I diritti sociali motore della crescita

31 Luglio 2012
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Gianfranco Sabattini

Le misure adottate o proposte dal governo Monti per rilanciare la crescita dell’economia italiana sono giudicate ispirate ad una ingiustificata ed eccessiva austerità; si prevede infatti che l’effetto di tali misure sarà non il rilancio della crescita, ma un ulteriore peggioramento dello stato depressivo del sistema economico nazionale, per via del fatto che l’austerità varrà a comprimere i diritti sociali acquisiti. Si osserva che sarebbe più efficace, ed anche più condivisa sul piano politico, l’adozione di provvedimenti volti a riformare la struttura istituzionale dello Stato ed a potenziare i diritti sociali, i quali servirebbero anche e rivitalizzare i diritti sia civili che politici. Al riguardo, si osserva anche che tra questi e i diritti sociali esiste un rapporto di mutua implicazione, nel senso che la tutela dei primi non può prescindere dalla tutela dei secondi e viceversa.
L’idea che il potenziamento dei diritti sociali possa costituire la premessa della crescita economica trae origine dalle teoria dello sviluppo dell’uomo di Amartya Sen. Il “motore della crescita”, secondo questa teoria, è rappresentato dalle capacità (capabilities) di acquisire liberamente lo “star bene”. Per questa ragione, Sen non condivide tutte quelle teorie che fanno della libertà un diritto privo di valore intrinseco; egli infatti critica le posizioni sul problema di John Rawls e Ronald Dworkin, in quanto questi ultimi si soffermerebbero sui beni e sulle risorse che portano alla libertà piuttosto che sull’estensione della libertà in sé stessa. I “beni primari” di cui parla Rawls e le “risorse” di cui parla Dworkin sono, secondo Sen, degli indicatori imprecisi di ciò che un soggetto è realmente libero di fare e di essere. La conclusione a cui egli perviene è che lo sviluppo di una determinata comunità storica dipende dalla decisione di garantire a tutti un’adeguata qualità della vita, cioè un well-being generale non ristretto dal solo riferimento a parametri economici. Coloro che condividono fideisticamente questa impostazione giungono perciò ad affermare che la crescita materiale sia strettante legata allo sviluppo umano, inteso in termini di libertà (development as freedom), ovvero di una vita che “fiorisce” in tutte le sue potenzialità.
Nessuno vuole discutere l’interesse e l’importanza della teoria di Sen; tuttavia, qualche riflessione sull’origine e sulla natura dei diritti sociali serve forse a ricondurre il discorso circa i provvedimenti che si devono assumere per rilanciare la crescita del sistema economico su un terreno un poco più solido. Un ruolo importante nel processo di reciproca compenetrazione dei diritti civili e politici, da un lato, e di quelli sociali, dall’altro, è stato svolto dal particolare status sociale, noto col nome di cittadinanza. Tale status è servito a legare i singoli cittadini all’intero gruppo sociale istituzionalmente organizzato ed a rendere gli stessi cittadini istituzionalmente uguali. Lo status di cittadinanza è l’esito finale della convergenza di due elementi essenziali: la cittadinanza come appartenenza ad un determinato gruppo sociale, ma anche come status-contenitore di un insieme tendenzialmente aperto di diritti, comprendente sia quelli civili e politici, sia quelli sociali. I primi definiscono, in termini pre-politici, rispettivamente, il diritto dei cittadini di partecipare liberamente al funzionamento delle istituzioni civili (diritto di libertà di iniziativa, di parola, di circolazione, ecc.) e il diritto di partecipare, sempre liberamente, al funzionamento delle istituzioni politiche. I diritti sociali, infine, definiscono il diritto per tutti i cittadini di partecipare alla fruizione degli standard di vita storicamente determinati su basi democratiche all’interno del sistema sociale di appartenenza. Il processo di allargamento della cittadinanza ha fatto da contrappunto al processo di democratizzazione dello Stato; tale processo è stato caratterizzato dal superamento dell’assolutismo politico. Le fasi successive hanno scandito il consolidamento della cittadinanza con l’avvento dello Stato di diritto informato ai principi del liberismo garantista, prima, ed a quelli del liberismo welfarista, poi. Questa evoluzione avrebbe dovuto segnare l’avvento di un sistema sociale caratterizzato in termini social-democratici.
Rispetto allo Stato di diritto garantista, quello welfarista avrebbe dovuto consentire una interpretazione più puntuale del concetto di cittadinanza; nel senso che a differenza dello Stato di diritto garantista, che considera la cittadinanza come presupposto della partecipazione dei cittadini al funzionamento delle istituzioni civili e politiche, lo Stato di diritto welfarista avrebbe dovuto considerare gli stessi diritti come esito del processo di partecipazione di tutti, su base paritaria, al funzionamento delle istituzioni politiche e la stessa partecipazione come dovere e non come diritto. Come corollario ne sarebbe dovuto seguire che, a differenza dello Stato di diritto garantista che considera prioritari i diritti sui doveri, lo Stato di diritto welfarista avrebbe dovuto considerare prioritari i doveri sui diritti, nel seno che ogni diritto avrebbe dovuto essere definito in funzione del sistema dei doveri entro il quale avrebbe dovuto essere definito.
Tutto ciò non è avvenuto, per cui all’interno dello Stato di diritto social-democartico italiano è stata realizzata solo una “democrazia zoppa” che ha consentito la formazione ed il consolidamento di profonde disuguaglianze economiche e sociali. E’ questa una considerazione che sarebbe stato utile tenere presente, non solo nelle formulazione delle riforme istituzionali da attuare; ma anche nello stabilire i contenuti de provvedimenti da assumere per finanziare il rilancio della crescita del sistema economico nazionale. Le riforme istituzionali sarebbero dovute risultare strumentali rispetto al coinvolgimento di tutti i cittadini nel sopportare il “peso” dell’austerità. In assenza di tali riforme, i sacrifici richiesti sono destinati a degradare in provvedimenti depressivi ed iniqui, in quanto oltre a sacrificare i diritti sociali dei deboli, continueranno a sacrificare i diritti civili e politici, perché non sorretti dalla necessaria legittimazione politica riconducibile alla percezione di una maggior giustizia sociale.

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