità dei grandi pensieri ripetutamente e capziosamente pervertiti dai funzionari del potere, siano essi i soloni del regno terreno, siano essi i chierici del cosiddetto regno celeste. Questa è la ragione per la quale il profeta trasmette la parola del divino e il divino del monoteismo ha eletto come suo popolo lo schiavo e lo straniero, l&#8217;esule, lo sbandato, il fuoriuscito, il diverso, il meticcio avventizio perché tali erano gli ebrei e non un popolo etnicamente omogeneo come oggi vorrebbe uno sconcio delirio nazionalista.<br />
Nella sua fondamentale opera «Se non ora adesso» (pubblicata da Chiarelettere) che deve essere letta da chiunque voglia capire le parole illuminate di questo prete da marciapiede, Gallo ci ha ricordato che l&#8217;etica è più importante della fede, come il filosofo e grande pensatore dell&#8217;ebraismo Emmanuel Lévinas suggerisce nel suo saggio «Amare la Torah più di Dio». Come già il profeta d&#8217;Israele Isaia dichiara con parole infiammate, il Santo Benedetto stesso chiede agli uomini di praticare etica e giustizia perché disprezza la fede vuota e ipocrita dei baciapile:<br />
«Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco&#8230; Smettete di presentare offerte inutili, l&#8217;incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l&#8217;oppresso, rendete giustizia all&#8217;orfano, difendete la causa della vedova». Il profeta autentico non predice il futuro, non è una vox clamans nel deserto, è l&#8217;appassionata coscienza critica di una gente, di una comunità, di un&#8217;intera società, ed è questa coscienza che si incide nella prole perché le parole diventino fatti, azioni militanti ad ogni livello della relazione interumana e per riconfluire in parole ancora più gravide di quella coscienza trasformatrice.<br />
Questo è a mio parere il senso che don Gallo attribuisce al Primato della Coscienza espresso mirabilmente nel documento conciliare «Nostra Aetate» uscito dal Concilio Vaticano Secondo voluto da Giovanni XXIII, il «papa buono», ma buono perché giusto.<br />
Con il poderoso strumento della sua coscienza cristiana, antifascista, critica, militante, laica ed evangelicamente rivoluzionaria, il prete cattolico Gallo, è riuscito a confrontarsi con i temi socialmente più urgenti ed eticamente più scabrosi smascherando i moralismi, le rigidità dottrinarie, le ipocrisie che maldestramente travestono le intolleranze per indicare il cammino forte della fragilità umana come via per la liberazione.<br />
Quest&#8217;ultima e intima verità dell&#8217;uomo, Andrea Gallo la sapeva, la sentiva e la riconosceva nelle parole più impegnative delle scritture perché istituiscono l&#8217;umanesimo monoteista ma anche l&#8217;umanesimo tout court nella sua dirompente radicalità: «Ama il prossimo tuo come te stesso, ama lo straniero come te stesso, ciò che fai allo straniero lo fai a Me».<br />
La passione per l&#8217;uomo, per la vita e per l&#8217;accoglienza dell&#8217;altro, si sono così coniugate in questo specialissimo uomo di fede con un folgorante humor che dissìpa ogni esemplarità predicatoria per aprire la porta del dialogo fra pari a chiunque voglia entrare, crisitano o mussulmano, ebreo o buddista, credente o ateo.<br />
In don Gallo si è compiuto il miracolo dell&#8217;ubiquità: lui è stato radicalmente cristiano e anche irriducibilmente cattolico, ma potrebbe anche essere ricordato come uno tzaddik chassidico, così come è stato un militante antifascista ed un laicissimo libero pensatore.<br />
Per me il Gallo resta un fratello, un amico, una guida certa, un imprescindibile e costante riferimento.<br />
Per me personalmente, la speranza tiene fra le labbra un immancabile sigaro e ha il volto scanzonato di questo prete ribelle.<br />
 </p>
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		<title>Farla franca, ecco l&#8217;obiettivo delle larghe intese!</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 03:59:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Amsicora
Avete sentito? I giudici del Tribunale di Monza hanno dichiarato la prescrizione per il reato di concussione contestato a Filippo Penati. Questo non era un dirigente qualunque, era uno dei collaboratori più stretti di Bersani. Ed era imputato per il cosiddetto &#8220;Sistema Sesto&#8221;. L&#8217;ex presidente della Provincia di Milano era accusato per presunte tangenti legate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><font color="#ff0000">Amsicora</font></strong></p>
<p>Avete sentito? I giudici del Tribunale di Monza hanno dichiarato la prescrizione per il reato di concussione contestato a Filippo Penati. Questo non era un dirigente qualunque, era uno dei collaboratori più stretti di Bersani. Ed era imputato per il cosiddetto &#8220;Sistema Sesto&#8221;. L&#8217;ex presidente della Provincia di Milano era accusato per presunte tangenti legate alle aree ex Falck e Marelli.<br />
Ora, Filippo Penati non sarà processato per i reati di concussione connessi alle riqualificazioni dei quelle aree. Il tribunale ha dichiarato di non poter procedere, essendo intervenuta la prscrizione. E avete udito la grande buffonata? Penati aveva sempre detto di voler rinunciare alla prescrizione, per provare - diceva - la sua innocenza. Ma ieri era assente in aula. E, si sa, alla prescrizione può rinunciare solo l&#8217;interessato, non il difensore. Viste le sue ripetute dichiarazioni, al momento di pronunciare la conferma dell&#8217;avvenuta prescrizione dei reati, il giudice ha sospeso l&#8217;udienza in attesa che l&#8217;avvocato difensore dell&#8217;ex Presidente della Provincia di Milano Matteo Calori, lo contattasse per avere conferma circa le sue intenzioni di presentarsi in aula e pronunciarsi circa la volontà di opporsi alla sentenza di prescrizione, eventualmente ricorrendo anche in Cassazione. Ma, guarda caso, Penati è irraggiungibile! La risposta del difensore è stata desolante: &#8220;Penati non c&#8217;é ed io non posso al momento assumere la responsabilità di una sua decisione a riguardo&#8221;. Il processo continua per i reati di corruzione finanziamento illecito ai partiti relativi alla Milano-Serravalle e a Milano-Metropoli. Il giro di Penati era ampio, andava ben oltre la sua Sesto S. Giovanni.<br />
Ma Penati non demorde nel prendere per i fondelli gli italiani. &#8220;Come annunciato, già nei prossimi giorni, ha dichiarato senza vergogna, farò ricorso in Cassazione per annullare la sentenza di prescrizione voluta dai Pm per i fatti di 3 anni fa&#8221;.<br />
Un&#8217;ultima curiosità. Sapete perché è stata possibile una prescrizione così veloce per reati così gravi? Grazie all&#8217;ex ministra Severino, avvocato milionario, difensore di tanti malfattori d&#8217;altobordo. E&#8217; lei che, con l&#8217;appoggio convergente di PD e PDL, ha varato la &#8220;riforma&#8221; che ha reso possibile a Penati di scampare la sentenza.<br />
Morale della favola. Un tempo i compromessi fra forze politiche nascevano nel cuore della lotta: la Costituzione, per esempio, è nata dalla lotta partigiana e dall&#8217;alleanza fra le forze antifasciste. Il primo centro sinistra, all&#8217;inizio degli anni &#8216;60, sulla scuola dell&#8217;obbligo, la nazionalizzazione dell&#8217;energia elettrica, lo Statuto dei lavoratori. Berlinguer e Moro volevano il &#8220;compromesso storico&#8221; per sbloccare il sistema politico italiano, eliminando la <em>conventio ad excludendum</em> nei confronti dei comunisti.  C&#8217;era in campo il comune impegno contro il terrorismo delle BR. Dove nascono, oggi, le larghe intese fra PDL e PD? Nelle aule di giustizia: Penati ne è un esempio. All&#8217;orizzonte ci sono i processi al Cavaliere, i gravi giudizi contenuti nelle sentenze di ieri della Corte d&#8217;appello di Milano e della Cassazione, la sentenza della Corte d&#8217;appello di Palermo di Dell&#8217;Utri, ma sullo sfondo c&#8217;è anche l&#8217;<em>affaire</em> Monte dei Paschi, l&#8217;oscura vicenda della trattiva Stato/Mafia e i tanti processi a carico di amministratori del PDL e del PD. Il governo Letta ha il proprio <em>humus</em> in questo mondo oscuro del malaffare e nell&#8217;assoluta necessità di politici, esponenti dell&#8217;alta finanza e del mondo bancariio di farla franca.   </p>
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		<title>PD: che pensata per “inFinocchiare” gli Italiani!</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 04:00:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica Nazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Aldo Lobina
Un’altra bella pensata per “inFinocchiare” gli Italiani. Il PD, attraverso i suoi campioni, si sta rivelando in tutta la sua triste essenza. Se l’albero si riconosce dai frutti e i frutti sono questi.
Non bastava la navigazione a vista di un governo recidivo col PDL e Scelta Civica, privo di meta, litigioso, azzoppato dai  veti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#333399"><strong>Aldo Lobina</strong></font></p>
<p>Un’altra bella pensata per “inFinocchiare” gli Italiani. Il PD, attraverso i suoi campioni, si sta rivelando in tutta la sua triste essenza. Se l’albero si riconosce dai frutti e i frutti sono questi.<br />
Non bastava la navigazione a vista di un governo recidivo col PDL e Scelta Civica, privo di meta, litigioso, azzoppato dai  veti incrociati dei suoi sodali,  minacciato un giorno sì e uno no di  caduta a seconda delle fortune  giudiziarie di un uomo  (che sarebbe addirittura ineleggibile e non da oggi),  non bastava il tradimento delle promesse elettorali , precedute dalla pantomima delle primarie – che ho recentemente battezzato  più propriamente ultimarie – non bastava l’epifania di un “traghettatore” del partito che non c’è, messo a capo di una nomenKlatura resistente e autoreferenziale (e solo di quella), ecco spuntare  ad opera di sedicenti esponenti di un partito democratico  proposte di leggi non più ad personam – come quelle del PDL, ma ad partes contra partem. Contro quel Movimento denominato 5 Stelle, scelto da ben otto milioni di cittadini, che – stando alla bella pensata di Finocchiaro  - se la proposta  sarà trasformata in legge dello Stato - non avrà più titolo per concorrere alle elezioni.<br />
Davvero una bella testimonianza di democrazia da parte di un esponente candidato a ricoprire le più alte cariche dello Stato. Un campione, anzi una campionessa del partito che aveva inventato le sentinelle della democrazia, evidentemente non per difenderla, ma per impedire la sua espressione.<br />
Neanche Berlusconi era mai arrivato a osare tanto. La delegittimazione di un partito da parte di un altro, concorrente e altrettanto forte,  attraverso espedienti  di bassa lega è allarmante.<br />
Da questa signora senatrice e dal deputato Zanda ci saremmo aspettati  ben altre proposte di legge, utili a superare la grave depressione economica che attanaglia una sempre più vasta parte della nostra popolazione.  Non queste menate di fronte alle quali i 42 milioni di euro restituiti dai 5 Stelle parlano da soli e testimoniano che ad un partito vero non servono  finanziamenti pubblici i travestiti da rimborsi elettorali, ma un progetto condiviso da attuare con leggi semplici, non truffaldine. Del resto nei comuni esistono liste civiche che si propongono senza che nessuno si sogni di impedirne la corsa alle elezioni, purché seguano le procedure previste da leggi democratiche, quelle sì, che facilitano e regolano le procedure di arruolamento.<br />
Con questo non voglio dire che non serva una legge che promuova all’interno dei partiti e  dei movimenti  garanzie di un livello minimo di  trasparenza e democrazia, senza le quali, queste cinghie di trasmissione della società non funzionano e non assolvono i compiti riconosciuti loro dalla Costituzione.<br />
Altro è  impedire ai cittadini   associati il concorso alle elezioni con norme che parlano una sola lingua per escludere chi chiede – e con diritto – di amministrare il Paese, che è di tutti e non solo del   Partito Defunto di A. Finocchiaro.</p>
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		<title>Appello al Tavolo del centrosinistra sardo</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 03:51:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Politica Regionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Red
Il centrosinistra sardo si prepara alle elezioni regionali del prossimo anno. Il PD lo sta facendo in modo maldestro e controproducente per l&#8217;evidente difficoltà di mettere d&#8217;accordo le diverse anime e sopratutto i molteplici capicorrente. Questa discutibile conduzione dell&#8217;attività preparatoria, volta alla scelta del candidato presidente, desta vivo allarme nella sinistra sarda, poiché rischia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#FF0000"><strong>Red</strong></font></p>
<p><em><font color="#FF0000"><strong>Il centrosinistra sardo si prepara alle elezioni regionali del prossimo anno. Il PD lo sta facendo in modo maldestro e controproducente per l&#8217;evidente difficoltà di mettere d&#8217;accordo le diverse anime e sopratutto i molteplici capicorrente. Questa discutibile conduzione dell&#8217;attività preparatoria, volta alla scelta del candidato presidente, desta vivo allarme nella sinistra sarda, poiché rischia di consegnare al centrodestra la Regione per altri cinque anni, mentre l&#8217;inconcludenza di Cappellacci rende necessaria e possibile una vittoria del centro sinistra.<br />
Da queste preoccupazioni nasce l&#8217;appello che di seguito prubblichiamo che raccolgie molti consensi ed ha come primi firmatari </strong></font></em><font color="#FF0000"><strong><em>Vito Biolchini, Giovanni Dore, Dario Satta (consigliere PRC a Sassari),  Alessandro Mongili, Giuseppe Stocchino, Alfonso Orefice, Marinuccia Sanna.</em></strong></font></p>
<p><font color="#FF0000"><strong><em> </em></strong></font><font color="#FF0000"><strong>.</strong></font><br />
Venerdì 24 maggio e venerdì 1 giugno si riunirà il tavolo del centrosinistra sardo per discutere e decidere su programma, alleanze e modalità di scelta del candidato Presidente.<br />
Le scelte del centrosinistra investono temi decisivi che riguardano i sardi e la Sardegna e richiedono, a partire dagli iscritti e dagli elettori che si riconoscono in questo campo, che per le prossime elezioni regionali i contenuti del programma di governo e la scelta della leadership non possano essere assunte unilateralmente. Il centrosinistra ha fatto della partecipazione la sua ragione d’essere.<br />
In questo quadro tempi, modi e contenuti che si vanno profilando mettono a rischio natura e ruolo dell’alleanza, pregiudicando sia la partecipazione sia l’esito del voto. Ciò significherebbe ben più di una sconfitta elettorale di gruppi dirigenti autoreferenziali, e negherebbe la possibilità di un futuro diverso per i sardi e la Sardegna, vittime di una crisi aggravata dall’incapacità di governo del presidente Capellacci.<br />
Il prossimo governo dovrà essere espressione di un reale percorso di proposta, elaborazione, ascolto e sintesi, che deve avere tempi, contenuti e modi largamente condivisi, partecipati e sostenuti dai cittadini e nei territori. La scelta finale dovrà essere espressione dei valori di un moderno centrosinistra, che sappia parlare a tutta la società sarda con contenuti, donne, uomini e programmi distinti e distinguibili.<br />
Al tavolo ci sono forze che condividono questa impostazione e che credono al principio “una testa un voto” quale unico vincolo per concorrere attivamente alla costruzione collettiva e consapevole del progetto per una Sardegna sovrana del proprio destino.<br />
Facciamo, pertanto, appello al tavolo del centrosinistra ad invertire l’ordine delle priorità della discussione. Si avvii, con contenuti e modalità aperte ed inclusive quali quelle delineate, la fase politico-programmatica e della scelta della leadership, che deve avvenire con primarie aperte, ovvero con la presentazione della sola carta d&#8217;identità.</p>
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		<title>Stasera al Manamanà Gianni Mura con la sua &#8220;Ischia&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 00:17:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>

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		<description><![CDATA[Gianna Lai
Stasera alle 18,30 al Manamanà in piazzetta Savoia, su iniziativa dell&#8217;Ass. di lettori Miele Amaro, viene presentato, con la partcipazione dell&#8217;autore, il giornalista Gianni Mura, il romanzo &#8221;Ischia&#8221;. Feltrinelli. Ecco una recensione del libro a cura di Gianna Lai.
 
Se non fosse per chi li circonda, per chi ha bisogno urgente di  giustizia,  potrebbero finalmente dimenticare il loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#333399"><strong>Gianna Lai</strong></font></p>
<p><font color="#ff0000"><em>Stasera alle 18,30 al Manamanà in piazzetta Savoia, su iniziativa dell&#8217;Ass. di lettori Miele Amaro, viene presentato, con la partcipazione dell&#8217;autore, il giornalista Gianni Mura, il romanzo &#8221;Ischia&#8221;. Feltrinelli. Ecco una recensione del libro a cura di Gianna Lai.<br />
</em></font><font color="#000000"> </font></p>
<p><font color="#000000">Se non fosse per chi li circonda, per chi ha bisogno urgente di  giustizia,  potrebbero finalmente dimenticare il loro mestiere a Ischia, Michelle e Magrite. E tutto quel lavoro, e tutte quelle indagini ancora da chiudere a Parigi o a Nantes. E quel caos italiano di governi inetti e imbroglioneschi, che si alternano diversi, per  politiche sempre uguali. Una vacanza al mare,  appena dissimulata dalla necessità di riposo e di  cure per la lombalgia, una prova di convivenza in realtà, fra giudice e commissario, che sia libera da  ogni influenza e condizionamento esterni. A &#8216;Ischia&#8217;, secondo il titolo del bel romanzo di Gianni Mura da poco in libreria, dove invece il mondo intorno non dà pace. E sembra voler travolgere i due amanti, e quella nuova intesa appena raggiunta, proprio mentre cresce e prende forma originale l&#8217;incontro sentimentale. Come se il contrasto fosse tra la bellezza struggente dell&#8217;isola, e l &#8216;incertezza continua del presente.  Come se la vacanza, perdendo il suo carattere di tregua a ogni costo, sia preparatoria a un  rapporto  intimo ed emozionante,  eppure così immerso dentro il disordine del mondo.  Come se quel giornalista milanese un pò amico restituisse gratitudine,  con la sua ospitalità, avendo però &#8217;spalancato di nuovo le porte dell&#8217;inferno&#8217;,  nel ricordo della prima indagine fatta insieme da Michelle e Magrite. E allora , quelle morti così crudeli, quella narrazione così precisa in ogni suo efferato e orripilante dettaglio,  fanno  presagire  il senso forte di un passato che ritorna e che fa soffrire. Ma  che non può alterare il valore di un&#8217;idea, di &#8216;un ideale, &#8216;Diminuire le ingiustizie. Essere un poliziotto, commissario ormai, dal volto umano&#8217;. E il passato ritorna allo stesso modo nei caratteri della  scrittura, ritmata dalle storie dentro la storia , se pensiamo ai  racconti iniziali sull&#8217;amico Carlo, sulla denuncia del genocidio dei Catari nella Francia medioevale, sulla morte di Marie-Claude, che ha dato a Magrite  &#8216;la spinta per cambiare lavoro e forse anche pelle&#8217;. I personaggi si costruiscono così, attraverso le storie appositamente sparse, disseminate   nella narrazione, per  alimentare il presente della &#8217;strana coppia giudice-commissario, Michelle e Magrite&#8217; Due naufraghi che tengono insieme le loro  solitudini, al canto de le <em>Litanies pour un retour</em>, di Jaques Brel, che lui le dedica la prima sera dell&#8217;incontro. Ed emergono via via e prendono consistenza gli altri, come Peppe &#8216;o Francese, che racconta il vero volto dell&#8217;isola, preda di traffici illeciti, e di camorristi in combutta con il nord, e di colossali abusi edilizi. Perchè a  Napoli, o a Ischia, è come a Marsiglia. E lo denunciano  quegli episodi di estrema, profonda violenza  contro Odile e Barbara, la coppia di lesbiche da poco in vacanza, e il suicidio della ragazzetta di tredici anni, fuggita da casa.  Che costringono Magritte, il poliziotto dal volto umano, a smettere la veste di turista e, per difendere la giustizia, a fare addirittura a cazzotti. E racconta  la sua vita Peppe, &#8216;che sembra un romanzo di Zola&#8217;. Del carcere in Francia e dell&#8217;incontro con Denise, fino alla malattia e alla  morte della moglie, e alla solitudine onesta e appartata di oggi. E sa anche capire che il giovane Ovidiu, straniero morto  sugli scogli dell&#8217;isola poco dopo l&#8217;arrivo del commissario, è stato ammazzato dai trafficanti. E che bisogna aiutare la compagna perchè non venga coinvolta e ancora offesa. Se non parla italiano Magrite, parla disinvoltamente il francese  Peppe, personaggio narrante di rilievo in questa storia nella storia, che dà movimento al racconto, insinuando un  punto di vista nuovo rispetto all&#8217;autore del libro, quello del  narratore in prima persona. Che narra dell&#8217;isola, della nascita del termalismo sociale, degli illustri scrittori che l&#8217;hanno  celebrata nelle loro opere, Lamartine, Maupassant, e Truman Capote. E  ne legge interi brani, e ne fa rivivere sguardi e sensazioni  sui luoghi e sulla villegiatura. E parla  di Oscar Wilde e di Elsa Morante, e di Guttuso e di Bakunin, che vi hanno soggiornato. E di Capossela che vi soggiorna ancora. Alimentate dalla lettura dei contemporanei, Camilleri, Bocca, De Luca,  Maigret, una felice parentesi letteraria le &#8216;chiacchiere&#8217; di Peppe, che Magrite, sempre avido di storie, gli chiede invece di riprendere ancora.  Nello struggente  racconto di Fréhel, alimentato dalle sue canzoni  a casa di Peppe, questa volta. E in tutti quei dialoghi, così numerosi e ben delineati, per rappresentare la normalità della vita quotidiana, e lo scambio delle idee e dei punti di vista. Per sottolineare  i tratti dei personaggi, la loro presa di coscienza, o  segnare i passaggi significativi della storia. Anche quando si interrompono alla fine del capitolo, i dialoghi, per creare la suspence e rimandare a dopo la scoperta degli assassini di Ovidiu, per esempio. O quando durante il temporale, che si abbatte violentissimo sull&#8217;isola, devono rappresentare il contrasto fra la tragedia che si consuma nel territorio, e  le tenerezze prima sconosciute dei due amanti,  Magrite che si commuove davanti al corpo nudo di Michelle. Così  se la nostalgia ti assale e ti conduce ai luoghi dell&#8217;infanzia,  alla lingua dell&#8217;infanzia, quasi del tutto sconosciuta. Così se è il cibo a sostenere, a puntellare la narrazione, che vuole e pretende spazio e buona scrittura per sè, e che lo scrittore si soffermi a esporlo, a metterlo in scena, come fosse vero personaggio. E ogni momento è opportuno per segnalare rapporti di amicizia, rivelare simpatie, per rafforzare il filo del discorso. E indicare la particolarità delle culture regionali e delle abitudini e dei gusti, tra ricette milanesi, pecorino e vini sardi e cucine dei luoghi di mare. E il mirto e il limoncello e il &#8216;nocillo&#8217;, e le scelte innumerevoli di paste, salami e sottoli. Fino a quando non diventa di nuovo impegnativo il discorso, nella riflessione sul suicidio dell&#8217;amico di Magrite,  Jolivet, che richiama alla memoria quello dell&#8217;amata Jean Seberg. O nella disamina puntuale dei tristi destini del nostro paese, divenuto così interessante per Magrite, mentre Peppe   si rende interprete dello sconcerto di tutti noi, e della volontà generale di protesta. La scrittura distesa della narrazione  si alterna al disincanto del dialogo, segnato ora da un nuovo coinvolgimento, e da una certa concitazione,  se il confronto parte dal  G8 di Bolzaneto, per arrivare allo spread e alle agenzie di rating, che &#8216;ci levano il respiro&#8217;. L&#8217;antipolitica è quella di chi difende il suo potere e i suoi soldi, Berlusconi e le delocalizzazioni e lo Ior e la mafia.  E poi i suicidi e l&#8217;attacco al lavoro. E una xenofobia istituzionalizzata nella Bossi-Fini. E una crisi irreversibile della sinistra. E&#8217; l&#8217;Italia spiegata a un francese curioso, che sembra avere qualche affinità con la Francia di Coluche, &#8216;tutti insieme per andargli in culo con Coluche&#8217;, nel movimento di  Grillo, sicuro argine alla formazione   di gruppi e partiti di estrema destra. Da Ischia all&#8217;Italia  della contemporaneità, passando per la Francia di Michelle e di Magrite, si fa attento il discorso sui drammi del nostro paese, e le responsabilità sottese di una classe dirigente impegnata altrove, e che opera politicamente in contrasto con i bisogni e le richieste popolari.    <br />
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<p><font color="#000000">   </font></p>
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		<title>&#8220;Benicomunismo&#8221; e crisi della società capitalistica</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 04:00:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Gianfranco Sabattini
L’ultimo Rapporto dell’”Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale” ripropone il problema dell’inquinamento e del deterioramento delle risorse naturali. Anche in Italia, il dibattito sulla dissipazione dell’ambiente imputabile alle logiche di mercato è oggetto di numerosi studi, tutti pervasi dall’idea che i cosiddetti beni comuni (commons, secondo la terminologia anglosassone), i beni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><font color="#333399">Gianfranco Sabattini</font></strong></p>
<p>L’ultimo Rapporto dell’”Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale” ripropone il problema dell’inquinamento e del deterioramento delle risorse naturali. Anche in Italia, il dibattito sulla dissipazione dell’ambiente imputabile alle logiche di mercato è oggetto di numerosi studi, tutti pervasi dall’idea che i cosiddetti beni comuni (commons, secondo la terminologia anglosassone), i beni cioè che, non definibili sulla base di tratti ontologici specifici e necessari per soddisfare i bisogni fondamentali della vita, sono sottoposti, come afferma Ugo Mattei, al condizionamento di “una tenaglia letale: l’asse fra lo Stato e la proprietà privata che si è venuto sviluppando in modo sempre più esaustivo di ogni alternativa alla modernità in Occidente” (MicroMega, 3/2013). A fronte di questa “tenaglia” è necessario rifiutare la tradizionale differenza tra pubblico e privato, senza però che ciò significhi che i beni comuni possano essere governati da una sorta di “terza via” istituzionale; considerata la loro particolare destinazione, per essi s’impone più convenientemente un’”alternativa di sistema”. Con una possibile “terza via”, si correrebbe il rischio che il concetto di beni comuni sia degradato dal passaggio da una definizione rivoluzionaria e innovativa ad una, di per sé fallimentare, compatibile con la prospettiva di uno “sviluppo sostenibile”, suggerito da un mercato che ha reso a sé omogeneo lo Stato.<br />
I beni comuni, veicolando una visione del mondo ed un’idea di società diversi da quelli evocati dai due concetti tradizionali di Stato e di mercato, non possono essere salvaguardati da una prospettiva di azione politica finalizzata al perseguimento di una sviluppo perfettamente omogeneo al mercato. Allo stato attuale, perciò, considerato il potere del mercato e la subalternità ad esso dello Stato, un riformismo politico, pensato in funzione di una possibile forma di governo dei beni comuni, “non potendo funzionare come orizzonte di trasformazione”, è destinato a ridursi a mera pratica reazionaria, in quanto in esso si rifletterebbe la “contaminazione letale” della sfera pubblica subordinata al mercato ed al capitale in esso operante. Occorre, al contrario, un’azione politica locale e globale, sorretta da “buone pratiche accompagnate da un’ottima teoria”.<br />
La “critica benicomunista” e le proposte suggerite per innovare l’attuale struttura istituzionale e produttiva dei sistemi sociali dell’Occidente sono poco realistiche e sono rese poco intelligibili dalle spesse nubi ideologiche che le avvolgono; ciò perché riecheggiano le tesi di Serge Latouche e di tutti i decrescisti e, al pari delle critiche e delle proposte di questi ultimi, mancano di specificare attraverso quale transizione sarebbe possibile pervenire ad un modello organizzativo dei sistemi sociali capitalisti in grado di salvaguardare il governo autonomo dei beni comuni.<br />
In linea di principio, il dominio attuale che il mercato esercita sullo Stato non è irreversibile e la sua reversibilità rende plausibile pensare ad una progettualità politica non ideologizzata e molto realistica. A fronte del rischio di una crescente dissipazione dei beni comuni è possibile, infatti, ipotizzare, non la rinuncia a tutte le potenzialità che la civiltà moderna rende disponibile, ma l’inaugurazione di un’attività politica fondata sulla contemporanea considerazione di fattori di continuità e di cambiamento; ciò consentirebbe di capitalizzare l’esperienza ereditata dal passato, nel senso che con essa sarebbe possibile non solo “legare” il presente al passato ed al futuro, ma anche disporre di una realistica chiave interpretativa del processo evolutivo dei sistemi sociali. L’esperienza del passato supporterebbe così i provvedimenti innovativi adottati nel presente, ma la riorganizzazione istituzionale e produttiva dei singoli sistemi sociali dipenderebbe dal modo in cui le singole società civili si mostrassero propense ad accettare i provvedimenti innovativi in funzione del perseguimento della ristrutturazione dell’intero sistema sociale, aperto al governo dei beni comuni secondo forme alternative a quelle compatibili con l’esistente asse Stato-mercato.<br />
Questa prospettiva di azione politica per la transizione verso forme di governo più adeguate dei beni comuni implicherebbe la soddisfazione di due condizioni: innanzitutto, che la transizione istituzionale sia di sostegno al processo di ristrutturazione delle attività produttive; in secondo luogo, che l’organizzazione della società politica intensifichi la propria ristrutturazione in senso democratico per approfondire ed allargare le proprie relazioni con la società civile sulle base di regole completamente diverse rispetto al passato. Gran parte degli insuccessi accusati sul piano operativo dai sistemi sociali che si sono aperti o che si aprono ora a forme innovative di governo dei beni comuni è riconducibile, oltre che alle difficoltà dovute ai deficit teorici che ancora permangono sulle forme più convenienti della loro gestione, al fatto che le trasformazioni realizzate sul piano strettamente istituzionale non hanno proceduto parallelamente alle trasformazioni che sarebbero state necessarie sul piano economico. Nolenti o volenti, anche quando i beni comuni saranno sottratti al “ricatto politico della discrezionalità fiscale” del tipo di quella della quale soffrono oggi i diritti sociali soddisfatti dal welfare State esistente, dovranno pur sempre essere gestiti economicamente; in caso contrario e sin tanto che si continuerà a “filosofare” in termini di diritto ed a pensare che i fruitori dei beni comuni siano tutti pervasi da un generalizzato e radicale “spirito angelico”, il governo dei beni comuni sarà sempre destinato a “subire le pene” della “tragedia dei commons”, per essere cioè costantemente assoggettati, alternativamente, a sovraconsuno o a sottoutilizzazione, con pregiudizio degli interessi dei loro fruitori.<br />
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		<title>La sindrome di Stoccolma del centrosinistra</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 04:00:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Politica Regionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Amsicora 
l mitico circo Barnum rispetto a questo governo era un modello di compattezza  una micidiale ed efficace macchina da guerra. Cosa possa venir fuori da un esecutivo nel quale uno dei partiti fondamentali assume come &#8220;missione&#8221; quella di salvare il proprio capo dalle sentenze è un mistero. E cosa possa venir fuori dall&#8217;esecutivo se l&#8217;altro maggior [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><font color="#ff0000">Amsicora</font></strong> </p>
<p>l mitico circo Barnum rispetto a questo governo era un modello di compattezza  una micidiale ed efficace macchina da guerra. Cosa possa venir fuori da un esecutivo nel quale uno dei partiti fondamentali assume come &#8220;missione&#8221; quella di salvare il proprio capo dalle sentenze è un mistero. E cosa possa venir fuori dall&#8217;esecutivo se l&#8217;altro maggior partito aveva raccolto i voti promettendo esattamente di &#8220;far fuori&#8221;, politicamente parlando, proprio quel signore che gli altri vogliono salvare, è un mistero ancora più grande. La manifestazione di Brescia mostra la irresponsabilità dei cosiddetti responsabili, a partire dal Presidente della Repubblica, che dapprima ha accettato l&#8217;elezione da un partito, manifestamente preoccupato dei processi del Cavaliere, e poi - in un continuum assurdo - ha favorito un esecutivo avente come &#8220;pilastro&#8221; un personaggio stretto nella morsa della giustizia. Emerge sempre più il disastro nel quale si precipita il Paese, con un governo impegnato a temperare i guasti fatti dal precedente, anch&#8217;esso, ricordate?, espressione di &#8220;senso di responsabilità&#8221; rispetto all&#8217;alternativa costituita dall&#8217;immediato ricorso alle urne.<br />
Cosa ci attende, dunque? Un periodo agitato, precario ed oscuro, con un governo incapace di decisione e con gruppi dirigenti protesi alle rispettive e incompatibili missioni: l&#8217;uno a salvare se stesso affrancando il capo dalla giustizia, l&#8217;altro rimettendo insieme i cocci dopo un&#8217;esplosione che lo ha frammentato in mille pezzi. Due missioni impossibili. La prima perché richiede una forzatura del quadro costituzionale, già messo a dura prova da <em>vulnera</em> continui e manifesti. La seconda, perché presuppone la individuazione di un inesistente collante nel PD, che ha accentuato anziché comporre le sue diverse anime. I fatti di questi giorni mostrano poi che non esiste neanche un comune orizzonte progressista, capace di creare unità. In realtà, pur avendo sollecitato e ottenuto un voto per il cambiamento, il PD ha mostrato, nei gruppi dirigenti, una propensione verso la conservazione. Non si spiega diversamente il governo con Berlusconi in una situazione grave come quella attuale. E come spiegare la legge antimovimenti (cioè anti M5S) di Zanda e Finocchiaro? Finisce che anziché essere Berlusconi ad essere dichiarato ineleggibile, il Pd mette fuori legge il MoVimento di Grillo!<br />
Detto questo sul trasfomismo dei gruppi dirigenti del PD, sorgono molti interrogativi sulla vocazione del suo elettorato. Com&#8217;è possibile che chi ha fatto dell&#8217;alternativa a Berlusconi l&#8217;obiettivo primario del proprio agire politico e del proprio voto, oggi accetti di allearsi con lui? E su quale logica si fonda la reclamata esigenza di legalità di costoro se accettano di stare con chi manifesta coi suoi comportamenti la mancanza di qualunque etica pubblica e privata? Ci sono degli atteggiamenti incomprensibili nel popolo del centrosinistra. Ad esempio, come spiegare, nei mesi scorsi, l&#8217;ostilità manifesta di vasti strati della sinistra legalitaria verso Ingroia che della legalità è stato ed è senz&#8217;altro un campione? Si comprende che si potesse non votare la sua lista, ma il livore nei confronti di Ingroia cela altre pulsioni. Ed oggi, sempre in quest&#8217;area, l&#8217;ostilità rancorosa verso il M5S cos&#8217;ha di razionale? In fondo Grillo costituisce l&#8217;unica consistente opposizione nel Paese verso l&#8217;inciucio, è un avversario irriducibile del Cavaliere, del quale ha risollevato la questione dell&#8217;ineleggibilità, stante il suo conflitto d&#8217;interessi (ma dov&#8217;è andato a finire il conflitto d&#8217;interessi?). Eppure, nessuno degli antibelusconiani duri e puri del centrosinistra considera il MoVimento come interlocutore. Ha rinunciato a ben 42 mlioni di rimborso delle spese elettorali e nessuno degli anticasta gli riconosce coerenza tra il dire  e il fare.  E 42 milioni sono una montagna di soldi! I parlamentari del M5S si autoriducono l&#8217;indennità parlamentare e tutti a polemizzare per la loro discussione interna sulla diaria! Si capisce che questa ostilità sia propagandisticamente incentivata dalla destra, ma che la sinistra non veda l&#8217;enorme valore morale, prima che politico, di questa decisione, è stupefacente! In un Paese che va in malora per l&#8217;incordigia delle classi dirigenti e del ceto politico, l&#8217;unico esempio di rigore e di coerenza sul piano dell&#8217;etica privata e pubblica viene irriso se non snobato. Senza considerare poi gli altri obiettivi del M5S: la destinazione delle spese militari a fini sociali, il potenziamento dei servizi pubblici dalla scuola alla sanità. Sono obiettivi che giustificano a sinistra e nell&#8217;area democratica interesse e simpatia. Eppure, nell&#8217;ennesimo dibattito per la &#8220;ricostruzione&#8221; della sinistra, al M5S non si fa alcun cenno oppure lo si liquida sbrigativamente con l&#8217;anatema del populismo. Insomma, anche qui un sentimento di rancorosa ripulsa anziché di attenzione, seppure critica.<br />
Ma tutto questo non è che sia espressione della sindrome  di Stoccolma presente nel popolo del centrosinistra? Che in fondo ci sia un amore inconfessato e inconfessabile per Berlusconi,  che porta, anche nell&#8217;area progressista, a demonizzare chi, per la forza e la coerenza che esprime, vuol farlo davvero fuori (politicamente parlando)?</p>
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		<title>&#8220;Diritti quesiti&#8221; tra privilegi e ingiustizia sociale</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 04:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>

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Lucia Pagella
&#160;
Per rimuovere l&#8217;ingiustizia sociale occorre toccare i  privilegi. Ma si obietta che questi costituiscono oggetto di &#8220;diritti quesiti&#8221; e, dunque,  sono intangibili. D&#8217;altra parte la modifica dei diritti fondamentali sedimentati è stato uno dei veicoli più odiosi dell&#8217;ingiustizia sociale e del precariato. Un tema - come si vede - complesso e di grande interesse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><span></span></p>
<p class="MsoNormal"><font color="#333399"><strong>Lucia Pagella</strong></font></p>
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<p class="MsoNormal"><font color="#ff0000"><em><strong>Per rimuovere l&#8217;ingiustizia sociale occorre toccare i  privilegi. Ma si obietta che questi costituiscono oggetto di &#8220;diritti quesiti&#8221; e, dunque,  sono intangibili. D&#8217;altra parte la modifica dei diritti fondamentali sedimentati è stato uno dei veicoli più odiosi dell&#8217;ingiustizia sociale e del precariato. Un tema - come si vede - complesso e di grande interesse giuridico e politico. Ecco un contributo sull&#8217;argomento dell&#8217;Avv. Lucia Pagella, esperta della materia, a cui va il nostro ringraziamento per questo interessante intervento che coglie appieno la complessita e ambivalenza della questione.</strong></em></font></p>
<p class="MsoNormal"><span>           </span></p>
<p>Il neo governo democristiano parla di equità e di risparmi che dovrebbero coinvolgere addirittura la Casta (ma questa sembra essere divenuta una parolaccia impronunciabile).<br />
Ovviamente è stato subito riaffacciato il problema dei diritti quesiti  che impedirebbero la modifica delle situazioni di privilegio attualmente esistenti.<br />
Quello che qui ci preme indagare è il versante socioeconomico del problema in quanto, dal punto di vista giuridico, l’indeterminatezza del concetto ha prodotto sin dall’epoca medioevale tonnellate di studi in proposito. Sembra peraltro opportuno richiamare brevemente a cosa ci si riferisce.<br />
Il diritto quesito – per definizione- è il diritto che si acquista in forza di una norma di legge divenendo parte del patrimonio di un soggetto. La conseguenza è che successive modifiche legislative non possono avere alcuna influenza sul diritto ormai consolidato.<br />
Apparentemente il concetto é semplice e chiaro, in effetti è uno dei più  controversi.<br />
Mentre la dottrina ha sempre privilegiato questa figura prendendo le mosse dal principio della irretroattività della legge posta a garanzia della certezza del diritto ed a tutela della buona fede, la giurisprudenza  si è sempre più orientata nel senso di una modifica del diritto acquisito  ovvero di quegli effetti destinati a durare nel tempo quando il modificarsi delle situazioni socioeconomiche lo avessero imposto.<br />
Particolare importanza ha assunto la diatriba nel campo pensionistico. La corte costituzionale con sentenza del 26/07/1995, n° 390 ha stabilito che  il diritto quesito pensionistico va valutato con riferimento alla normativa vigente al momento del perfezionamento del diritto alla pensione e, successivamente, ha sancito che il legislatore può, al fine di salvaguardare equilibri di bilancio e contenere la spesa previdenziale, ridurre i trattamenti pensionistici già in atto (sentenza del 12/11/2002, n° 446) Le medesime considerazioni si potrebbero fare per gli emolumenti percepiti ivi compresi benefit e liquidazioni.<br />
L’enorme divario che in Italia si è venuto creando tra le retribuzioni  ed i trattamenti pensionistici hanno prodotto una miseria diffusa, il blocco dell’ascensore sociale, un notevole ostacolo allo sviluppo economico ed uno scollamento fra il popolo ed i suoi rappresentanti foriero di gravissimi pericoli.<br />
Un concetto di diritto quesito che consenta la modifica dei suoi effetti nel tempo sembra essere la soluzione alle ingiustizie esistenti. Però bisogna ricordare che il diritto è  un Giano bifronte e che spesso l’intervenire sulla sua portata può creare ulteriori ingiustizie dal momento che sono il potere finanziario e politico che hanno in mano le leve del potere e che interpretano le leggi a proprio uso e consumo.<br />
Se noi poniamo mente alle modifiche che sono intervenute sotto i nostri occhi nell’arco di un ventennio, ci rendiamo conto che quelle che apparivano come conquiste intangibili (soprattutto nel campo del diritto del lavoro) sono ormai documenti di archivio.<br />
Il diritto ad  un avvenire assicurato e, quindi, ad un posto fisso che consenta una programmazione della propria vita è stato persino sbeffeggiato da chi ovviamente di posti fissi ne ha ben più di uno per se  e per i propri figli. Il diritto a lavorare in un ambiente salubre e di poter contare su una adeguata assistenza sanitaria è stato rottamato – per usare un termine oggi in voga. Il diritto a ritmi di lavoro compatibili con la sicurezza è stato ritenuto un lusso che non avrebbe consentito alla Fiat di un certo Marchionne di sopravvivere. Il diritto ad una rappresentanza sindacale che difendesse veramente il diritto dei lavoratori, è stato cancellato  sempre dal sullodato manager. E tutto ciò senza colpo ferire. Le modifiche apportate silenziosamente o consentite attraverso decisioni dal chiaro sapore ricattatorio non possono certamente considerarsi un progresso.<br />
L’insistere in tale situazione sulla possibilità di modificare i diritti quesiti può comportare, quindi, pericoli assai gravi.<br />
Si risponde che “è la crisi bellezza “ ma questi problemi si sono presentati anche altrove e sono stati risolti con minore miopia. Basti pensare alla Germania, per tanti aspetti criticabile, dove il concetto solidaristico ha portato ad una diminuzione dell’orario di lavoro : meno lavoro, ma lavoro per tutti. E questo ha consentito alla locomotiva tedesca di ripartire. Noi NO, noi siamo più furbi, siamo i primi della classe: distruggiamo il potere di acquisto e poi ci interroghiamo pensosamente su come far ripartire non dico la locomotiva ma almeno la carriola.<br />
Per me un esempio vale per tutti : gli esodati. Pare che alla Fornero sia stato fatto presente il problema ma che la ministra, ovviamente fra le lacrime, abbia risposto che diversamente la riforma delle pensioni non sarebbe stata altrettanto incisiva.<br />
Se si esamina la loro situazione, appare del tutto evidente che si sono – almeno di fatto – violati dei diritti quesiti : quando questi lavoratori hanno concordato con i loro datori di lavoro le condizioni dell’esodo hanno agito sulla base di un presupposto giuridico rappresentato dalla normativa pensionistica in quel momento vigente che perfezionava il loro diritto. Ed è il presupposto giuridico e la tutela che ne deve derivare uno degli strumenti che il legislatore ed il giureconsulto hanno a disposizione per evitare che successive modifiche delle leggi attuino un disciplina irragionevolmente restrittiva. Si è preferito, invece, disattendere ogni tutela della buona fede con le conseguenze che ne sono derivate.<br />
E’ proprio a proposito degli esodati o di casi consimili che ci si deve interrogare sui  diritti quesiti e su una loro nuova disciplina che li definisca legislativamente e li regoli.<br />
Se il mantenimento di posizioni di privilegio è assolutamente inaccettabile, se  da questo punto di vista  va difeso a spada tratta la possibilità di modificarne la portata, bisogna peraltro che le leggi successive non danneggino coloro che hanno acquisito diritti che non pregiudichino, per la loro estensione, l’interesse generale.<br />
Sì quindi ai diritti quesiti ed alla tutela dei loro effetti nel tempo ma solo nel caso in cui essi non danneggino la comunità introducendo criteri di giustizia e di equità da applicarsi automaticamente quando questi vengono violati onde evitare che l’inerzia di fronte al potente o l’intervento di avvocati così competenti da divenire talvolta persino ministri tuteli i soliti noti.</p>
<p><span>          </span></p>
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		<title>Il mercato autoregolato? Una mistificazione</title>
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		<pubDate>Sun, 19 May 2013 04:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Economia]]></category>

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		<description><![CDATA[Gianfranco Sabattini
La base principale della critica di Karl Paul Polanyi al credo liberista è il suo saggio La grande trasformazione; i temi in esso contenuto sono oggi riproposti nelle raccolta di testi inediti “Per un nuovo Occidente. Scritti 1919-1958”. La tesi fondamentale di Polanyi è la negazione della &#8220;naturalità&#8221; della società fondata sul funzionamento al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font color="#333399"><strong>Gianfranco Sabattini</strong></font></p>
<p>La base principale della critica di Karl Paul Polanyi al credo liberista è il suo saggio La grande trasformazione; i temi in esso contenuto sono oggi riproposti nelle raccolta di testi inediti “Per un nuovo Occidente. Scritti 1919-1958”. La tesi fondamentale di Polanyi è la negazione della &#8220;naturalità&#8221; della società fondata sul funzionamento al suo interno di un mercato autoregolato, ai cui limiti imputa, per gli eventi che si sono succeduti nei primi trent’anni del XX secolo, la crisi strutturale delle società industriali, per il crollo delle quattro istituzioni sulle quali erano state costruite: il sistema dell&#8217;equilibrio di potere che per un secolo aveva dato l’illusione che tra le grandi potenze non potessero più scoppiare guerre prolungate e devastanti; la base aurea internazionale, che simboleggiava l’organizzazione unica dell&#8217;economia mondiale; il mercato autoregolato che avrebbe dovuto produrre un benessere economico senza precedenti; lo stato di diritto liberale.<br />
Per Polanyi, l&#8217;idea di un mercato autoregolato era una mistificazione, in quanto considerava lavoro, terra e moneta alla stessa stregua degli altri beni materiali. Sennonché, per Polanyi, il lavoro era solo un altro nome per indicare un’attività umana che si accompagnava alla vita stessa; questa non era prodotta per essere venduta. Anche la terra era soltanto un altro nome per designare la natura che non era prodotta per il mercato. La moneta infine era solo un simbolo del potere d’acquisto che si formava e si sviluppava attraverso processi convenzionali. Nessuno di questi elementi poteva, perciò, essere considerato un prodotto per la vendita; la loro considerazione come beni e servizi prodotti per il mercato era interamente fittizia. Ciò non ostante, era attraverso questa finzione che erano organizzati i mercati del lavoro, della terra e della moneta. Ma permettere che il meccanismo di mercato fosse l’unico elemento regolatore del destino degli esseri umani e del loro ambiente sociale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto portava solo alla disgregazione del sistema sociale.<br />
Nessun sistema sociale poteva sopportare gli effetti del funzionamento di un sistema economico fondato su rozze finzioni, neanche per il più breve periodo di tempo, a meno che l’uomo, la natura e l’organizzazione economica e sociale non fossero protette dagli esiti negativi originati dal meccanismo del presunto mercato autoregolto. Gli effetti disgregatori di questo, per quanto abbiano dato luogo ad una serie di resistenze a difesa dell’uomo e della natura, non hanno messo in crisi il liberismo, perché legittimato dalla ricchezza prodotta anche se distribuita iniquamente; esso si è invece trasformato, in un vero e proprio &#8220;credo&#8221;, fondato, per un verso, sulla rivendicazione apologetica della naturalità delle leggi economiche e, per un altro, sulla difesa dalle critiche, sostenendo che l’incompleta applicazione dei suoi principi era la ragione di tutti i limiti che ad esso venivano attribuiti.<br />
Agli esiti negativi del liberismo potevano essere opposte due soluzioni: il socialismo e il fascismo. Il primo, considerato da Polanyi solo nella sua versione socialdemocratica, esprimeva la tendenza delle società industriali a superare il mercato autoregolato, subordinandolo consapevolmente ad una regolazione democratica. Il fascismo, viceversa, era il frutto della crisi dell’economia di mercato, resa evidente dalla grande depressione del 1929; esso sopperiva alla difficoltà delle classi conservatrici “arginando” i partiti socialisti e sacrificando l’equità sociale e le libertà democratiche.<br />
Non è difficile capire perché il pensiero di Polanyi, dimenticato tra le due guerre, sia stato riscoperto negli ultimi anni per effetto del processo di globalizzazione delle economie nazionali. Nessuno, prima di Polanyi, nel XX secolo, ha analizzato il credo liberista dal punto di vista di tutte le sue implicazioni negative a livello nazionale ed a livello internazionale.<br />
Tuttavia, il capitalismo attuale non può essere “costretto” ad accettare che i sistemi sociali moderni siano organizzati in modo da risultare più giusti e liberi attraverso l’adozione di sempre più estesi e generalizzati “meccanismi vincolistici”; se ciò accadesse sarebbe condizionata in modo eccessivo l’operatività delle singole basi produttive. Giustizia e libertà sono fini ultimi, il cui perseguimento può risultare compromesso se “confusi” con quelli politici del “qui ed ora” e connessi con la liberazione dal bisogno in modo “storicamente determinato”. Se si manca di separare i fini ultimi da quelli politici, si corre il rischio di subire gli esiti disfunzionali della mancata considerazione della loro inconciliabilità e di dimenticare che se si vogliono progressivamente perseguire, nella stabilità, i fini ultimi della libertà e della giustizia, occorre, non solo regolare il mercato, ma anche sancire la loro istituzionalizzazione pre-politica ed inaugurare un’attività politica finalizzata ad organizzare ed orientare il sistema sociale a consentirne la costante e crescente soddisfazione.</p>
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		<title>Camilleri e Montalbano: “Oggi tutti in piazza con la Fiom”</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 03:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Intervista ad Andrea Camilleri (e a Salvo Montalbano) di Rossella Guadagnini


Metalmeccanici e intellettuali, operai e scrittori, studenti e lavoratori, insieme. Uniti nel nome del lavoro presente e futuro su cui è fondata la Repubblica, secondo il primo articolo della Costituzione italiana. Per questo scendono in piazza, a Roma, oggi sabato 18 maggio i metalmeccanici della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><font color="#333399">Intervista ad Andrea Camilleri (e a Salvo Montalbano) di Rossella Guadagnini</font></strong></p>
<p><strong><font color="#333399"><br />
</font></strong><br />
Metalmeccanici e intellettuali, operai e scrittori, studenti e lavoratori, insieme. Uniti nel nome del lavoro presente e futuro su cui è fondata la Repubblica, secondo il primo articolo della Costituzione italiana. Per questo scendono in piazza, a Roma, oggi sabato 18 maggio i metalmeccanici della Fiom, guidati da Maurizio Landini, in una grande manifestazione nazionale alla quale sono stati invitati a partecipare anche studenti e lavoratori tutti. Perché l’occupazione è il primo dei tanti problemi che affliggono l’Italia e gli italiani. Il lavoro che non c’è, che manca, che non c’è più, che non c’è ancora, che non c’è mai stato.<br />
Cosa pensano in proposito Andrea Camilleri, scrittore, e il suo alter ego letterario, Montalbano? Intervistarli tutti e due è difficile, ma non impossibile. Ci abbiamo provato, visto che il primo ha aderito all’appello di partecipazione lanciato da MicroMega, “Il Terzo Stato con la Fiom”, insieme ad altri esponenti di punta del mondo della cultura, in vista di questa manifestazione di “larga intesa” tra cittadini in difesa dei diritti, della democrazia e della Carta. Dal momento che, evidentemente, non può esserci spazio “per revisioni della Costituzione affidate a Convenzioni che si adopereranno per stravolgerla”. Quanto al secondo, Montalbano, abbiamo fondate ragioni di ritenere che anche il commissario l’abbia sottoscritto allo stesso modo.</p>
<p>La scheda di Camilleri è cosa nota: i natali a Porto Empedocle (nel 1925) autore, sceneggiatore e regista di chiara fama. Finora ha venduto oltre 10 milioni di copie dei suoi libri in Italia e nel mondo. Ha schiere di ammiratori che lo seguono e gli scrivono, perfino un fan club su internet (www.vigata.org). Il 10 maggio scorso gli è stata conferita la Laurea Magistrale honoris causa in Lingue e Letterature Moderne Europee e Americane dalla Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari. Una gloria del Paese, insomma, che non si discute.</p>
<p>Altrettanto si può dire di Salvo Montalbano, commissario di polizia di Vigàta, classe 1950, il più amato poliziotto della Penisola. Il suo profilo è quello di un funzionario dello Stato, onesto, coraggioso e leale, un lavoratore a tempo pieno che persegue il crimine organizzato nella propria terra d’origine, la Sicilia, metafora dell’Italia intera. Le sue avventure professionali e umane cominciano nel 1994, con il primo romanzo di cui è protagonista, “La forma dell’acqua”, e dal 6 maggio 1999 sono trasmesse da Rai Uno, arrivando a un pubblico vastissimo. Gli ultimi quattro episodi della nona serie tv sono andati in onda in questi giorni, interpretati da Luca Zingaretti: un trionfo assoluto in termini di audience.</p>
<p>In questi vent’anni i due non si sono mai venuti a noia. Ora un nuovo libro di Camilleri è in uscita per Chiarelettere, intitolato “Come la penso. Alcune cose che ho dentro la testa”: raccoglie testi e saggi in forma d’autobiografia, dedicati in parte proprio a Salvo. La presentazione del volume si terrà il 5 giugno, alle 18, all’Accademia di Belle Arti in via di Ripetta 22, a Roma. Vi prenderà parte, oltre a Camilleri, lo scrittore Francesco Piccolo. Il prossimo romanzo, invece, “Un covo di vipere” edito come sempre da Sellerio uscirà il 30 maggio, sebbene sia stato scritto sei anni fa. Ma sentiamo quanto ha da raccontarci il “papà” di Montalbano, così chiamato in onore dell’autore spagnolo Manuel Vàzquez Montalbàn, creatore del detective privato Pepe Carvalho, un cugino maggiore del commissario di Vigàta.</p>
<p>Sotto il profilo professionale Montalbano, in fondo, è un privilegiato: è un dipendente pubblico, con contratto a tempo indeterminato. Oggi non tutti possono contare su un impiego nello Stato, il vecchio e ambito “posto fisso”.<br />
Montalbano è prossimo alla pensione. Ha fatto i suoi regolari concorsi, all’epoca non contraffatti, ha avuto il suo posto di lavoro e ha svolto la sua carriera. Non è un privilegiato, fa parte di una generazione di uomini e donne per cui il lavoro era un diritto e un dovere. Il problema della disoccupazione, oggi, è che chi ha un posto di lavoro, non necessariamente un posto fisso, diventa un privilegiato. Quindi siamo all’inversione totale di quella che dovrebbe essere una situazione lavorativa normale.</p>
<p>Sabato 18 maggio alla manifestazione nazionale in piazza della Repubblica, a Roma, interverrà il Terzo Stato, come avete auspicato. Che significa Terzo Stato?<br />
Ricorda il famoso quadro di Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato”, che rappresenta dei proletari, cioè dei lavoratori. Il Terzo Stato sono, quindi, tutti i lavoratori anche non manuali, lavoratori di concetto, intellettuali, piccoli borghesi… etc. etc., anche loro per la prima volta coinvolti dall’attuale mancanza di lavoro.</p>
<p>Com’è messa l’Italia, a suo avviso, sotto l’aspetto politico?<br />
E’ messa molto male. E’ sotto gli occhi di tutti, inutile dilungarsi sull’argomento. Speriamo, con questa manifestazione e con altre che avverranno, che l’Italia possa cominciare a trovare una sua “cura”.</p>
<p>Scrittori e metalmeccanici, uno strano connubio…<br />
Io in quanto scrittore non mi stupisco affatto di questo connubio. In Italia abbiamo avuto tanti operai diventati scrittori e altrettanti scrittori si sono occupati di storie operaie. A cominciare, per esempio, da un libro del 1934 di Carlo Bernari che si chiamava “Tre Operai”, scritto in pieno, trionfante, fascismo, che venne citato durante la Convenzione Internazionale Antifascista a Parigi.</p>
<p>In che modo ha cominciato a scrivere del commissario?<br />
Per caso. Feci una scommessa con me stesso: &#8220;Ma tu sei capace di scrivere un romanzo dalla A alla Z come Dio comanda? Capitolo primo - Era una notte buia e tempestosa&#8230;, Chiamatemi Ismaele&#8230; - trecento pagine o quelle che sono, e poi la fine?&#8221;. Allora cominciai a ragionare su che cosa potesse aiutarmi, a ricercare una gabbia. Ricordavo che Sciascia aveva scritto: &#8220;Il romanzo giallo in fondo è la migliore gabbia dentro alla quale uno scrittore possa mettersi, perché ci sono delle regole, per esempio che non puoi barare sul rapporto logico, temporale, spaziale del racconto&#8221;. Sicché mi sono provato a scrivere un romanzo giallo.</p>
<p>E poi?<br />
“La forma dell&#8217;acqua”: venne pubblicato, ebbe successo. Però decisi di non continuare con Montalbano. Sennonché questo personaggio non era risolto dentro di me. Così ho scritto il secondo libro: “Un cane di terracotta”. A questo punto ci fu veramente un grosso successo. Montalbano cominciò a essere una sorta di apripista per gli altri romanzi storici, se li portò dietro ed è cominciata questa situazione a volte imbarazzante, perché Montalbano è un serial killer di eventuali altri personaggi. È invadente: mentre stai pensando a un&#8217;altra cosa, arriva e dice &#8220;tu devi scrivere solo di me&#8221;.</p>
<p>Cosa voterà Montalbano alle prossime elezioni?<br />
E quali partiti ci saranno alle prossime elezioni?</p>
<p>Il commissario di Vigàta, nel frattempo, conclude la conversazione a modo suo: “Io sono preoccupato non per la mia carriera, ma per il mio Paese… Ma che Paese siamo diventati? Questo è un paese dove un ministro dice che con la mafia si deve convivere.” (Dall’episodio “Una voce di notte”, trasmesso in tv il 29 aprile 2013).<br />
La frase è stata effettivamente pronunciata da un ministro della Repubblica, il berlusconiano Pietro Lunardi, nell’agosto del 2001; all’epoca era titolare del dicastero dei Trasporti. Come dare torto a Montalbano? Siamo preoccupati, e molto, anche noi tutti.</p>
<p>Ed ora ecco una<br />
<font color="#333399"><strong>Favola vera*<br />
di Andrea Camilleri<br />
</strong></font><br />
Eletto a furor di popolo presidente di tutto (della Repubblica, del Senato, della Camera, del Consiglio), il Cavaliere riunì i suoi ministri e disse: “Da tempo avevo preparato la riforma della Costituzione. Prendete appunti. Il testo l’ho già inviato alla Gazzetta Ufficiale”.<br />
Diligentemente, i ministri si munirono di carta e penna.<br />
“Articolo 1” dettò il Presidente. “Iliata è una Repubblica fondata sui lavori del Cavaliere.”<br />
I ministri annuirono.<br />
“Articolo 2”, proseguì il Presidente. “Il colore rosso, simbolo dell’odiato comunismo, è dichiarato anticostituzionale e pertanto viene abolito.<br />
“Come la mettiamo con le Ferrari?” domandò il ministro dell’Industria.<br />
“Non c’e problema. Diventano azzurre” ribatté il Cavaliere.<br />
“E con il Tricolore?” domandò a sua volta il ministro della Difesa.<br />
“Rimane tricolore, ma al rosso si sostituisce l’azzurro” fece seccamente il Cavaliere.<br />
E via di questo passo. Furono stabilite multe salatissime per chi, coinvolto in un qualsiasi incidente, mostrava pubblicamente il rosso del suo sangue, con i diserbanti si fecero sparire rose e fiori rossi, la carne rossa non venne più messa in vendita mentre il pesce azzurro fu portato alle stelle, l’unico vino in commercio rimase quello bianco.<br />
Sommersi da tutto quell’azzurro, gli Iliatani cominciarono ben presto a soffrire di nostalgia del rosso, una nostalgia che diventava di giorno in giorno sempre più acuta. Si ebbero i primi attentati rivendicati dai Grar (Gruppi rivoluzionari adoratori rosso). I contrabbandieri facevano affari d’oro non con le sigarette o i clandestini, ma con le scatole di sugo di pomodoro, assolutamente proibite in Iliata.<br />
Finché un mattino, dopo un violentissimo acquazzone, apparve in cielo un gigantesco arcobaleno che coprì l’intero paese. Il rosso di quell’arcobaleno non era solamente un colore, ma un altissimo grido di rivolta, deciso e terso.<br />
Quell’arcobaleno segnò, sempre a furor di popolo, la fine del Cavaliere.</p>
<p><font color="#333399"><em><strong>* un apologo profetico di 12 anni fa, tratto da “ Cinque favole politicamente scorrette”, pubblicate su “MicroMega”, n. 2, marzo 2001, ora in “Come la penso”, Chiarelettere 2013<br />
</strong></em></font></p>
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