Il “candidato riformabile” e l’alternativa che non esiste

29 Luglio 2008
4 Commenti


Carlo Dore jr.

Inizio questa mia riflessione da dove Enrico Palmas e Andrea Raggio hanno concluso la loro, nel tentativo di fornire un ulteriore contributo al dibattito in corso sulle sorti del centro-sinistra sardo in generale e del PD in particolare. La mia analisi non può che trovare un evidente punto di contatto con le conclusioni a cui è pervenuto Palmas: nel corso dell’ultima tornata congressuale, insieme agli altri esponenti della mozione che faceva capo a Fabio Mussi, siamo andati di in sezione in sezione per illustrare ai militanti diessini come il progetto del Partito Democratico – lungi dal risultare funzionale ad una strategia di autentico rinnovamento della politica – costituiva in verità il semplice trampolino utile per rilanciare le ambizioni di potere di un gruppo dirigente in evidente crisi di consenso e di credibilità.
Ad un anno dalla conclusione del congresso che ha sancito la liquefazione della Quercia nell’indefinibile calderone del nuovo soggetto politico, siamo costretti a rilevare, con l’amarezza degli sconfitti, come i nostri timori fossero assolutamente fondati: tenuto in linea di galleggiamento dal “voto utile” di quell’ampia fetta di popolo della sinistra che si è rifiutata di salire sull’improponibile carrozzone della SA, il Partito Democratico si presenta in Sardegna come il triste palcoscenico di un’eterna disputa tra “soriani” ed “antisoriani” che rischia di trascinare l’intera area progressista nel baratro di una sconfitta annunciata.
La debacle riportata da quel che resta dell’Ulivo locale nelle ultime elezioni comunali non deve essere infatti interpretata come una bocciatura rivolta  esclusivamente all’operato della Giunta regionale e del suo Presidente, come il classico niet opposto dagli elettori alla ri-candidatura di Soru per le elezioni del 2009. No, il voto di Assemini, Villacidro e Macomer costituisce una chiara stroncatura di un certo “modo” di fare politica: del decisionismo iperaziendalista del Governatore; delle logiche parentali impiegate nella determinazione delle candidature; della fastidiosa idea che il solito conclave di oligarchi - riunito ora a Tramatza, ora a Nuraghe Losa, ora ad Ala Birdi – possa continuare ad assumere ogni decisione in ordine al futuro dei democratici sardi.
Palmas ha ragione: occorrerebbe mettere in piedi una nuova forza di sinistra, socialista ed ecologista, capace di rinnovare la politica riproponendo con forza la “questione morale” prospettata da Berlinguer nel 1981, di rilanciare cioè l’idea del partito come strumento idoneo a favorire la partecipazione del cittadino alla vita politica e sociale del Paese. Palmas ha ragione, ma non c’è tempo per dare corso ad un simile progetto: ci sono le elezioni alle porte, elezioni che il centro-sinistra potrebbe paradossalmente vincere se non fosse dilaniato dalla sterile disputa tra i fedelissimi di Soru (al quale non può essere negato il diritto a proporsi per un secondo mandato) e gli eterni oppositori di Mr. Tiscali, che – sulla base di argomenti talvolta altamente condivisibili – minacciano persino di disertare le urne di fronte alla candidatura del Governatore uscente.
Così ragionando, l’unica soluzione utile per superare questa situazione di empasse poteva essere ravvisata nelle primarie: in primarie di coalizione, aperte ai soli tesserati, attraverso cui il modello di governo del Presidente potesse essere messo a confronto con le proposte avanzate dai sostenitori di eventuali candidature alternative. Tuttavia, proprio il fatto che gli stessi maggiorenti del PD – i quali avevano apertamente sponsorizzato l’ascesa di Antonello Cabras alla segreteria del partito nelle consultazioni dello scorso ottobre – abbiano deciso in tutta fretta di sostenere la linea dell’attuale Capo dell’Esecutivo dimostra chiaramente che, al momento, queste candidature alternative di fatto non esistono.
E allora che si fa? Si assiste indifferenti all’ennesimo successo del centro-destra, sposando il teorema manincheddiano secondo cui per i progressisti sardi è meglio rassegnarsi alla prospettiva di cinque lunghi anni di opposizione piuttosto che sostenere la riconferma dell’attuale Esecutivo? Davvero ha ragione Raggio quando osserva che la scelta tra Soru e Berlusconi equivale all’alternativa “tra la padella e la brace”? A mio sommesso avviso, la risposta a questi interrogativi è di segno negativo: il solo fatto di essere espressione dell’area democratica rende infatti Soru un candidato per certi versi “riformabile”, un candidato cioè tenuto per forza di cose a confrontarsi con le istanze che provengono dalla componente migliore della sinistra locale, costituita da individui estranei ai giochi di potere, che ancora concepiscono la politica come impegno civile e come servizio diretto all’attuazione dell’interesse  generale.
Premesso che queste istanze verrebbero brutalmente mortificate dalla presenza di un sodale del Cavaliere alla guida della Regione, la candidatura di Mr. Tiscali non deve essere osteggiata “senza se e senza ma”: può viceversa essere sostenuta, specie in presenza di adeguate garanzie di rinnovamento, a cominciare dalla formazione delle liste e dalla scelta della squadra di governo. In tal senso, una proposta diretta a limitare drasticamente le ricandidature dei consiglieri regionali uscenti per dare più spazio agli esponenti della società civile non solo incontrerebbe ampi consensi a livello di elettorato, ma consentirebbe ai partiti di “ritornare tra la gente” e di individuare, superando le logiche delle eterne oligarchie, nel mondo del lavoro, delle professioni, degli intellettuali quella nuova classe dirigente di cui si avverte disperatamente bisogno.
Nella scelta tra “la padella e la brace”, tra la prospettiva di una riconferma del Governatore in carica e quella costituita dall’immagine di Mauro Pili che marcia impettito alla volta di Villa Devoto, magari salutato dal sorriso di cartapesta delle  veline della compagnia del Bagaglino, l’alternativa in realtà non esiste: si scelga comunque il “candidato riformabile”; si scelga di battere comunque le destre; si sostenga l’area democratica per salvare quella minima speranza di rinnovamento che ancora è rimasta nel triste quadro della politica sarda.

4 commenti

  • 1 andrea raggio
    29 Luglio 2008 - 12:06

    Scegliere comunque il “candidato riformabile” per battere comunque le destre? A me pare una resa senza condizioni all’autoritarismo. L’emergenza democratica esige a mio parere, nel caso ella Sardegna e non solo, una riforma di quel “regionalismo governatoriale” che miscelando presidenzialismo forte e poltica debole ha creato guai seri in tutto il Mezzogiorno. La Costituzione delinea un altro regionalismo, partecipativo e relazionale. Si torni alla Costituzione. Il PD e i partiti di sinsitra vadano alla campagna elettorale tenendo alta la bandiera della democrazia. Se devo scegliere tra “candidati riformabili” e “partiti riformabili”, scelgo questi.

  • 2 Quesada
    29 Luglio 2008 - 13:17

    Attenzione a non iscriversi ad una corsa nella quale tutti vanno a piedi tranne uno che corre in motocicletta!
    Le primarie con Soru sarebbero esattamente una farsa di questo tipo.
    Ed una volta che si accetta di partecipare alle primarie bisogna accettarne il risultato: anche se il vincitore avrà potuto contare sui mezzi e sul potere assicuratigli dalla posizione che occupa, dai nostri soldi di cui dispone liberamente (magistratura permettendo), dalla fedeltà di tanti militanti di sinistra disposti ad ingoiare tutto (anche Soru) pur di non ammettere di essersi sbagliati.
    Viva le primarie, se primarie devono essere. Ma con garanzie di pari condizioni per tutti i concorrenti.
    Il PD e cespugli vari se vogliono si facciano le loro primarie con Soru! Saranno il pretesto tanto ricercato che consentirà a dipietristi e ultra sinistri - casti e puri - di sedersi alla tavola di Soru. Tavola destinata a rimanere … sbuira!

  • 3 GIORGIO COSSU
    29 Luglio 2008 - 15:13

    La motivazione del meno peggio che condanno da anni ricompare esplicita o implicita non solo nei gruppi schierati ‘contro’ ma in tanti giudizi. Va detto che vale solo in caso di alternativa secca e forse in una scelta elettorale stretta, al di fuori di questa situazione è falsa, ma anche stupida e distorcente.
    Falsa perchè non esiste solo una alternativa, ma spesso anche altri percorsi, stupida perchè restringe il campo ad alcuni fatti e spesso non comparabili, quindi anche ambigua e priva di etica, ed in politica è distorcente perché ne assomma i difetti, compara gli atti con qualità ipotetiche, fatti di governo con giudizi precedenti, le scelte di governo devono invece rispondere ad un criterio di ottimalità, fatto di molte variabili, economiche, tecniche, sociali, di consenso.
    L’economia è riconosciuta come teoria delle scelte, per i liberisti, e si fonda sulla ricerca dell’ottimo, relativo a variabili economiche, ma le scelte cooperative, sociali, risultano più efficienti, per i riformisti vanno considerate anche le variabili sociali e ambientali, per i teorici dello sviluppo dinamica e innovazioni. Quindi anche l’ottimo tradizionale ha alternative, la politica si situa nel campo dell’innovazione e della dinamica sociale non può essere ridotta ad un SI o un NO rispetto agli ATTI di governo, che rispondono a aspetti di conoscenza e strategia, di istituzioni e metodi, di pluralismo e partecipazione, di consenso e responsabilità. Se passiamo alla politica in fieri, alle scelte da fare, che dipendono dal dibattito di idee e da interessi diversi, non ha senso imporre gabbie nella scelta di persone e delle loro scelte non condivise. Discutiamo di idee verifichiamo la validità di linee e soluzioni nuove, forme di partecipazione e sulla base di un processo di selezione si delimita il campo delle scelte che resta ampio, essendo molti gli obiettivi e diversi i mezzi.
    Di fronte ad un situazione fluida ed incerta sul piano delle idee e del consenso sociale, ma per quale ragione nel campo dei riformisti si dovrebbe ragionare come in situazioni statiche e bloccate? Se le scelte di Soru non sono condivise, non sono proprie del campo riformatore e pluralista, per quale ragione dovrebbe essere la soluzione obbligata, ci sono da fare molte altre scelte di strategia, di istituzioni e metodo. Se quelle scelte sacrificano il metodo democratico che non è un lusso, un di più, ma un bisogno in sé, ed una condizione di efficienza del sistema, non vedo ragione per sacrificare un carattere proprio dei riformatori moderni che si basano sulla estensione della democrazia liberale oltre il liberismo, con istituzioni pluralistiche proprio per basare sul consenso scelte innovative.
    Sull’immediato se politica e metodo non rispondono a identità e interessi del campo, non vi è ragione per alterare i caratteri del campo, Soddu che è stato sostenitore di Soru ha aggiunto a questo meglio un avversario chiaro. Prima di questo esito delicato ma evidente, esistono molti passi che vanno fatti.
    Non è in campo la ricerca di una alternativa come puzzle fra i partiti come ipotizza Ravaioli, con la lista civica regionale, che elenca i possibili partiti da ragguppare su una base non definita e vaga, e anch’essa regressiva nelle formule identitarie di Maninghedda, formato da residui partitici asfittici, pur nella sua accezione migliore di normalità e garanzia democratica, ma può ben esserci un processo di ricerca chiaro e partecipazione reale con esiti diversi fino a quello di una alternativa riformatrice reale con un disegno ed una aggregazione che risponde alla identità e agli interessi di sviluppo reale della Sardegna fuori dallle scommesse e dai conflitti di Soru.
    Condivido la tesi di Raggio su linea e metodo non si ci sono spazi di intesa, dentro un modello autoritario e centrale, povero di valori e progetto non si può diventare ostaggi. Si apra un confronto chiaro senza rovesciare la piramide, che parte dal candidato, ma da una partecipazione ampia e libera.
    Difendere identità e scelte, operando sulla contraddizione, spingendo per un dibattito sulla linea: cultura, politica e metodi, per evidenziare le differenze di programma e di metodo, emersione di idee e classe dirigente, per poi tenere nei modi possibili chiaro un punto di riferimento alernativo, i cui modi saranno dettati dalle opportunità prossime.

  • 4 Nicola
    30 Luglio 2008 - 10:43

    Tra la saggezza del maturo Andrea e l’ingenuità, certamente non “pelosa”, del giovane Carlo, scelgo la prima.

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