I guardiani della democrazia

29 Luglio 2012
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Guglielmo Ragozzino 

 

 

La Corte Costituzionale con due decisioni ha salvato i referendum sui beni comuni dall’assalto del governo. Si tratta di decisioni importanti per la salvaguardia della democrazia nel nostro Paese. Su di esse ecco il commento di Guglielmo Ragozzino su Il Manifesto del 22 scorso.

 

Con nomi diversi, con caratteristiche proprie di ciascuna specifica civiltà giuridica, la Corte suprema svolge spesso il compito di tenere a freno gli impulsi più classisti del potere politico ed economico di riferimento. Lo ha fatto la Corte negli Stati uniti in difesa della riforma sanitaria di Barack Obama, in Germania la Corte di Karlsruhe ha tenuto duro sul reddito di cittadinanza e in questi ultimi giorni resiste, estremo baluardo europeo, contro il Fiscal compact e contro l’Ems - Meccanismo europeo di stabilità. E in questo è stimolata da Die Linke: segno che perfino in Germania, prima di cedere, la sinistra non rinunciataria le tenta tutte.
In Italia - ieri [il 21 luglio n.d.r.] - un nuovo segnale dalla Corte Costituzionale. La nostra «Consulta» ha addirittura messo in salvo il patto tra cittadini rappresentato dai referendum di un anno fa, i famosi referendum sull’acqua pubblica.
Nel sistema italiano un referendum è un secondo modo, diretto, per fare una legge, a fianco dell’altro, più tradizionale, svolto dalle rappresentanze parlamentari. Serve una legge esistente (da abolire), la raccolta di mezzo milione di firme e il voto della maggioranza degli elettori. I poteri forti, nel loro alternarsi, sono rimasti compatti almeno su un punto. Ai referendum non hanno mai creduto, l’hanno sempre scambiati per un giorno di vacanza, un grasso martedì di carnevale, per poi non farne niente, tornare alla politica vera, all’economia delle spartizioni decisive.
Anche in questo caso: i governi, nell’anno successivo ai referendum sull’acqua, hanno scelto la linea di minimizzarne l’esito, tranquillizzare le imprese, nazionali e multinazionali: «Niente cambia, tutto come prima», assicurando i loro decisivi interessi idrici nella futura irrimediabile siccità. L’acqua come grande business promesso per i cent’anni avvenire, con lauti profitti sicuri; l’acqua dolce, privata, da catturare e mettere in circolo, a disposizione dei popoli, delle città, delle famiglie, purché in grado di pagare le salate bollette. Certo i governi di Roma hanno giocato sulle parole e sulle frasi dei referendum in attesa che non fossero del tutto dimenticate, ma nella sostanza hanno spiegato ai futuri padroni dell’acqua che non c’era spazio per ogni e qualsiasi fantasia legata a stravaganti beni comuni, anzi alla “Tragedia dei beni comuni”, secondo l’insegnamento di tanti anni fa e ancora per loro validissimo, di Garrett Hardin.
La decisione della Corte italiana, sulla base della richiesta di sei regioni, ha sconvolto i piani. Gli interventi dei quotidiani importanti, a parte la felicità espressa da Mattei e Lucarelli sul nostro manifesto, per conto di noi tutti, hanno mostrato fino in fondo il disorientamento dei grandi poteri. Dopo tutto i beni comuni esistono, o almeno alla Corte costituzionale ci credono, è stata la prima riflessione, seguita dalla seconda: «e adesso che si fa»? L’idea di dover fare i conti con qualcuno (milioni di schede, la maggioranza dei cittadini) e con qualcosa (una scelta opposta alla loro, generosa, solidale) li manda in tilt. Chi glielo dirà ai banchieri dell’acqua, ai boss delle spiagge, del cemento, dei rifiuti, dei tunnel, dei rigassificatori, del petrolio e a chi compra e vende pezzi di natura, che le cose stanno cambiando?

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