La verità sepolta. Il mediacidio nella Striscia di Gaza nel nuovo rapporto di Francesca Albanese

30 Ottobre 2026
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La Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese al DIG Festival di Modena il 25 settembre 2026 © Roberto Brancolini/ipa-agency.net

L’ultimo rapporto della Relatrice speciale Onu sulla situazione dei diritti umani dei Territori palestinesi occupati dal 1967 ricostruisce il mediacidio in atto nella Striscia di Gaza. Un processo in cui l’uccisione sistematica dei giornalisti palestinesi si intreccia con la censura e la manipolazione dell’informazione e con la diffusione di narrazioni che legittimano la distruzione operata da Israele

 “A partire dal 7 ottobre 2023 Israele ha ucciso quasi trecento giornalisti e ne ha feriti più di quattrocento. Molti indossavano giubbotti e caschi con la scritta ‘PRESS’, trasportavano attrezzature o si trovavano in veicoli e tende contrassegnati. Questi elementi, anziché consentire all’esercito israeliano di identificare e proteggere gli operatori dei media, ne hanno agevolato il bersagliamento”.

Dopo aver alzato il velo sulla rete di campi di tortura e morte delle carceri israeliane, nel suo ultimo rapporto, “Truth under the rubble: media in the time of genocide”, pubblicato a inizio ottobre, la Relatrice Onu Francesca Albanese esamina come la distruzione della verità sia diventata parte integrante del genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Il report individua tre dinamiche principali che alimentano questo processo: “Il sistematico attacco ai giornalisti palestinesi e alle infrastrutture dei media e delle telecomunicazioni, il controllo dell’informazione da parte di Israele e il ruolo dei media internazionali e delle piattaforme digitali nel riprodurre le narrazioni israeliane, disumanizzare i palestinesi, marginalizzarne le voci e silenziare le critiche alla condotta genocidaria di Tel Aviv”.

Il primo livello dell’analisi riguarda gli attacchi contro i giornalisti palestinesi. Albanese sottolinea come in diversi casi Israele abbia definito i reporter uccisi “terroristi” o “affiliati ad Hamas” sulla base di prove non divulgate o screditate. È accaduto, per esempio, nell’ottobre 2024, quando le forze di difesa israeliane (Idf) hanno accusato sei giornalisti di essere “operativi dell’ala militare di Hamas”. Tra questi c’era Anas al-Sharif, storico corrispondente di Al Jazeera a Gaza, ucciso il 10 agosto 2025 insieme ad altri cinque colleghi in un attacco contro una tenda allestita per i giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Shifa a Gaza City.La violenza non ha colpito soltanto gli operatori dell’informazione ma anche le loro famiglie. Già nel dicembre 2023, l’Ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) aveva richiamato l’attenzione sugli attacchi contro i familiari dei giornalisti palestinesi. Secondo i dati riportati da Albanese, dal 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso circa 710 familiari di reporter e tecnici. Tra i casi più emblematici figura quello di Wael Al-Dahdouh, responsabile dell’ufficio di Al Jazeera Arabic a Gaza, che il 25 ottobre 2023 ha perso la moglie, due figli e un nipote in seguito a un raid israeliano sul campo profughi di Nuseirat. Due mesi dopo, anche il figlio maggiore Hamza, giornalista di Al Jazeera, è stato ucciso in un attacco aereo insieme a un collega.La distruzione investe anche le condizioni materiali necessarie a produrre e diffondere informazione. Il report sottolinea che, al fine di “ostacolare la raccolta, la verifica e la diffusione delle informazioni da parte dei giornalisti, Israele ha distrutto completamente l’81% e danneggiato parzialmente il 12% delle infrastrutture di informazione e comunicazione della Striscia, tra cui torri per la telefonia mobile, cavi in fibra ottica e centri di elaborazione dati”. Nel giro di un mese, inoltre, 15 dei 19 fornitori di servizi internet nei Territori palestinesi occupati hanno subito interruzioni totali.Albanese allarga quindi lo sguardo al panorama mediatico israeliano caratterizzato da “censura, manipolazione e incitamento all’odio e, in alcuni casi, al genocidio”. Nel 2024 sono stati vietati 1.635 articoli e ne sono stati censurati parzialmente 6.265 -con una media di 21 interventi al giorno-, mentre l’anno successivo gli articoli vietati sono stati 753 e quelli censurati parzialmente 4.974, con una media di 15 interventi al giorno.Alla repressione si affiancano il controllo ministeriale sull’emittente pubblica e le sanzioni che colpiscono le testate indipendenti. Una legge approvata dalla Knesset nel 2024, per esempio, consente la chiusura dei canali stranieri considerati una “minaccia alla sicurezza dello Stato”. Ciò ha portato, tra le altre cose, “al divieto per Al Jazeera di operare all’interno di Israele, mentre la sua sede in Cisgiordania è stata perquisita e l’esercito israeliano ne ha ordinato la chiusura”.

La questione non riguarda soltanto quali notizie possano essere pubblicate ma anche quali voci siano autorizzate a raccontare gli eventi e da quale prospettiva. La Relatrice Onu documenta dichiarazioni di funzionari e personalità dei media israeliani che invocano la distruzione di Gaza e la cancellazione della sua popolazione. Tra queste, un post del vicepresidente della Knesset, Nissim Vaturi, che su X ha scritto che l’obiettivo di Israele era “cancellare la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”. Espressioni analoghe sono state veicolate dall’emittente pubblica israeliana Channel 14, dove il conduttore Shimon Riklin ha invocato che Gaza fosse “spazzata via dalla faccia della Terra” e il cantante Eyal Golan ha esortato l’esercito a “cancellare Gaza, senza lasciare nessuno”.

L’analisi, tuttavia, non si ferma ai media israeliani. Il rapporto, infatti, esamina anche il modo in cui le principali testate occidentali e le piattaforme digitali contribuiscono a riprodurre le narrazioni del governo di Tel Aviv. Le indicazioni stilistiche della Bbc, per esempio, omettono di indicare Gaza come territorio occupato e definiscono la Cisgiordania e Gaza territori “contesi”, mentre quelle del New York Times raccomandano cautela nell’utilizzo di termini come “genocidio”, “pulizia etnica” e “territorio occupato”, invitando i giornalisti a usare la parola “Palestina” soltanto “in casi molto rari”.

I media internazionali, inoltre, hanno amplificato dichiarazioni israeliane non verificate o false, contribuendo a consolidare interpretazioni degli eventi che hanno poi trovato ampia circolazione. Il caso di disinformazione più noto è quello dei “quaranta neonati decapitati da Hamas” a Kfar Aza, rilanciata dopo il 7 ottobre 2023. La voce non è mai stata suffragata da prove documentali ed è stata successivamente smontata da diverse testate e organismi di fact-checking. A tal proposito, Oren Ziv, giornalista di +972 Magazine, ha dichiarato che durante il tour mediatico organizzato dall’esercito israeliano proprio a Kfar Aza “non abbiamo visto alcuna evidenza di neonati decapitati e né lo speaker militare né i comandanti hanno menzionato tali incidenti”.

Quando poi i fatti non possono essere negati o occultati, osserva il rapporto, “la copertura mediatica ha spesso omesso o minimizzato la responsabilità israeliana”. A questo proposito, Albanese richiama il caso di Hind Rajab, la bambina palestinese uccisa dalle forze israeliane nel gennaio 2024, che la Bbc ha presentato con il titolo: “Hind Rajab, sei anni, trovata morta a Gaza giorni dopo le telefonate in cui chiedeva aiuto”.

Poiché Israele elimina sistematicamente i giornalisti palestinesi e impedisce l’accesso ai reporter stranieri, i social media sono diventati indispensabili per documentare gli eventi nella Striscia. In questo contesto, aziende come Meta, X e Alphabet hanno assunto un ruolo centrale. E attraverso le politiche di moderazione e i sistemi di raccomandazione hanno determinato quali narrazioni amplificare e quali rendere meno visibili o far scomparire.

“X ha sospeso, senza fornire spiegazioni, centinaia di account di attivisti, giornalisti e cittadini palestinesi che documentavano il genocidio -si legge nel report-. Dati di Meta indicano che, dalla fine del 2023, circa 38,8 milioni di post su Facebook e Instagram sono stati rimossi, vietati o sottoposti a limitazioni, mentre le interazioni con importanti organizzazioni giornalistiche palestinesi sono diminuite del 77%”. Le piattaforme, inoltre, hanno mostrato tassi di conformità pressoché totale alle richieste israeliane di rimozione dei contenuti: 99,2% per TikTok e 94% per Meta.

Alla moderazione dei contenuti si affianca la strategia comunicativa del governo israeliano, che combina richieste di rimozione di contenuti su vasta scala e campagne pubblicitarie rivolte al pubblico occidentale. Albanese richiama in particolare “contratti per un valore complessivo di circa 50 milioni di dollari, stipulati anche con Google e X, destinati alla diffusione di annunci pubblicitari multilingue che smentivano le notizie sulla carestia a Gaza”.

Alla luce di quanto emerso la conclusione del rapporto è netta. “Siamo di fronte a un fenomeno unitario e integrato che, sotto molti aspetti, costituisce un mediacidio: la distruzione della funzione essenziale dei media nell’ambiente informativo relativo al territorio palestinese occupato -scrive Albanese-. Nel loro insieme, questi fenomeni sono parte integrante del genocidio in corso”.

La Relatrice esorta quindi la comunità internazionale a proteggere i giornalisti palestinesi, preservare le prove di possibili crimini internazionali e garantire l’accertamento delle responsabilità, chiedendo a Israele di porre fine agli attacchi e alla censura. Al contempo, richiama Stati, media e piattaforme digitali al dovere di contrastare la propaganda e l’incitamento alla violenza, ricordando che “il giornalismo cessa di svolgere la propria funzione pubblica quando riproduce le dichiarazioni del potere anziché sottoporle a un esame critico”.


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