Casaleggio jr. pone il tema della democrazia del futuro e gli altri lo accusano di autoritarismo!

26 Luglio 2018
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Andrea  Pubusa

Davide Casaleggio, chi è il leader ombra del M5S

Giuste o sbagliate che siano le risposte, Davide Casaleggio pone una serie di questioni intriganti. Mette al centro della sua riflessione nientemeno che la questione della democrazia nel futuro prossimo venturo. tema che  il dibattito pubblico elude costantemente, per disinteresse o indifferenza, o perché il tema è, per le élites, pericoloso.
Ma che dice Casaleggio jr. di tanto eclatante? In ossequio al paradigma accelerazionista tanto di moda nella Silicon Valley, muove da un assunto che è perfno banale: «La scelta più miope che si possa fare è rallentare l’innovazione». Da tecno ottimista dichiarato avanza una seconda osservazione, anch’essa banale o quasi. Dice che le tecnologie possono estendere le capacità umane, migliorarci, renderci «tutti più liberi», che i dazi non servano a nulla «perché la globalizzazione è la Rete». Riprende il pensiero di Lafargue, il genero di Marx, che elogiò l’ozio, lasciando la fatica alle macchine e però spartendosi equamente la ricchezza col dividendo sociale o reddito di cittadinanza che dir si voglia. Insomma, insegue anche lui il più antico sogno dell’uomo: vivere senza faticare, tornare nella valle perduta dell’Eden.
La riflessione si estende ai processi deliberativi. Il quesito è: come usare il potenziale innovativo di internet e della blockchain per migliorare le decisioni all’interno delle istituzioni o dei singoli schieramenti politici. Un tema per nulla banale. L’innovazione tecnologica può davvero produrre la rivoluzione della disintermediazione? Finirà per cambiare i connotati anche della politica? Li sta già cambiando? Nel momento in cui ciascuno di noi decide istantaneamente su qualunque cosa semplicemente toccando lo smartphone, si può ipotizzare una estensione di questa modalità di deliberazione al piano politico?
Naturalmente, questa riflessione pone anche l’interrogativo sulle sorti dei parlamenti, ossia della rappresentanza. Casaleggio prospetta una sostituzione dei parlamenti con forme di decisione diretta attraverso il web. Non vagheggia un ordinamento autoritario Anzi! Vuole una forma di democrazia, a suo modo di vedere, più avanzata. Qui il pentastellato coglie una debolezza attuale dei parlamenti. E’ convinzione generale, fra studiosi e non, che la rappresentanza politica sia in crisi. Tuttavia, atteonzione!, la rappresentanza politica non coincide con la democrazia diretta. Questa – secondo i classici del costituzionalismo – è caratterizzata dalla compresenza fisica dei cittadini in occasione delle deliberazioni sulla cosa pubblica. Quindi la democrazia, intesa come potere del popolo, comporta  decisione popolare diretta, ossia con la presenza e il contraddittorio dei cittadini. Da questo punto di vista, quando si parla di «democrazia rappresentativa» si evoca un ossimoro, mentre la locuzione «democrazia diretta» di solito è  richiamata impropriamente, quando manca la compresenza popolare alla decisione. Come nel caso ipotizzato da Casaleggio jr. Nella votazione via web ci sono singoli alla tastiera, non cittadini che discutono e votano. Anche in caso di voto diretto, poi, c’è sempre una cesura fra voto e deliberazione e c’è la necessità di una  mediazione sia, a monte, con l’iniziativa che provoca la decisione popolare, sia, a valle, con la sua lettura e interpretazione. Quindi anche le forme proposte da Casaleggio presentano quanto a «immediatezza» qualche criticità, come si è visto in alcuni casi in cui la scelta telematica dei candidati pentastellati sono state poi annullate dal garante (vedi Genova).
Una seconda osservazione critica attiene al criterio che governa le decisioni negli ordinamenti pluralistici. Il criterio di decisione non è quello della prevalenza di una opinione o di un interesse sugli altri, ma quello della compatibilità, della mediazione, ossia della inclusione nella deliberazione anche di posizioni e interessi altrui. Questo è l’esito della “mitezza” delle Costituzioni democratiche, che tendono a bilanciare e a rendere compatibili interessi e principi diversi e, talora, perfino opposti. Il voto telematico, invece, se veramente diretto e non mediato, si ispirerebbe ad un rigido principio di prevalenza, ossia a rendere dominante la volontà e gli interessi della maggioranza. E non ci vuol molto a comprendere che l’esito di siffatte decisioni avrebbe più controindicazioni che aspetti positivi sul piano politico e sociale.
Badando agli ordinamennti  giuridici concreti, oggi abbiamo poche manifestazioni di democrazia diretta, ma neppure la rappresentanza - come si è detto - gode di buona salute. Anche la democrazia rappresentativa è sotto attacco. E’ in palese crisi  come comprova l’elevato astensionismo elettorale, tipico delle democrazie mature per la perdita di fiducia nella classe politica e per il malfunzionamento non solo dei meccanismi di responsabilità. C’è - è vero - il rimedio di nuove forme partecipative, ma - a ben vedere - in questo ambiente a-democratico, sembrano le classiche foglie di fico per nascondere che le decisioni avvengono altrove.
In questo contesto, la provocazione di Casaleggio jr. può essere utile in due direzioni: la prima, che si ampli la sfera delle decisioni dirette su questioni semplici (si/no) e di principio, non prestandosi il web a deliberare sul dettaglio; la seconda, in controtendenza rispetto alle previsioni dello stesso Casaleggio, che si lavori a rafforzare la rappresentatività delle assemblee elettive, eliminando le distorsioni delle leggi maggioritarie e tornando a sistemi tendenzialmente proporzionali.
Come si vede, son temi di grande respiro teorico e  di diretto impatto politico. L’atteggiamento critico è d’obbligo. Non lo è invece l’invettiva o l’insulto. Davide Casaleggio, fra l’altro, è personaggio influente, ma non ha alcun ruolo istituzionale. Parla - mi pare - da libero pensatore, da intellettuale e su questo dobbiamo misurare le risposte, senza vincoli, liberamente. Questo non vuol dire che la critica dev’essere meno rigorosa, perché - come è noto - le tendenze culturali prevalenti, presto o tardi, diventano programma politico. Al momento i parlamenti vanno difesi con le unghie e coi denti, come abbiamo fatto al referendum del 4 dicembre 2016.

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