Lo Statuto dei lavoratori, una legge storica, ora maltrattata

20 Maggio 2020
3 Commenti


Andrea Pubusa

Ho avuto tante fortune. Nel 1970 è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori ed io sono diventato avvocato. Giusto mezzo secolo fa. Ho così vissuto lo Statuto dal vivo, nelle scontro di classe e nel processo. Poi di fortune ne ho avute altre concomitanti. A Cagliari il più autorevole giuslavorista era Nuto Pilurzu, figura storica del comunismo sardo, persona semplice, non ambiziosa, di straordinaria levatura morale. Lui non chiedeva mai una lira ai lavoratori, si ripagava dalle condanne alle spese dei padroni che infilzava immancabilmente in giudizio. Eravamo assieme al Manifesto di cui lui fu fondatore in Sardegna. Avevamo anche fondato un Collettivo politico-giuridico con Gianfranco Macciotta, Paolo Picasso ed altri e Pilurzu dava credibilità ad ogni nostra iniziativa. La sua guida in quella meravigliosa stagione (anche giuridica) a noi giovani avvocati democratici dava dottrina e sicurezza. Qualche incertezza? Una telefonata o, nei casi più complessi, una visita a Nuto e tutto era risolto. La sua generosità era proverbiale, il suo studio era sempre aperto ai lavoratori e a noi avvocatucci alle prime armi. E Nuto ci dava anche sorrisi, allegria e umanità.
Bene, ma sto parlando di noi anziché dello Statuto. Parliamo della legge, basta il titolo: “Legge 20 maggio 1970, n. 300. “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e nell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento“. Libertà, dignità dei lavoratori, libertà sindacale, niente caporalato, parole che nella storia l’umanità sfruttata e dolente ha sempre sognato. Ecco è legge dello Repubblica, nata dalla Resistenza, è una proiezione della Costituzione nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro.
Fu un bel divertimento per noi. Era il tempo delle cattedrali nel deserto. Era un pullulare di padroncini, subappaltori di subappaltaori, spesso prestanome di dirigenti dei grandi stabilimenti che facevano avere a questi lestofanti commesse, salvo spartirsi poi i lauti guadagni. Questi padroncini, spesso erano ex caposquadra, che, stimolati dai dirigenti, si facevano un timbretto e, oplà!, diventavano imprenditori. Facevano il bello e il cattivo tempo. Assumevano e licenziavano verbalmente, ad nutum, come si diceva con parolina latina, che vuol dire pressapoco “con un cenno”. Si cacciava via il lavoratore, il sindacalista col cenno della manno “vai via! passa via!“.
Per noi fu un bel tirassegno. Lo Statuto prevedeva il licenziamento in forma scritta a pena di nullità, previa contestazione dell’addebito e termini a difesa per il dipendente. Trascorremmo i primi anni fiondando questi pseudo imprenditori, mercanti del lavoro e delle fatiche altrui, impugnando licenziamenti malfatti e immancabilmente ottenendo l’annullamento e la reintegrazione, nonché il risarcimento. Sì perché questo prevedeva l’art. 18.
Poco dopo, nel 1973, fu istituito il rito del lavoro, e a Cagliari la Sezione in Pretura era composta da un anziano ottimo magistrato, Lavena, che la presiedeva, e da due giovani pretori, Mauro Mura e Michele Jacono, che facevano parte di quella folta leva di magistrati che portò la Costituzione nelle aule di giustizia, soppiantando le vecchie toghe, formatesi in epoca fascista, per le quali la Carta era niente più che un insieme di buone intenzioni, di esortazioni non vincolanti. Poi in periferia c’erano altri giovani magistrati di questa tempra.
Ricordo una volta alla Pretura di Sanluri, davanti al Dr. Pisotti, discutemmo il licenziamento di tre lavoratori da parte di due padroncini particolarmente arroganti, che manco a dirlo, avevano licenziato senza applicare la procedura prevista dallo Statuto. Erano difesi da un noto avvocato oristanese, stile fine Ottocento della variante “trombone”. Parlò per un’ora in un crescendo che faceva tremare le pareti e  sempre più gonfiare il petto ai suoi clienti e deprimeva ad ogni avverbio o aggettivo enfatico i miei poveri lavoratori, che si aspettavano un ineluttabile rigetto del ricorso e la condanna alle spese. Tanto più che io, ben conoscendo la finezza e la solidità giuridica del Pretore Pisotti, mi guardai bene dal fargli lo sgarbo di illustrargli la disciplina della Statuto (era stato assistente alla cattedra di Diritto del Lavoro prima di entrare in magistratura), mi limitai a replicare con poche parole solo sussurrate:  “chiedo che il licenziamento venga annullato perché adottato in violazione degli articoli 7 e seguenti e 18 della legge n. 300 del 1970“.  In quel momento i lavoratori si sentirono persi: il nostro difensore  - hanno pensato - non sa cosa replicare, è intimorito, lui sbarbatello, dall’oratoria trombonesca del principino del Foro di Oristano. Pisotti si ritira e poco dopo, in nome del popolo italiano reintegra i tre lavoratori maltrattati, ridà loro la dignità calpestata. Ecco questo era lo Statuto. Sovvertiva millenni di soprusi e prevaricazioni!
E quando i lavoratori, diventati esperti col loro lavoro, venivano adibiti di fatto a mansioni superiori e pagati col compenso previsto per quelle inferiori, dove erano fraudolentemente inquadrati? Ricorso, prova per testi delle mansioni effettivamente svolte e condanna all’inquadramento nella categoria superiore con corresponsione delle reltive retribuzioni contrattuali. E il tutto avveniva in prima udienza, con lettura del dispositivo alla fine della stessa. In sei mesi si faceva primo e secondo grado! Questo era il rito del lavoro!
E la condotta antisindacale? Ricordo che il silenzioso, ma tenace compagno Gigi Porqueddu di Senorbì, con un gruppetto di compagni nella sua aziendina di carpenteria metallica cercava di organizzare i lavoratori e di tenere riunioni sindacali, osteggiato in tutti i modi dal padroncino, che riteneva il cantiere l’orto di casa. Ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto superveloce e in pochi giorni l’ordine del giudice a cessare l’attività antisindacale e consentire la riunione, un diritto vero e proprio.
E la stabilizzazione dei lavoratori illegittimamente assunti a tempo determinato? Moltissime! E le stabilizzazioni presso le aziennde-madri di lavoratori fittiziamente assunti da imprese che facevano intermediazione di manodopera? Tantissime!
Questo è stato lo Statuto e questo è stato il rito del lavoro. Ora se ne è persa memoria, neanche i giudici lo sanno. Il diritto del lavoro è morto per la loro indifferenza, per l’ignoranza dello spirito della legge e per una legislazione che ha perfino modificato l’art. 18. La Repubblica ora è fondata su mercato, non sul lavoro. Del resto Renzi, nel manomettere l’art. 18, a suo modo, era coerente. Volendo distruggere la Costituzione, ha cominciato col distruggerne l’articolo che dava ai lavoratori lo strumento per inverarla nei luoghi di lavoro. E si è introdotta una disciplina che cozza anche col buon senso. Si licenzia senza giusta causa, ma non s’impone la reintegrazione. Manca l’effettività della tutela giurisdizionale, sancita nell’art. 24 e seguenti della Carta. Se tu vieni licenziato per una mancanza che l’imprenditore non riesce a provare in giudizio, a quale criterio di giustizia, morale e di buon senso risponde che il giudice, a domanda, non debba reintegrare il lavoratore incolpevole? Dove va a finire la tutela giurisdizionale dei diritti, assicurata dalla Costituzione? Art. 24:“tutti possono agire in giudizio a tutela dei propri diritti e interessi legittimi”, vuol dire non solo che tutti devono avere un giudice e un giusto processo per difendere i loro diritti, ma anche che, se il diritto è provato in giudizio, dev’essere soddisfatto in forma specifica, e cioè quando è possibile ripristinando la situazione violata. Se il ladro viene sorpreso e la refurtiva è ritrovata, i beni devono essere restituiti al legittimo proprietario, non lasciati al ladro, dandogli la facoltà di pagare un risarcimento.
Grande è stata la conquista di civiltà e di giustizia con lo Statuto, ignomignoso per i gruppi dirigenti averlo manomesso e depotenziato, autolesionistico per la giurisdizione aver autolimitato il proprio potere di rendere giustizia. La dignità del lavoro e dei lavoratori è stata rimessa sotto i tacchi dei prepotenti e degli arroganti. Ma ci abbiamo rimesso tutti sul piano democratico, salvo i padroni, i prilegiati e i prepotenti.

 

 

3 commenti

  • 1 Franco Meloni
    20 Maggio 2020 - 08:28

    Anche su aladinpensiero online: http://www.aladinpensiero.it/?p=107979

  • 2 marcello vignolo
    20 Maggio 2020 - 11:03

    Uno di quegli avvocatucci che, alle prime armi, ebbe la straordinaria fortuna di lavorare con Nuto Pilurzu non può che provare commozione nel leggere il breve ma efficacissimo e veritiero ritratto che tu ne hai fatto.
    Grazie

  • 3 Giacomo Meloni
    21 Maggio 2020 - 01:30

    ANCH’IO all’epoca avevo 23 anni e frequentavo il Movimento Studentesco della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, dove erano presenti molti Gruppi politici appartenenti alla Galassia Extraparlamentare.
    Ricordo che avevamo dedicato più giornate di discussione allo Statuto dei Lavoratori, rilevando posizioni differenziate tra i vari Movimenti: Il PCd’I era fortemente contrario come pure Servire il Popolo. Seguivamo il dibattito parlamentare e molti di noi, certo non sindacalizzati perché ancora legati prevalentemente agli studi universitari, erano favorevoli alla Legge, soprattutto quelli che provenivano da ambienti vicini al Partito Socialista e quelli dell’Area Cattolica. Il testo della Legge 300 fu prima votato al Senato ed in seconda lettura fu approvato alla Camera dei Deputati con 217 voti a favore. Votò SI la maggioranza di Centro Sinistra: DC,PSI e PSDI unificati nel PSU; come pure votò Si il PRI e il PLI che facevano parte dell’opposizione. Destò clamore l’astensione del PCI, del PSIUP e del MSI. I voti contrari furono 10. La posizione del PCI, che in questo punto coincideva anche con i Movimenti extraparlamentari, era la richiesta non accolta di estendere lo Statuto dei Lavoratori alle Aziende sotto i 16 dipendenti e la mancanza nel testo di norme contro i licenziamenti collettivi discriminatori.
    Già allora, però, forte era la richiesta da parte dei Collettivi e Consigli di fabbrica di costituire le Rappresentanze Sindacali Aziendali, aperte anche ai nascenti Sindacati di Base non firmatari di Accordi a livello Nazionale o Provinciale. Questo fu il limite oggettivo che pesò molto nelle vicende sindacali degli anni successivi fino alla Referendum sullo Statuto ,promosso dai Radicali di Pannella, ma sostenuto anche dal PCI che voleva fortemente la modifica dell’art.19 sulle Rappresentanze Sindacali. Si dovette attendere vent’anni per l’Accordo Quadro Nazionale tra Confindustria e CGIL/CISL/UIL per la costituzione delle RSU/RLLS, che, come noto, nel Settore Privato ,mantiene per gli altri Sindacati minori l’obbligo della sottoscrizione di detto Accordo come condizione necessaria per presentare lista alle elezioni RSU ed il vincolo assurdo della nomina dei delegati da parte delle Segreterie di CGIL/CISL/UIL, qualora tra gli eletti non figurino loro delegati. Ad una mia precisa domanda nel corso di una assemblea all’Università di Cagliari, uno degli estensori di detta norma, un professore dell’Università di Torino, oppose l’argomentazione che fosse corretto dare questa vantaggio ai Sindacati storici come riconoscimento dovuto per l’impegno sindacale profuso nel corso degli anni in Italia. L’assemblea si rivolse contro ed il professore fu contestato apertamente.
    Per il settore Pubblico questa norma fu cassata per evidente incostituzionalità su ricorso delle RdB/CSS/CUB.
    Certamente, come afferma il Prof.Andrea Pubusa nel suo articolo di oggi 20 maggio 2020, lo Satuto dei Lavoratori segnò una vera rivoluzione nelle Relazioni Industriali-sindacali. Lo posso testimoniare avendo fin dal 1973 ricoperto ruoli sindacali nella mia categoria lavorativa via via sempre più importanti a tutti i livelli provincialele, regionale e nazionale nel Sindacato Postelegrafonici ed anche a livello Confederale in CGIL nel Direttivo della Camera del Lavoro di Cagliari, nel Consiglio dei Revisori e come consigliere nel Consiglio Regionale della stessa Confederazione fino al 1984, data in cui mi dimisi dalla CGIL e scelsi di aderire alla Confereraione Sindacale Sarda-CSS, di cui mi onoro essere il Segretario Nazionale fin dal mese di febbraio del 1992.
    Lo Statuto dei Lavoratori fu alla base delle Riforme del Diritto del Lavoro, modificò radicalmente i Contratti Collettivi Nazionali, favorì una legislazione moderna ed efficace anche in campo pensionistico, e dell’assistenza sociale, favorendo l’introduzione del punto unico di contingenza e la Riforma del Servizio Sanitario Nazionale (L.8333/78).
    Fa bene il prof. Pubusa a richiamare le conquiste nel campo del Diritto del Lavoro della Legge 300/1970, ma diventa obbligo ricordare come nel corso degli anni questa Legge sia stata svuotata e tradita sia da Governi di Centro/Destra sia purtroppo anche da Governi di Centro Sinistra, pur avendo avuto dei Ministri del Lavoro capaci,
    Faccio riferimento in particolare ai Governi Prodi, nel quale il Ministro del Lavoro Tiziano Treu introdusse il lavoro flessibile e le assunzioni a tempo determinato con varie tipologie contrattuali fino ai Governi catastrofici di Renzi durante il quale si attuò lo scippo dell’art. 18 della Legge 300/70.

    Giacomo Meloni segr. Naz.le CSS

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