Mauro Tuzzolino, Pres. Scuola di cultura politica F. Cocco

Intervento in occasione della X edizione del Festival Transistor di Cada Die Teatro, nella sezione “Capire la guerra, promuovere la pace”
Il meccanismo biologico del panico
Buonasera. Decima edizione di Transistor: #SENZAPAURA! Certamente una provocazione e anche un ammonimento. Viviamo infatti il tempo della paura. La paura ci abita, ci stringe, ci paralizza. Per superarla non servono slogan. Serve un atto anatomico: aprirla, sezionarla, comprenderla.
Partiamo dalle parole. Dimenticate il latino bellum. Troppo geometrico, troppo pulito, sottomesso a un’illusione di onore e duello formale. I nostri padri hanno scelto la radice germanica: werra. Mischia. Confusione. Turbamento. Caos. La guerra è, per definizione, lo smantellamento dell’ordine e la produzione industriale del panico di massa.
I greci lo sapevano. Sul carro di Ares, il dio della carneficina, non c’è mai solitudine. Al suo fianco cavalcano i suoi due figli, parti gemelli dell’angoscia: Phobos e Deimos. Phobos è la scossa. Lo spavento improvviso. Il panico acuto che svuota le città in un secondo e fa fuggire le truppe nel fango. Deimos è peggio. È il terrore cupo, freddo, parassitario, l’angoscia costante che si insidia nelle ossa, spegne il pensiero critico e azzera la capacità di reagire. Questa è una verità brutale della classicità: la guerra è una macchina biologica che si nutre della nostra paralisi emotiva.
E quando questa macchina si mette in moto, rimangono solo macerie, visceri lacerate. Bucha, Teheran, Gaza, orrore, devastazione.
Nessun trionfo, nessuna gloria. Solo dardi contro dardi, solo un’umanità capovolta che scambia il suicidio collettivo per una necessità geopolitica.
Ma il collasso non è solo strutturale, è anche intimo, è spirituale. Lo ha raccontato recentemente Christopher Nolan nell’Odissea anti-eroica e tormentata. L’inganno del cavallo di Troia non è più celebrato come l’intuizione geniale di un re scaltro, ma viene mostrato come l’atto più infame: la violazione cinica della xenia, della sacra ospitalità. La guerra fagocita l’etica, spazza via il diritto e sputa la colpa. In una delle sequenze più cupe del film, risuona una sentenza che è un macigno sul nostro presente:
«La vittoria è avvelenata quando si edifica sul sangue degli inermi. Le antiche leggi del mondo sono state spezzate, e ora l’uomo non è che un reduce che vaga in un mare nero, inseguito dal fantasma di ciò che ha distrutto».
L’ansia quotidiana: Déos e Taraché
Oggi questo vuoto e questa macchina hanno colonizzato il futuro dei giovani. Ha un nome antico: Déos (δέος). Non la paura passeggera, ma l’apprensione razionale per ciò che deve ancora compiersi. L’ansia per il collasso climatico, per il precariato selvaggio, per l’escalation bellica non è follia: è una valutazione lucida dei dati di realtà. È il déos: il “restringimento dell’anima di fronte a cose troppo grandi”. Una paralisi generazionale legata alla radice stessa della parola, che evoca il numero “due”, l’esitazione bloccante di fronte a scenari globali totalmente incerti. Essere, non essere …
A questo futuro negato si aggancia la Taraché (ταραχή). Il tumulto interno. Il disordine mentale quotidiano. Lo stress esistenziale alimentato dalla infosfera. Un rumore di fondo che toglie la serenità, inocula un senso tossico di impotenza.
La normalizzazione e le trombe di Hobbes
Siamo immersi in quella che la sociologia chiama “normalizzazione del peggio”. L’orrore ripetuto che si trasforma in abitudine. Negli ultimi anni siamo stati letteralmente addestrati al terrore. La Pandemia ha riattivato i circuiti biologici della minaccia invisibile. Ci ha abituati all’isolamento e al sospetto. Ma soprattutto, ha militarizzato il nostro linguaggio. Abbiamo accettato parole come “coprifuoco”, “medici in prima linea”, “task force”, “bollettini d’attacco”. In Italia abbiamo chiamato un generale in divisa per gestire un virus, inserendo nel senso comune l’idea che l’ordine armato sia l’unica risposta possibile alle crisi.
Questo addestramento semantico ha spianato la strada al ritorno della guerra reale in Ucraina, a Gaza, in Iran. Thomas Hobbes nel Leviatano lo aveva predetto: le parole agiscono come trombe di guerra. Strumenti retorici capaci di incendiare le passioni. La guerra non comincia con i bombardamenti; comincia molto prima, con l’erosione dei sostantivi. Chi controlla i significati controlla le menti. E l’egemonia culturale bellicista, per dirla con Gramsci, ha già vinto quando normalizza piani di riarmo plurimiliardari a scapito di scuole, sanità e ambiente.
Una manipolazione che ha bisogno di un bersaglio, che deve individuare il nemico. Il nazista Putin, grande amico degli affaristi dell’occidente sino al 2022, i terroristi di Hamas, il narcotrafficante Maduro, l’Iran, impero del male, e via declinato in chiave interna il nemico diventa il migrante, la minoranza, la diversità. Ed ecco che spuntano mostruosità linguistiche come la parola remigrazione. Un tempo termine neutro per i flussi volontari, oggi eufemismo violento per indicare espulsioni forzate e deportazioni di massa. Una regressione che frantuma il diritto e giustifica i centri di detenzione in Albania: veri e propri campi di concentramento industriali che abbassano sempre più la soglia della nostra indignazione.
Il coraggio di tremare
Eppure, la letteratura ci offre un’altra via di fuga, uno specchio in cui ritrovare la nostra verità originaria. Sotto le mura di Troia, nel Libro XXII dell’Iliade. Ettore, il difensore della patria, l’eroe umano per eccellenza vede avanzare Achille e viene colto dal tremito. Fugge. Gira per tre volte attorno alla sua città, inseguito dalla morte. Omero non lo giudica, non lo definisce codardo. Ci mostra semplicemente l’atto più puramente umano di tutto il poema: la paura della morte. Spogliato dall’ideologia del sangue e della forza, l’essere umano trema. E in quel tremore risiede la sua dignità più grande.
Qui si compie il ribaltamento concettuale del nostro festival. Il contrario della paura non è il coraggio cieco dei fanatici o l’insensibilità fredda dei tecnocrati del riarmo. Chi ordina i bombardamenti non prova paura; il fanatismo ne è privo, ed è proprio per questo che si rivela profondamente disumano.
Dobbiamo riabilitare la paura sana, quella biologica ed evolutiva che protegge la vita. Essa è un incredibile attivatore di sensibilità e di attenzione verso il mondo. Quando tremiamo, siamo vivi. I nostri sensi si fanno acuti, ascoltiamo i fruscii nel buio, usciamo dal torpore dell’indifferenza e prendiamo coscienza della nostra comune fragilità.
Se io accetto il mio tremore, posso alzare lo sguardo e accorgermi che anche la persona di fronte a me – quella che la propaganda chiama nemico – sta tremando esattamente allo stesso modo. La paura sana diventa uno specchio, la radice stessa dell’empatia. È la memoria luminosa delle tregue di Natale del 1914, quando i soldati uscirono dalle trincee opposte nel fango per scambiarsi sigarette e seppellire insieme i morti.
La tempesta e la risposta delle piazze
I giovani d’oggi hanno compreso questo legame profondo. Nelle piazze studentesche, ecologiste e pacifiste di tutto il mondo risuona un antico monito biblico del profeta Osea: “Chi semina vento raccoglie tempesta”.
La semina del vento è l’invio continuo di armi, l’investimento miliardario nell’industria bellica, l’indifferenza diplomatica di fronte ai massacri e il rifiuto di arrestare il collasso climatico. I giovani scendono in strada per gridare che le guerre e le crisi odierne sono le tempeste generate da decenni di egoismo macroeconomico e capitalista. E quando le istituzioni rispondono a questa richiesta di dialogo con la censura e i manganelli, seminano ulteriore vento, esasperando una tensione sociale che rischia di farsi ingovernabile.
La piazza è lo spazio fisico in cui il Déos, la preoccupazione lucida per il futuro, e la Taraché, l’agitazione dell’anima, smettono di essere una sofferenza solitaria e si trasformano in azione collettiva, in un corpo politico che vuole fermare la tempesta prima che sia troppo tardi.
Questo vento di cambiamento sta già producendo una resistenza democratica concreta in tutto il pianeta. Lo abbiamo visto nelle storiche mobilitazioni in Brasile, dove il voto dei giovani e dei movimenti sociali ha arginato la devastazione ecologica e l’odio sociale. Lo abbiamo visto nelle strade della Serbia, dove i movimenti studenteschi sfidano l’autoritarismo Le opinioni pubbliche, contrariamente a quanto narra la retorica bellica, rifiutano la logica del conflitto como unica risposta possibile.
I paradigmi della contro-egemonia
Anche nei luoghi del potere globale emergono posture capaci di spezzare il ricatto del terrore. In Europa, il premier spagnolo Pedro Sánchez ha rivendicato con fermezza il rispetto del diritto internazionale e spinto per il riconoscimento dello Stato di Palestina, dimostrando che si può governare rifiutando la sottomissione alla legge del più forte, pagandone anche il prezzo come ci racconta la vicenda di Ceuta.
In America Latina, la Presidente del Messico Claudia Sheinbaum, scienziata ed ecologista, oppone la sovranità popolare alla militarizzazione, denunciando il mercato illegale delle armi che arricchisce i pochi sulla pelle dei popoli.
A New York, il sindaco progressista Zohran Mamdani disinnesca la paura interna e il sospetto nei quartieri multiculturali, investendo sulla casa, sulla dignità dei migranti e sull’equità sociale.
Queste voci sembrano muoversi nel solco tracciato da Papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti. Il Pontefice supera definitivamente la dottrina secolare della “guerra giusta”. Nell’era atomica e della tecnologia bellica avanzata, nessuna guerra può essere accettabile, perché non vi sarà mai proporzione tra i mezzi di distruzione e i fini di giustizia. “Ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”, scrive Francesco. La sicurezza non si edifica sulla deterrenza degli arsenali, ma sulla fratellanza universale, intesa come necessità politica primaria per la sopravvivenza della nostra specie.
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Amici, amiche, pubblico di Transistor, giovani, abbiate fiducia! Coltiviamo fiducia!: l’hashtag #SENZAPAURA! non è un invito a cancellare i nostri timori. È una chiamata alla resistenza quotidiana e disarmata.
Una resistenza capace di occupare lo spazio pubblico e di spezzare le catene della nostra sofferente solitudine.



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