Un sardo a New York

24 Maggio 2010
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Andrea Raggio

Una settimana a New York. Il tempo per una conoscenza non superficiale della città è poco, ma se ben utilizzato con l’aiuto di chi è informato consente di cogliere i principali aspetti di quella realtà. Da quel che ho visto e appreso ho ricavato netta l’impressione di una comunità che ha vissuto e superato crisi difficili e momenti drammatici mettendo in campo una forte volontà e capacità di rinnovamento.
Innanzi tutto nel valorizzare e arricchire il patrimonio culturale. Mi riferisco non solo ai musei più noti, dal Metropolitan al Museo d’arte moderna (MoMA), ma anche ai moltissimi meno noti ma non meno importanti, ai teatri, alle numerose mostre e alle molteplici manifestazioni artistiche. Il finanziamento privato delle istituzioni culturali, in specie museali, è notevole. Ognuna di queste mette in bella mostra l’elenco degli sponsor: banche, gruppi finanziari, fondazioni, ricche famiglie. Soprattutto colpisce la straordinaria partecipazione della gente: i musei sono affollati a ogni ora del giorno, i teatri e le manifestazioni artistiche hanno sempre un grande pubblico. Segno evidente di una diffusa sensibilità culturale ma anche di un’attenzione sollecitata dalla consapevolezza che questo campo di attività è un’importante fonte di occupazione.
La valorizzazione del patrimonio urbanistico degli antichi quartieri è un altro degli aspetti che mi ha particolarmente colpito. Tribeca era un’area portuale sul fiume Hudson caratterizzata dalla presenza di grandi magazzini destinati allo stoccaggio e alla movimentazione delle merci, poi abbandonata. E’ stata completamente rivitalizzata e trasformata in un quartiere residenziale nel rigoroso rispetto della caratteristica architettura industriale. Non uno degli antichi edifici è stato demolito per ricavarne aree per nuova edificazione, tutti sono tenuti in buona conservazione. I magazzini sono stati trasformati in eleganti negozi e ristoranti di successo, molto frequentati. Un altro esempio di sito degradato e abbandonato, trasformato negli ultimi decenni in una zona panoramica di grande interesse turistico è Pier 17, un’area del porto marittimo. Il legname del vecchio molo è stato interamente riciclato e utilizzato per la pavimentazione e per realizzare delle panchine, centinaia di vecchi barili sono utilizzati come fioriere, alcuni bei velieri aiutano a immaginare l’ambiente marinaro di un tempo. Da qui si ammirano i grandi ponti sospesi di Brooklin e di Manhattan e partono i battelli per visitare la Baia di N.Y. Molti sono i negozi e i ristoranti di buon livello, come il solito sempre affollati a tutte le ore. Il rinnovamento di SoHo, l’area un tempo destinata agli insediamenti industriali e ai magazzini commerciali, avviato sin dagli anni ’60 con l’occupazione degli ampi spazi da gran parte degli artisti e degli intellettuali, non conosce soste. I luminosi loft lasciati liberi dalle gallerie d’arte trasferite in altre zone sono stati riadattati ad altre attività. SoHo così accentua la sua caratteristica di elegante quartiere residenziale ricco di negozi e di locali pubblici alla moda. Anche in questo caso il rispetto dei prestigiosi edifici della fine dell’ottocento e del primo novecento è assoluto. Per gli spostamenti ci siamo avvalsi dei numerosissimi famosi taxi gialli, i quali si possono prendere “al volo” in qualsiasi ora e in qualsiasi punto di Manhattan, senza lunghe attese e a costi contenuti. Una bella invenzione che alleggerisce di molto l’uso delle auto private, con vantaggio per il traffico e per l’ambiente, e favorisce l’occupazione.
L’immagine che da questa esperienza ho ricavato è quella di una città molto impegnata nelle attività culturali e nella valorizzazione del patrimonio urbanistico dei vecchi quartieri col duplice scopo di raccontare se stessa e la sua storia, ancorando saldamente l’attualità al passato, e di creare nuova occupazione. Il lavoro è ovviamente, anche a New York, un problema di ben altra portata e complessità. Ma quel che colpisce è la consapevolezza diffusa, molto più che da noi, che lo sviluppo crea lavoro e il lavoro crea a sua volta nuovo sviluppo, e che una buona organizzazione della vita cittadina offre in questa campo grandi possibilità. Si avverte, perciò, un forte impegno dell’amministrazione pubblica e del settore privato nell’utilizzarle appieno. E le vecchie aree abbandonate sono diventate quartieri residenziali preferiti, proprio perché alle attività abitative si accompagnano quelle dei negozi eleganti, dei ristoranti e dei locali d’intrattenimento. Perché sono, cioè, quartieri pieni di vita.
New York – Cagliari. Fare confronti tra realtà profondamente diverse è assurdo. E’ innegabile, però, che sul punto richiamato – l’organizzazione della vita cittadina anche in funzione dell’occupazione – il confronto sia fattibile ed è certo, purtroppo, che si risolve a scorno della classe dirigente cagliaritana. Basti pensare, per citare solo un caso, al degrado in cui versa il quartiere di Castello, preziosa risorsa irresponsabilmente trascurata dalle amministrazioni cittadine. Non mancano le risorse, sono certo che i privati sarebbero disposti a investire in un programma serio coordinato da un’amministrazione affidabile. Quel che manca sono le idee, e se qualcuno si azzarda a proporne di nuove, è guardato male e trattato peggio. Così stanno, per ora, le cose.

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