Amartya Sen invita ad andare a scuola da Keynes

18 Luglio 2012
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Gianfranco Sabattini

Amartya Sen, autorevole economista, su “la Repubblica” dei giorni scorsi interviene per criticare la scarsa sagacia delle decisioni prese dalle classe politica europea per sconfiggere la crisi economica in atto. Ciò che il premio Nobel contesta è innanzitutto l’austerità della politica attuata, in quanto formulata in un contesto troppo rigido come quello dell’Unione monetaria. In secondo luogo, Sen contesta che il perseguimento ad ogni costo della stabilità dell’euro possa costituire un fine a sé stesso; una stabilità così perseguita confligge con priorità più urgenti, quali quelle del benessere sociale e della salvaguardia della democrazia.
Sen osserva che è certamente vero che alcuni Paesi europei (solo alcuni?) “avrebbero dovuto adottare da tempo comportamenti economici e gestionali” (solo economici e gestionali?) più responsabili. Ciò perché le riforme che saranno ora adottate sotto la pressione dell’urgenza sono esposte al rischio di risultare poco avvedute ed efficaci; soprattutto se esse prenderanno, come sta avvenendo, la forma dell’imposizione di “interventi indiscriminati” per tagliare repentinamente e brutalmente l’offerta dei servizi sociali. Simili interventi, per Sen, abbattono la domanda, tanto da risultare controproducenti rispetto soprattutto alla necessità di ridurre gli alti tassi di disoccupazione della forza lavorativa.
La modesta sagacia dei provvedimenti sinora assunti dalla classe politica europea sarebbe dimostrata dai numerosi esempi offerti dalla storia; tali esempi dimostrerebbero che le politiche di risanamento più efficienti consistono nell’affiancare alla riduzione dei deficit pubblici stimoli per una ripresa della crescita economica. Al riguardo, Sen ricorda che, dopo la seconda guerra mondiale, è stata proprio la crescita economica a consentire il risanamento degli alti livelli di indebitamento degli Stati coinvolti nella guerra. Se la classe politica europea avesse per caso dimenticato quanto è accaduto nella storia recente dell’Europa avrebbe proprio bisogno di “imparare da John maynard Keynes; anche se, il grande economista inglese, nel formulare il rapporto funzionale tra Stato e mercato, non aveva prestato sufficiente attenzione ai “temi della giustizia sociale o all’impegno politico” che ha permesso all’Europa di risollevarsi dopo la guerra. E’ stato questo impegno, per Sen, a permettere all’Europa, con la costruzione del welfare State e con l’espansione di una crescente offerta diversificata di servizi sociali, di uscire dalle rovine del conflitto; la ricostruzione ed il risanamento sarebbero stati possibili perché l’impegno politico è stato volto, non a sostenere l’”economia di mercato, bensì a sostenere il benessere dei cittadini”.
Sul punto, Sen ricorda che esiste una teoria economica tradizionale, della quale lui stesso è uno dei maggiori sostenitori, secondo cui l’efficienza dei mercati deve andare di “pari passo con l’offerta di servizi pubblici che il mercato stesso potrebbe non essere in grado di assicurare”. La soluzione della crisi europea, perciò, per il premio Nobel, è legata alla possibilità che i singoli Stati adottino una prospettiva di azione politica che stimoli la crescita economica, coniugando l’efficienza dei mercati con l’offerta dei servizi sociali. Ciò sarà reso possibile se preventivamente saranno risolte due questioni di legittimità politica. In primo luogo, che l’Europa si sottragga ai suggerimenti unilaterali degli esperti, in assenza del consenso dei propri cittadini. In secondo luogo, che la classe politica europea cessi di imporre provvedimenti inefficaci ed iniqui, perché a lungo andare i loro esiti potrebbero mettere a rischio la democrazia e la possibilità di coinvolgere i cittadini nelle scelte collettive che dovranno essere adottate.
Pur accogliendo l’invito di Sen ad andare a lezione da Keynes, siamo certi che gli ammaestramenti di quest’ultimo, anche se privi di un’adeguata sensibilità per il ruolo dell’impegno politico nel coniugare l’efficienza dei mercati all’offerta dei sevizi sociali, suggerissero l’assunzione del consumo nella forma di consumo finale di servizi sociali come variabile strategica per sconfiggere gli esiti negativi della congiuntura economica? O non suggerivano, invece, che le risorse reperite attraverso la leva fiscale fossero utilizzate per stimolare la domanda finale, inclusiva di beni di consumo finali e di beni di consumo d’investimento per consentire alle imprese la ripresa della produzione? Era quest’ultima che rivitalizzava i mercati, facendo crescere il sistema economico, riassorbendo la disoccupazione e liberando le risorse per la costruzione del welfare e l’espansione crescente dei servizi sociali.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa ha potuto ricostruirsi grazie alla priorità che l’impegno politico ha assegnato alla crescita o grazie alla priorità assegnata all’espansione del consumo dei servizi sociali? Sembra di rinvenire nella critica di Sen ai provvedimenti che la classe politica europea sta adottando per la soluzione de problemi attuali, l’estensione al caso dell’Europa della sua teoria sulla necessità, ai fini della promozione dello sviluppo dei Paesi arretrati, di sviluppare prioritariamente le capabilities individuali. Ma, nel caso dei Paesi arretrati, le risorse sono date a priori; sono supposte cioè già acquisite. Non è così per i Paesi europei. In questo caso, se proprio si vuole assumere l’espansione dei servizi sociali per il rilancio dell’economia, occorrerebbe indicare - cosa che Sen si guarda bene dal fare - come realizzare le risorse necessarie: certo non attraverso un’opprimente austerità, ma attraverso profonde riforme istituzionali finalizzate al coinvolgimento, secondo le forme più opportune, di chi le ha accumulate. Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, prima di pensare al consumo finale dei servizi sociali, occorrerà riflettere prioritariamente sul come rilanciare la crescita.

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