Rileggendo Lussu su autonomia e separatismo

3 Agosto 2021
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Andrea Pubusa

D’estate, si leggono o si rileggono libri, saggi articoli di autori o personaggi importanti. E coi tempi che corrono è un vero piacere sentire parlar forte e chiaro, ti dà un senso di appagamento, ti riconcilia con te stesso ed il mondo. Leggere Lussu, ad esempio, fa questo effetto. Penna sublime anche nei saggi politici, di una insuperabile nettezza nei concetti e nei messaggi, senza conceder nulla all’ambiguità, alla demagogia, al facile consenso degli uni e degli altri. Che bellezza il suo scritto “Autonomia non separatismo“, pubblicato su Il Solco del 20 maggio 1945. E’ un momento importante nella storia del Paese e della Sardegna. Gli eserciti alleati e la Resistenza avevano “afferrato alla gola i responsabili della guerra”, “i nostri eroici partigiani del Nord hanno battuto i fascisti e i tedeschi”, occorre - dice Lussu - pensare alla costruzione di un’Italia democratica, e dunque bisogna avere le idee chiare pure in Sardegna su autonomia e separatismo, anche perché in quel periodo difficile della ricostruzione molti dirigenti politici “scendono a livello di cavadenti da fiera e si fanno responsabili del disorientamento che è già grande” (Lussu sembra parlar dell’oggi, di Salvini, Renzi, Meloni & C.!). E il capitano dei Rossomori non ci sta e prende posizione. Si tratta di costruire l’Italia democratica, occorre sapere e dire dove sta e come sta la nostra Isola in questa esaltante ma complessa opera di fondazione di un ordinamento finalmente democratico.
“Fin dal mio rientro in Sardegna dopo tanti anni di assenza, ho preso posizione contro il cosidetto separatismo”, dice il capitano, senza giri di parole. “Il separatismo è una malattia politica, che si ha certamente il dovere di spiegare, ma anche di combattere”. Il separatismo non è mai esistito in Sardegna prima della Grande Guerra. Il PSd’Az non è mai stato separatista, “noi tutti, i fondatori del partito - ricorda - abbiamo considerato l’autonomia come una rivolta verso la costruzione centralizzata dello Stato italiano”. “Un’avversione al potere burocratico e incompetente e assolutistico, un’avversione a una sistematica forma di sfruttamento plutocratico, non un’avversione all’Italia”.
Convincente e piana la spiegazione dell’Uomo di Armungia. L’autonomismo significa questo: “i Sardi, da vassali, intendono diventare cittadini, nello Stato italiano essi intendono diventare liberi soggetti di diritto e non rimanere sudditi asserviti”. Si sente chiaro l’eco della battaglia di Giommaria Angioy, la sua pretesa di trattare in modo paritario con la Corona, di decidere della fuoriuscita della Sardegna dal feudalesimo e dall’Antico Regime, si sente l’urlo contro i governi autoritari di Tuveri e l’opzione repubblicana e democratica di Giorgio Asproni. Per questo hanno combattuto i sardi con valore nell’Altopiano.”I combattenti sardi - osserva Lussu - non sono mai venuti meno alla solidarietà che li strigeva agli altri combattenti d’Italia, né alla causa della democrazia nazionale ed europea per cui avevano combattuto. Per noi tutti, autonomia significava maggiore libertà e maggiore giustizia, trasformazione e conquista dello Stato. Noi intendiano - precisa Lussu - essere partecipi e non vittime dell’orgnizzazione dello Stato nazionale”.
Il separatismo - secondo Lussu - rimetterebbe la Sardegna alla mercé delle potenze e degli stati più forti come fu nel passato quando fu bizzarramente eretta in Regno dal papa per concederne il diritto di invasione e conquista agli Aragona, o come quando nel 1720 fu barattata con la Sicilia per unirla alla corona sabauda. No, afferma con forza Lussu - quel tempo è finito per sempre: “il popolo sardo non si vende sul mercato internazionale al miglior offerente”. No, i sardi, nel nuovo ordinamento democratico in costruzione, voglio l’autonomia, intesa come autogoverno, “nell’ambito dell’unità italiana, la Sardegna aspira a conquistarsi, sovranamente per i suoi problemi specifici, l’autogoverno”. Attenzione! In questa frase e’ condensato efficacemente il pensiero di Lussu, no al separatismo, sì all’unità italiana, ma “per i suoi problemi specifici” la Sardegna deve potersi autogovernare “sovranamente”, ossia senza riconoscere un potere decisionale superiore. La parola federalismo non viene mai pronunciata (non era in uso fra i sardisti delle origini), ma questo è il federalismo lussiano: avere potere decisionale sovrano sui problemi specifici dell’Isola. Anche qui, si sente l’eco dei grandi sardi democratici del passato. In fondo anche Giommaria a Oristano in quei drammatici primi giorni del giugno 1796 non pretendeva di staccarsi dalla Monarchia sabauda (era fin troppo cosciente che quell’assetto era l’esito di trattati ed equilibri internazionali non ancora superati), ma voleva che le prerogative del Regno di Sardegna si dispiegassero appieno contro le restrizioni introdotte di fatto dal re e dal suo apparato.
Sappiamo come sono andate poi le cose quel “sovranamente” enunciato da Lussu è stato attenuato nella Carta costituzionale e nello Statuto speciale. E non a caso Lussu espresse il suo dissenso, anche se poi votò a favore dello Statuto per evitare colpi di mano di chi non voleva neanche quella versione meno forte. Tuttavia, per chi volesse, non solo in chiave teorica, riaprire una discussione sul tema, Lussu e l’elaborazione degli intellettuali che lo hanno preceduto su questa strada, offrono tanti stimoli insieme a dei punti fermi, ai due poli fondamentali che segnano il perimetro della riflessione: unità italiana e autogoverno sovrano per le questioni specificamente sarde. Senza questi punti fermi si finisce per ridursi al rango di cavadenti da fiera come sono stati, ad esempio, alcuni promotori di liste sedicenti separatiste alle ultime regionali,  che prospettavano miracolose costruzioni statuali e sovrane anche e semplicemente via web!

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