Si apre un’era Renzi? Riflessioni sul futuro prossimo venturo

27 Maggio 2014
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Emanuele Pes

  1. Se prima delle elezioni potevamo pensare a un superamento della proposta dell’Italicum in virtù del pesante ridimensionamento di Forza Italia, oggi si può perfino ipotizzare che il solo risultato del PD è sufficiente per rimettere in discussione tutto. Nonostante le parole di Renzi, tutte tese a confermare l’agenda delle riforme, a partire da quella elettorale, sarebbe piuttosto imbarazzante, anche per la forza che ottiene il 41%, proporre una soglia di premio di maggioranza al 37%. Troppa grazia, Sant’Antonio. Queste elezioni c’è chi le ha vinte e chi le ha perse. Ma in ogni caso consegnano a tutti maggiori responsabilità in relazione alle singole collocazioni politiche e ad una serie di nodi in fin dei conti ineludibili. Renzi riceve l’obbiettiva sanzione democratica della sua presidenza, ma a una maggiore e definitiva autorevolezza, e maggiori ambiti di iniziativa e di proposta, non corrispondono altrettanto ovvi e limpidi margini di manovra parlamentare. Il risultato non consente comunque di forzare la mano e gli accordi per le riforme si dovranno ricercare, nell’ambito della maggioranza di governo e all’esterno di essa, con tutte le attenzioni del caso. Col 41%, il PD potrebbe anche essere tentato di affrontare nuove elezioni col proporzionale, senza nuova legge elettorale, con l’obbiettivo di comporre in Parlamento una maggioranza. Ma i rischi in sé (senza contare la drastica riduzione della rappresentanza parlamentare, già eletta col maggioritario) sarebbero comunque notevoli.
    Altro elemento di riflessione è dato dalla natura del risultato, evidentemente legata alla leadership di Renzi. Questa non è stata la vittoria di un gruppo dirigente o del partito nel suo complesso. Ciò non vuol dire che non sia durevole. Col partito-persona-azienda Berlusconi è andato avanti per vent’anni. Ugualmente, da quanto emerge dai risultati delle comunali e regionali, sembra che il buon esito sia confermato non solo per le candidature dei sindaci e presidenti, ma anche per il PD come partito, seppure con percentuali minori dell’exploit europeo. Si riuscirà nel tempo a costruire gruppi dirigenti locali all’altezza dei risultati espressi? Per il PD è tutta una partita da giocare e dall’esito non pronosticabile facilmente.
    Un’altra responsabilità è sicuramente consegnata anche al maggiore partito d’opposizione. Il M5S ha sperimentato il lato amaro della competizione elettorale, ha provato per la prima volta la sconfitta, cocente. Non esiste un moto ascensionale univoco che porta al governo. L’idea di rappresentare, se non tutto il popolo, almeno la sua maggioranza era semplicemente infondata. Ora è inevitabile che si apra una riflessione. Al Movimento non può chiedere di rinunciare ad esprimere la sua idea di una funzione generale di cambiamento. Ma sembra improbabile che il M5S si possa dotare, almeno per il momento e anche solo sul piano teorico, di una politica delle alleanze. Certamente, non si può neanche rinchiudere nell’attesa della fine dell’era dei pensionati col sistema retributivo per porsi il problema dell’apertura di una nuova fase politica. Quale continuità garantire quindi all’opposizione parlamentare, che nell’ultimo anno è stata particolarmente importante per la vita democratica del paese? Potrebbero anche realizzarsi tentativi da parte del PD di intercettare transfughi. Ma un disegno del genere, oltre che politicamente criticabile, farebbe irrigidire il centrodestra. Per il M5S rimane irrisolta la questione della presenza negli enti locali e nei territori, con tutto il significato particolare che assumono nell’assetto democratico e della relazione tra Governo e opposizione nel paese. Anche qui, i segnali non sono positivi.
    Il centrodestra, ugualmente, si trova di fronte a delle scelte che è costretto a fare, a partire dalla successione di Berlusconi alla guida di quello che rimane il partito più rappresentativo del conservatorismo italiano. In qualche modo si dovrà cercare un esito concreto al lavoro di sponda che Berlusconi ha compiuto verso il Governo nel corso di tutta la campagna elettorale ed è probabile che il centrodestra nell’insieme, governativo e non, tenterà di valorizzare una funzione stabilizzante del sistema in contrapposizione al M5S, riproponendosi come interlocutore decisivo per le riforme. I rapporti con la Lega, e il ruolo stesso che questo partito gioca in ambito parlamentare e negli enti locali, potrebbero rappresentare il più grande ostacolo alla prospettiva di una regressione neocentralista dello Stato. Se l’esito delle europee fotografasse anche un risultato di, invero improbabili, elezioni politiche anticipate senza riforma della legge elettorale, il NCD e Forza Italia ne potrebbero trarre vantaggio per assicurare una maggioranza di governo del 60%. Del resto, se l’abbraccio di Renzi nei confronti di Berlusconi, secondo la definizione di Giovanni Toti, può essere mortale, anche dell’affetto di Berlusconi nei confronti di Renzi non sarebbe facile liberarsi. La fortissima componente moderata di voti che ricevuto Renzi, orienta il PD ad una certa attenzione verso quell’area politica, in chiave di competizione solidale.
    L’elemento più significativo del risultato di Altra Europa con Tzipras è stato quello di avere evitato di coinvolgere nel naufragio dei partiti politici di sinistra, anche quello della cosiddetta “società civile” che in questa occasione ha assunto l’iniziativa di presentare la lista alle elezioni. E’ chiaro, tra il 3,99% e il 4,03% passa, non solo una soglia di legge, ma anche un criterio convenzionale e un po’ ipocrita di valutazione della presenza della sinistra nella società italiana. E’ importante averlo superato, ma tutti i limiti di questa esperienza rimangono, soprattutto in relazione alla capacità futura di costruire un radicamento più avanzato nei territori e nei luoghi del conflitto sociale. L’aspetto più confortante è quello di aver posto con forza la questione di un europeismo fondativamente democratico, da sinistra, e di averlo collegato, con valenza non personalistica, alla figura di Tzipras, contribuendo così a aprire una prospettiva, evidentemente non maggioritaria, ma viva e presente in Europa. Devono essere ringraziati i garanti, per l’impegno e il lavoro che hanno svolto, ma va detto che nell’impostazione politica della lista si sono riscontrate troppe chiusure, troppe rigidità e in qualche caso un atteggiamento perfino inutilmente bacchettone. Da questo risultato, però, fortunatamente, possiamo ripartire. E sappiamo bene che non era pacifico.
    Nel quadro generale, non è facile capire quali possano essere le ricadute le voto in Sardegna. Come per le regionali, anche per le europee l’astensionismo ha avuto una significativa componente politica, in questo caso soprattutto in ordine alla questione del collegio per l’Isola. Un astensionismo politico per il quale non è rilevante il fatto che siano stati eletti più eurodeputati sardi che con un eventuale collegio unico, dal momento che il problema che si è posto era quello che la Sardegna eleggesse direttamente i propri deputati. Questo rende l’affermazione del PD, assieme al risultato del M5S, meno eclatante che altrove. Nel frattempo rimangono aperti i problemi con lo Stato e non emergono molte idee sulla strumentazione democratica che deve rendere operante l’autogoverno della Sardegna. E’ un problema che dovrebbe vederci più impegnati a sinistra. Anche, e forse soprattutto senza nasconderci le difficoltà che abbiamo di fronte.

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