Giustizia distributiva e rimozione degli squilibri internazionali

12 Giugno 2016
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Gianfranco Sabattini

Il perseguimento dell’attivazione di un processo di crescita costituisce una condizione necessaria importante per sconfiggere l’arretratezza, ma non sufficiente per eliminare gli squilibri economici e sociali esistenti tra Paesi ricchi e Paesi poveri. In altre parole, perché questi ultimi possano crescere e svilupparsi in modo stabile, occorre che le politiche di assistenza e di sostegno dei Paesi ricchi a favore di quelli poveri siano correlate, in primo luogo, all’equità della distribuzione degli esiti della crescita e dello sviluppo; occorre inoltre, però, la riforma ab imis della struttura istituzionale esistente, a livello internazionale, per il governo delle relazioni economiche tra i popoli, al fine di rimuovere il fenomeno della polarizzazione della ricchezza.
E’ questa, in sostanza, la tesi che Thomas Pogge affronta in “Povertà mondiale e diritti umani. Responsabilità e riforme cosmopolite”. Laureatosi in sociologia ad Amburgo sua città natale, dopo la laurea Pogge si è trasferito ad Harvard, dove ha conseguito il dottorato con una tesi supervisionata da John Rawls, l’autore di “Una teoria della giustizia”; la tesi di Pogge già conteneva in nuce tutti i temi di ricerca che lo avrebbero poi appassionato nella sua successiva attività di ricercatore e di docente di Scienze politiche, prima alla Columbia University, poi all’Università di Yale, ma anche come organizzatore e direttore di organizzazioni e di istituzioni internazionali impegnate nella lotta contro la povertà nel mondo. E’ sul tema della giustizia redistributiva globale che Pogge deve gran parte della sua notorietà internazionale; ma la deve anche alla sua posizione critica nei confronti del maestro, cui ha rivolto l’accusa di avere adottato un “doppio standard” morale, quando ha tentato di estendere, con il saggio “Il diritto dei popoli”, la sua teoria della giustizia dall’ambito nazionale a quello internazionale.
I dati analizzati da Pogge, ripresi dalle indagini della Banca Mondiale, non lasciano alcun dubbio sul dramma della povertà globale esistente: 3 miliardi di persone, ovvero circa il 48% della popolazione mondiale, vivono in condizione di povertà assoluta, al punto che, ogni anno, più di 18 milioni di esseri umani muoiono prematuramente; più di un miliardo è al limite della povertà assoluta, nel senso che vive con mezzi di sostentamento appena sufficienti a tenerlo in vita; quasi un miliardo non ha accesso all’acqua potabile e circa due miliardi e mezzo di esseri umani non dispongono di misure igieniche di base. A fronte della drammatica situazione appena ricordata sta il “risvolto delle medaglia”, ugualmente drammatico, che vede l’1% più ricco della popolazione mondiale disporre di una ricchezza che è uguale a quella del resto dell’umanità e un miliardo di persone vivere usufruendo dell’80% dei consumi globali.
Tutti i dati ricordati attestano che, malgrado la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, approvata e proclamata dalla Conferenza delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, i diritti a carattere economico e sociale sono, secondo Pogge, i più violati, come appunto, stando ai dati della Banca Mondiale, i diritti di ognuno «ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione e alle cure mediche».
Lo stato di povertà in cui vivono molti popoli della terra non è certamente colpa loro, bensì dei loro governanti, spesso corrotti. Anche i Paesi ricchi, spesso impegnati in operazioni di solidarietà nei confronti di quelli poveri, pensano che il permanere dello stato esistenziale insostenibile che si registra a livello globale non sia colpa loro se le risorse trasferite ai Paesi poveri passa per le mani di governanti corrotti. Secondo Pogge, questo convincimento dei Paesi ricchi è solo un pregiudizio di comodo, nel senso che serve solo a giustificare la conservazione, a vantaggio degli stessi Paesi ricchi, dello status quo.
Pogge, però, critica questo convincimento conciliativo da parte dei Paesi ricchi, assumendo che una concezione universalistica della giustizia possa essere adottata solo se, e soltanto se, essa sottopone tutti gli esseri umani ad un medesimo sistema di norme morali; se in presenza di tali norme, a tutti i destinatari sono attribuiti uguali diritti e doveri fondamentali; se questi diritti e doveri sono formulati in generale, nel senso di non favorire o penalizzare in maniera arbitraria certe persone o certi gruppi di persone. A parere di Pogge, una simile concezione della giustizia globale può essere adottata, se i cittadini dei Paesi ricchi rifiutano gli alibi conciliativi che hanno portato a ritenere irrisolvibile il problema della povertà globale, a causa della prevalente corruzione esistente all’interno dei Paesi poveri, e supportano la formazione di una coscienza civile globale, premendo sui loro governi e istituzioni, “affinché siano adottate alcune minime riforme dell’ordine globale capaci di scardinare i meccanismi che oggi generano povertà e miseria”.
Le riforme minime cui si riferisce Pogge sono quelle orientate a rimuovere il privilegio sulle risorse del quale godono i Paesi ricchi ai danni di quelli poveri. Questo privilegio è rinvenuto da Pogge nel potere dei Paesi ricchi di effettuare transazioni sui diritti di proprietà delle risorse dei Paesi poveri, indipendentemente da ogni valutazione riguardo alla loro legalità; questo, a parere di pogge, è un aspetto importante dell’ordine istituzionale globale esistente, in quanto considera legale l’espropriazione dei Paesi poveri dei mezzi con cui potenzialmente potrebbero “finanziare” i loro progetti di crescita e sviluppo.
Se un gruppo di soggetti, all’interno di un dato sistema sociale, si appropria illegalmente di uno stock di risorse, può fornirlo ad altri in cambio di denaro; ma il ricettatore che lo paga diventa solo il possessore, non il proprietario. Il possessore, perciò, è esposto alla possibilità che il legittimo proprietario, avvalendosi del sistema legale esistente condiviso, possa compiere azioni finalizzate al ricupero del maltolto. Se si paragona ora questo caso con quello di un gruppo che, all’interno di un Paese arretrato, dopo averne preso il controllo politico a seguito del “rovesciamento” del governo eletto democraticamente, cede alcune risorse naturali del proprio Paese in cambio di denaro, l’acquirente delle risorse – afferma Pogge – “non ne acquisisce il mero possesso, ma anche tutti i diritti di proprietà che si suppongono essere – ed in effetti sono – protetti ed applicati da tutti i tribunali e le forze di polizia degli altri Stati”; in particolare di quelli ricchi e democraticamente governati.
Il privilegio sulle risorse dei Paesi poveri, del quale godono i Paesi ricchi, costituisce, a parere di Pogge, il potere di questi ultimi di acquisire, in termini legalmente validi, “diritti di proprietà” sulle risorse dei primi, secondo procedure che non avrebbero alcun titolo giuridico se effettuate al loro interno. Questa situazione permette ai Paesi ricchi di conseguire profitti e vantaggi, attraverso una conformità a norme morali solo di comodo, tanto che i Paesi forti e dominanti sul mercato globale, pur avendo cessato di praticare la schiavitù e le conquiste coloniali, in virtù della forza economica e militare della quale godono all’interno del contesto globale e del potere politico che esercitano sulle organizzazioni internazionali, finiscono col comportarsi come se le pratiche della schiavitù e delle conquiste coloniali potessero ancora essere effettuate.
Ciò che Pogge propone, perciò, è una riforma istituzionale globale volta alla realizzazione di un ordine universale più democratico e rispettoso degli interessi dei Paesi arretrati; riforma, questa, sinora impedita dall’ordine internazionale esistente, voluta e conservata con ogni mezzo dai Paesi ricchi, attraverso le loro politiche estere. Pogge è del parere che sia possibile realizzare la riforma equitativa delle organizzazioni globali che governano attualmente le relazioni economiche internazionali, solo se essa viene conformata alla stima di tre parametri fondamentali: al grado di povertà assoluta dei più poveri; al livello di ineguaglianza, in considerazione del fatto che tale parametro stima il grado di evitabilità della povertà, mostrando quanto costerebbe ai Paesi privilegiati evitarla; al trend di sviluppo dei primi due parametri, ovvero alla tendenza evolutiva, sia in senso crescente che decrescente, della povertà e dell’ineguaglianza.
Per dimostrare la realizzabilità della sua proposta, Pogge si avvale criticamente della costruzione teorica di John Rawls, così come essa è stata integrata successivamente, dopo la pubblicazione di “Una teoria della giustizia”. In questo suo primo saggio, Rawls aveva sottoposto l’ordine economico di una società chiusa e autarchica al famoso “principio di differenza”, secondo il quale le disuguaglianze economiche e sociali possono essere considerate giuste solo nel caso in cui esse siano favorevoli a chi si trovasse in una posizione di svantaggio. Inoltre, Rawls aveva affermato che il principio di differenza poteva essere esteso a livello internazionale solo per quei Paesi che fossero risultati istituzionalmente “bene ordinati”, cioè retti democraticamente. Rawls, però, a parere di Pogge, ha mancato di specificare le condizioni in base alle quali considerare bene ordinato sul piano istituzionale un dato Paese. Ragione, questa, che avrebbe “spinto” Rawls ad adottare un “doppio standard morale”, a seconda che il riferimento fosse stato il contesto nazionale, oppure quello internazionale.
Pogge, perciò, valuta incoerente sul piano morale il tentativo di Rawls di estendere il “principio di differenza” dal livello nazionale a quello internazionale e propone, ai fini della realizzazione di una giustizia cosmopolitica, più che la necessità di insistere sulla ridistribuzione della ricchezza a vantaggio dei Paesi arretrati, la necessità morale di riformare le istituzioni economiche internazionali, per porre fine ai danni inflitti ai Paesi arretrati da parte di quelli economicamente forti, che governano nel loro esclusivo interesse le dinamiche economiche del pianeta.
In conclusione, la proposta di Pogge riguardo al problema complesso della giustizia distributiva globale, pur all’interno di un approccio solo normativo, sembra appropriata, se si condivide la valutazione di chi ritiene quella proposta una ragionevole apologia dei diritti umani; ovvero, che essa sia supportata da un insieme di considerazioni utili, non solo a realizzare le riforme cosmopolitiche auspicate, ma anche e soprattutto a coinvolgere l’intera società civile globale, al fine di portare l’attenzione, nella discussione pubblica nazionale ed internazionale, sul diritto dei popoli, sempre discusso, ma mai attuato, a godere dei vantaggi di una giustizia distributiva globale.

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