Il Giorno della memoria serve ancora?

27 Gennaio 2011
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Furio Colombo

Oggi è il Giorno della Memoria, introdotto per ricordare la Shoa e le tante altre orribili stragi contro gli ebrei e le molte minoranze nel mondo. Pubblichiamo un articolo, apparso su “Diario”, di Furio Colombo, presidente del Comitato Diritti umani della Camera, che è stato promotore della legge istitutiva della Giornata.

La domanda è se un «Giorno della Memoria» serve; se non è un meccanismo di ripetizione, che evoca un evento, ma esenta dal partecipare in prima persona. Basta l’automatismo della data, un minimo di rispettosa citazione per aver compiuto un dovere. Se quel dovere non c’era, più o meno, tutto andava avanti come prima: buoni, cattivi, un’immensa zona grigia. Quel che è stato è stato e ci pensa la storia che, comunque, in momenti diversi viene riscritta. So che la domanda «serve un Giorno della Memoria?» è inutile, perché gettata nel vuoto. Ma ho voluto ripeterla perché sono il proponente e autore di quella legge. E perché la domanda viene proposta davvero. E non solo da persone irritate che hanno voglia di ricordare altre cose. Ma anche — con profonda buona fede — da persone che temono che un’iniziativa, buona quanto si vuole, sia però o sbagliata o inutile.
Fatemi ricordare di che cosa parliamo. Alla fine della tredicesima legislatura (maggioranza di centrosinistra e governi Prodi, D’Alema, Amato), Camera e Senato hanno votato la prima legge italiana per l’istituzione di un Giorno della Memoria. La memoria della Shoah, dell’immenso e unico progetto criminale di catturare e di uccidere tutti i componenti di un popolo, dai bambini ai vegliardi, lavoratori, professionisti, scrittori e malati, ma anche artisti, giudici, generali.
La persecuzione contro gli ebrei non è cominciata con la «notte dei cristalli» e si è interrotta solo perché persecutori e assassini sono stati abbattuti. Ma ciò che è accaduto — prima in Germania e in Italia (la Germania nazista, l’Italia fascista), poi in tutta Europa — sarebbe continuato nel resto del mondo se nazisti e fascisti non fossero stati cancellati — almeno in quel momento — alla fine della Seconda guerra mondiale. Non è stata un’esplosione di bestialità. Quella persecuzione è stata un grande progetto culturale, prima di diventare un meticoloso e ossessivo piano burocratico. E riguarda noi, italiani, qui, adesso, perché la Shoah non è «la guerra», non è «il passato» e le consuete brutture della violenza. La Shoah è un delitto italiano.
Le incertezze, l’ambivalenza sul Giorno della Memoria sono sentimenti che riflettono i fatti. Per esempio, il giorno i6 dicembre la Camera dei deputati, su iniziativa del presidente Fini, ha dedicato una mattina, una cerimonia, una lapide (prima, nella storia del post-antisemitismo italiano) al settantesimo anniversario delle leggi «antisemite e razziste» (parole estrapolate dal bel discorso di Gianfranco Fini). Con lui hanno parlato lo storico Michele Sarfatti, il presidente delle Comunità ebraiche italiane Gattegna e Nedo Fiano, che ha reso vivi e presenti certi giorni, certe ore della fascia nera del razzismo che — tra l’indifferenza e il silenzio — aveva avvolto l’Italia, facendone il principale complice del delitto nazista.
E ha parlato una studentessa del liceo artistico di via Ripetta a Roma, che ha raccontato della lezione negazionista di uno dei più autorevoli insegnanti (storia dell’arte) di quella scuola. In questo evento teso, toccante, carico di emozione, condotto con chiarezza da Pini — figura ormai del tutto sdoppiata ed emancipata dall’immagine diversa del suo passato — non si è parlato mai, neppure con un accenno, del «Giorno della Memoria» e della legge che lo ha istituito, non senza ostilità, difficoltà, scetticismo che ora sembrano evaporati.
Mi sembra importante chiarire: non è una rivendicazione o un rimpianto. E legittima necessità di accertamento. Molto, nel paesaggio italiano, è cambiato negli ultimi anni. L’area, prima deserta, della difesa di Israele, appare affollata. Antisionismo e antisemitismo non sono più parole-codice per condannare automaticamente Israele e per consegnare a Israele gli ebrei italiani e le loro scelte politiche. Quanto al dolore del passato — mal ricordato e spesso accantonato come «la storia» o come una «brutta pagina» e persino come una «deviazione» del fascismo — anche questo spazio adesso è gremito di nuovi credenti. Ovviamente è un bene. Ma (ecco la domanda) che cosa è veramente cambiato? O meglio: che cosa ha provocato una rapida, precipitosa, evoluzione, che ci racconta, all’improvviso, un’Italia molto diversa?
Occorre prendere atto che si sono sciolti due iceberg che per decenni hanno ostruito l’accesso alla memoria, mettendo comunque per traverso l’ostacolo Israele. Uno dei due iceberg era a sinistra, si era impiantato su posizioni radicali che
però, se la questione era Israele — fondazione, esistenza, diritto — occupava ampi spazi anche nella sinistra «bene» del Pci, trovava posto tra la questione morale e i tentativi di un governo di unità nazionale, ovvero una posizione di ferma intransigenza, di irreversibile e inappellabile condanna politica (contro Israele) in un mare di buone vibrazioni (si sarebbe detto negli anni Sessanta) e di buone maniere. L’altro iceberg è stato a lungo a destra.
Era composto di residui di filoarabismo fascista, di antisemitismo culturale, che ha sempre avuto la sua radice in Julius Evola, nella persuasione — vecchia come lo zarismo — molto diffusa non solo a destra (ma anche nel cosiddetto mondo ben- pensante) secondo cui gli ebrei sono apolidi sospetti, forse eversivi.
E utile ricordare, nella nuova euforia che si raccoglie adesso a destra intorno a Israele, che era tipico — per gli studenti del Fuan (l’organizzazione universitaria del Movimento sociale italiano) aggirarsi nei corridoi delle facoltà con la kefiah e di partecipare con lo stesso simbolo agli eventi politici, proprio come i coetanei di sinistra. Prendiamo atto che è accaduta una normalizzazione, un «addio alle armi» nella vita italiana, che non si può non salutare come una cosa buona.
Ma perché la cosa buona avvenisse, sono stati necessari altri eventi che oggettivamente possono essere chiamati «il prezzo», sono stati diversamente vissuti. Uno di questi fatti è stata la stagione di disprezzo e di accusa verso la Resistenza. E stato un modo di rimuovere e screditare un punto di riferimento, anzi di coincidenza, fra lotta al fascismo e lotta alle leggi razziste antiebraiche. Un cumulo di atti di accusa in decine di libri «contro la Resistenza» si sono assunti questo compito. Tutto ciò è accaduto a sinistra, per opera di autori ritenuti di sinistra, e dunque ha avuto peso e conseguenze.
Un altro di questi fatti è stato l’invito costante, pressante, sistematico ad abbandonare il «mito» dell’antifascismo. Simmetricamente, però, autorevoli personaggi postfascisti si sono risolutamente distaccati da ogni ombra o dubbio di nostalgia, non hanno esitato a proclamare condanne severe e giudizi netti, abbandonando ogni bagaglio del passato.
Ciascuno di questi eventi conta, in questa riflessione, per il peso che ha e che ha avuto, senza alcuna volontà di processo alle intenzioni. Importa il risultato, che è un vasto spazio libero, nel quale non è la memoria a guidare, se non nell’intenso, appassionato racconto dei sopravvissuti, del loro modo “diverso” di partecipare a eventi sulle leggi razziste e la Shoah, con frammenti di testimonianza non commensurabili con altre evocazioni o interventi. Infatti gli «altri interventi» — ovvero tutto ciò che leggete o ascoltate oggi sui maledetti anni di persecuzione e sterminio di un popolo — sono le ben calibrate e intelligenti e utili parole di qualcuno che vive oggi e con la cultura di oggi e ci parla del suo scandalo per il razzismo, della repulsione per le discriminazioni, del disgusto per il mondo concentrazionario, della ribellione contro lo sterminio. Ma lungo un percorso che va da oggi a oggi. E comprende in modo naturale Israele anche per ragionevoli considerazioni di strategia e di difesa contemporanea.
Dunque, a che serve la memoria? Ci dà notizie di un’evoluzione che, però, salvo la voce incrinata di chi è ancora vivo dopo aver sperimentato la morte, racconta di adesso, non dell’inammissibile evento detto Shoah. In questo senso c’è attualità, non memoria. Non è un decadimento o un tradimento morale. È un percorso completamente diverso.
Non era ciò che aveva pensato chi ha scritto e proposto, e chi ha approvato all’unanimità, «il Giorno della Memoria». E giusto chiederci se sia stato un dirottamento, per quanto in- volontario; o se il nuovo percorso — il presente politico invece della memoria storica — sia quello che volevamo.

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