La crescita secondo la Fornero? Licenziamenti facili

26 Maggio 2012
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Gianni Rinaldi (con premessa redazionale)

La crescita secondo la Fornero? Favorire i licenziamenti. Bando alle diseguaglianze! Perché licenziamenti facili solo nelle imprese private. Anche nel pubblico impiego si dovrebbe poter licenziare con facilità, senza giusta causa o giustificato motivo. In realtà, al di là della disinformazione, il licenziamento per giusta causa o giustificato motivo nel pubblico impiego esiste da sempre. Anzi è doveroso per le mancanze gravi e laddove il posto venga soppresso.Quindi la Fornero non vuole introdurre i licenziamenti giustificati, ma dare carta bianca alle dirigenze e ai politici di turno.
La Fornero ha chiarito il suo pensiero (invero elementare e rozzo) nel corso di un incontro con gli studenti di Economia a Torino (poveracci!). «Quello dei dipendenti pubblici non è un mercato, perché le regole sono diverse - ha detto Fornero -, ma auspico che qualcosa di simile a quello che abbiamo fatto per i dipendenti privati, relativamente alla possibilità di licenziare, sia inserito nella delega legislativa anche per i dipendenti pubblici».
«Non vogliamo ci siano difformità di trattamento con il privato - è la conclusione del ministro del Lavoro -, non è possibile che diciamo certe cose sul settore privato e poi non le applichiamo al pubblico». Non solo vuole uguaglianza, la ministra. Ma anche il contenimento della spesa pubblica. E quale miglior rimedio dei licenziamenti contro gli sprechi?
Nella storia della Repubblica, ma forse ancor prima del Regno non si sono mai sentiti, almeno a partire dai primi del ‘900, ministri più ottusi. In realtà, da allora c’è stata una lenta affermazione dei diritti del lavoro, prima nel pubblico impiego e poi, a seguire, nel rapporto subordinato privato. C’è stata sempre una linea ascendente, nel senso che la marcia dei lavoratori, salvi i periodi neri delle dittature, non ha registrato ritorni indietro. La Fornero, con Monti, riesce invece anche a far andare gli orologi all’indietro!
Ecco perché occorre una mobilitazione forte contro il governo e la sua politica del lavoro. C’è invece una certa tiepidezza nella risposta perfino dei sindacati, come mette ben in luce Gianni Rinaldini della minoranza interna della CGIL.
Ecco un suo intervento  tratto da IL Manifesto di giovedì scorso, dal titolo

“Chi si oppone alla controriforma?”

di Gianni Rinaldini

Nel silenzio più assoluto la Commissione lavoro del Senato ha dato il via libera e inizia così il percorso in aula del disegno di legge su precarietà, art. 18 e ammortizzatori sociali. Non si hanno notizie del movimento sindacale, ad esclusione della Fiom, se non che è prevista una manifestazione nazionale Cgil, Cisl e Uil il 2 giugno, festa della Repubblica, sul fisco. La concomitanza dell’annuncio della manifestazione unitaria sul fisco con i lavori parlamentari sulla controriforma del lavoro è stupefacente.
I lavori della Commissione, che ha completato il disegno di legge sulla base dei vari emendamenti presentati dalle forze politiche, si sono svolti come se il sindacato non esistesse, in assenza di una reale iniziativa di contrasto. È sempre più forte la sensazione e la forte preoccupazione con il crescere del disagio sociale della irrilevanza del sindacato di una delega alle forze politiche e agli equilibri politici esistenti della ridefinizione dell’assetto sociale e democratico della condizione lavorativa, contrattuale e legislativa. Nel migliore dei casi, una pura articolazione della dinamica tra i partiti politici. Questo è ciò che è avvenuto con una riforma delle pensioni, non soltanto socialmente ingiusta, ma che disegna un futuro dove le lavoratrici e i lavoratori sempre più precari che nel migliore dei casi dovranno fare ricorso ad enti assicurativi e fondi previdenziali per sperare di avere una pensione decente. Le roboanti dichiarazioni come «i 40 anni di anzianità sono il numero magico» sono servite soltanto a coprire mediaticamente l’assenza di una reale mobilitazione di massa. Questo sta avvenendo oggi, con un disegno di legge che recepisce e peggiora il piano Maroni del 2001, che fu bloccato dalla iniziativa della Cgil costruita nei territori e nelle categorie fino ad arrivare alla manifestazione nazionale dei tre milioni di persone. Dice la ministra Fornero: «La riforma del governo mira a rendere più stabili i rapporti di lavoro rendendo più facili i licenziamenti per ragioni economiche e disciplinari». Precarietà, cancellazione delle tutele nel lavoro, superamento dei contratti nazionali di Lavoro, in un contesto di crescita delle fasce sociali colpite dalla povertà. Queste sono le condizioni sociali e democratiche delle riforme strutturali del governo su cui costruire la fantomatica crescita del Paese. Adesso il disegno di legge è stato completato con la condivisione e il contributo di tutte le forze politiche che sostengono il governo Monti. Il sindacato, in particolare la Cgil, deve dire se condivide o meno quel disegno di legge. Se lo condivide lo dica esplicitamente, in modo tale che i lavoratori e le lavoratrici possano valutare questa posizione. Se non lo condivide deve aprire una fase -di mobilitazione in tutto il Paese, compresa la proclamazione dello sciopero generale che si deve svolgere prima e non dopo la discussione parlamentare. Per fare questo bisogna essere credibili, nel senso che la nostra gente deve percepire che abbiamo scelto di fare sul serio e non una pura testimonianza come avvenuto per la riforma delle pensioni. La cosa peggiore sarebbe la solita litania del giudizio articolato, «ci sono luci ed ombre», con qualche iniziativa identitaria, per superare le ombre e via di questo passo. Non funziona, sarebbe un modo per tentare di coprire furbescamente quello che sta succedendo. Rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici vuole dire trasparenza e democrazia. Rispetto nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici vuole dire per esempio sapere se la posizione della Cgil sull’articolo che sostituisce l’art. 18 è quella espressa dalla Segreteria di sostanziale consenso o quella degli emendamenti presentati dalla Cgil nell’audizione parlamentare che chiedono modifiche sostanziali e decisive del testo. Oggi si usa dire «un passo in avanti» per coprire il tutto, ma quando si chiamano lavoratori, lavoratrici, precari a scioperare, essi hanno il diritto di sapere per che cosa e per quali obiettivi.

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