Governabilità e burocratizzazione della politica

27 Giugno 2016
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Andrea Pubusa

L’artificiosità della pretesa governabilità tanto in voga in questi anni è agevolmente individuabile nella fallacia del suo presupposto: la pretesa unitarietà del popolo e della sua volontà. In realtà il corpo elettorale non è “un collettivo unitario e omogeneo” ma è attraversato da interessi diversi e contrastanti, cosicché non può esistere una volontà unitaria di esso. Neanche la maggioranza può dunque rappresentare interamente la volontà popolare ma ne esprime solo una parte numericamente maggiore. La democrazia è un regime per sua natura senza capi, senza interpreti unici della volontà del corpo elettorale.
Ora, a ben vedere, i parlamentari e i senatori nominati, assomigliano quanto a legittimazione ai funzionari, anch’essi scelti, ne acquisiscono la mentalità burocratica e sono, al tempo stesso, espressione di questa. Concorrono alla progressiva confusione e concentrazione dei poteri, anzitutto della funzione politica e di quella amministrativa. A questa omogeneizzazione fra politica e amministrazione concorrono altri potenti fattori. Anzitutto la commistione fra poteri politici e poteri economici e la prevalenza di questi ultimi sui primi. Il fenomeno, con Berlusconi, si è mostrato senza paraventi nel conflitto di interesse, che in Italia sopravvive alla concentrazione, senza confronti e senza precedenti, nelle stesse mani dei poteri di governo, di un enorme sistema di interessi e di poteri economici e finanziari, nonché dei poteri mediatici assicurati dal (quasi) duopolio dell’informazione televisiva. Anzi se nella concentrazione nella singola persona di siffatti poteri, non può neppure parlarsi, propriamente, di conflitto di interessi, un aperto primato degli interessi privati sugli interessi pubblici persiste quando la subordinazione dei secondi ai primi, sono assunti dai governanti “come una sorta di nuova norma fondamentale, inderogabile e non negoziabile, del nuovo sistema politico”. Si è parlato così, al tempo di Berlusconi, appropriatamente, “a proposito dell’anomalia italiana, di una singolare regressione premoderna allo stato patrimoniale contrassegnato da connotati populisti: in sintesi, di una forma di patrimonialismo populista o se si preferisce di populismo patrimonialista”. E il fatto nuovo è costituito dalla scomparsa della distinzione che pur caratterizzava la vecchia degenerazione della sfera pubblica, “quando la politica era corrotta, comprata e subordinata agli interessi economici privati e tuttavia da questi pur sempre distinta e separata”. “Il risultato di questo connubio tra patrimonialismo e populismo è la dissoluzione della rappresentanza. In entrambi i sensi della parola. Viene meno, in primo luogo, la rappresentanza giuridica o legale, che come dice il codice civile, è incompatibile con il conflitto tra gli interessi del rappresentante e quelli del rappresentato. Ma viene compromessa anche la rappresentanza politica, che secondo l’art. 67 della Costituzione è rappresentanza della Nazione e non può quindi essere condizionata dagli interessi del rappresentante, tanto più se questi è il capo della maggioranza”  (L. Ferrajoli). La politica degrada così dalla decisione all’esecuzione con limitati margini di discrezionalità come nell’azione amministrativa.
La mutazione antropologica e culturale che questo nuovo rapporto poliitica-economia ha determinato poi accentuata dalla burocratizzazione della politica, che permane come lascito del berlusconismo. Della nomina dei parlamentari e ch’essa assimili il politico al funzionario si è già detto. Ma tale assimilazione avviene anche per vie interne alla politica attraverso il fenomeno della burocratizzazione. Il quesito non è nuovo: quale rapporto esiste, nelle moderne democrazie di massa, fra democrazia e burocrazia? Già Robert Michels, studiando il comportamento politico delle élite intellettuali, nella sua opera più nota sulla sociologia dei partiti politici, descrisse “la ferrea legge dell’oligarchia”. Nel suo libro Sociologia del partito politico, teorizza che tutti i partiti politici si evolvono da una struttura democratica aperta alla base, in una struttura dominata da una oligarchia, ovvero da un numero ristretto di dirigenti. Questo deriva dalla necessità di professionalizzazione, la quale fa sì che un partito si strutturi in modo burocratico, creando un apparato dirigente sempre più svincolato dall’influenza e dal controllo degli iscritti. Con il tempo, chi occupa cariche dirigenti, allontanandosi dalla base, diventa un’élite compatta dotata di spirito di corpo, una “casta”, come si dice oggi, ma come già diceva Gramsci. Nello stesso tempo, il partito tende a smarrire i propri obiettivi generali: l’obiettivo fondamentale diventa la sopravvivenza dell’organizzazione, e non la realizzazione del suo programma. Più in generale per Michels “chi dice organizzazione dice tendenza all’oligarchia”. Le moderne forme di burocratizzazione del potere del resto accomunano le analisi di Weber e Gramsci. E, benchè il primo rilevi il possibile contrasto tra democrazia e potere burocratico, la democratizzazione non è tanto legata “all’aumento necessario della partecipazione attiva dei dominati al potere”  quanto “esclusivamente al livellamento dei dominati di fronte al gruppo dominante, organizzato burocraticamente, che da parte sua può possedere di fatto, e spesso anche formalmente, una posizione assolutamente autocratica”. La “burocrazia divenuta necessità” non cancella anzi solleva con forza il problema del suo rapporto con la politica, ossia la questione “di formare una burocrazia onesta e disinteressata, che non abusi della sua funzione per renderla indipendente dal controllo del sistema rappresentativo” (Gramsci).
Accanto a questa critica delle degenerazioni burocratiche del parlamentarismo e del regime rappresentativo Gramsci punta la sua attenzione anche sulla progressiva burocratizzazione dell’attività politica come fattore epocale e irresistibile della nascente politica di massa. Se si vuole studiare la “forma partito”, scrive Gramsci, «occorre distinguere: il gruppo sociale; la massa del partito; la burocrazia o stato maggiore del partito. Quest’ultima è la forza consuetudinaria più pericolosa: se essa si organizza come corpo a sé, solidale e indipendente, il partito finisce con l’anacronizzarsi». La perdita della «base sociale storica» del partito e della sua capacità di “presa” sul reale porta alla «crisi dei partiti», che però mantengono comunque un ruolo centrale nella vita politica: «i partiti francesi sono i più utili per studiare l’anacronizzarsi delle organizzazioni politiche: nati in conseguenza della Rivoluzione dell’89 e dei movimenti successivi essi ripetono una terminologia vieta, che permette ai dirigenti di mantenere la vecchia base pur facendo compromessi con forze affatto diverse e spesso contrarie e asservendosi alla plutocrazia».
La comune burocratizzazione della politica e dell’amministrazione tende ad accomunarle in una funzione meramente esecutiva e di esercizio discrezionale negli spazi lasciati liberi dai decisori economici e, più in generale dalla concezione generale egemone da questi determinata. Questo processo si trasfonde e rafforza quella commistione fra politica e amministrazione che il principio di separazione fra queste in realtà tende a rinsaldare in una identica visione e funzione esecutiva dei progetti altrui e nel rinchiudere il proprio potere decisionale nei limitati spazi applicativi della norma fondamentale dominate fondata sul mercato e non sul lavoro o sulla sovranità popolare, come invece prescrive la nostra Costituzione.

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