Noi del NO ripartiamo col Comitato per la democrazia costituzionale

27 Giugno 2017
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Alfiero Grandi

 

Si è tenuta il 24 a Roma un’assemblea dei comitati per il NO  che ha deciso di proseguire l’attività col nome originario di Comitato per la democrazia costituzionale (CDC). Ecco una sintesi estrema della lungra relazione di Alfiero Grandi.

 

La vittoria del No il 4 dicembre non ci mette al riparo per sempre da tentativi di cambiare la Costituzione, attuando le indicazioni della finanza internazionale. Le modalità di elezione del parlamento decidono della sua effettiva capacità di rappresentare le elettrici e gli elettori e quindi della sua capacità di rispondere ai problemi.
Il nostro impegno non è finito perchè la nuova legge elettorale non c’è. Anzi la legge elettorale coerente per Camera e Senato oggi è scomparsa dal video della politica e con troppa facilità si dà per scontato che non ci sono le condizioni per approvarla. Salvo vagheggiare decreti dell’ultima ora per intervenire in modo inaccettabile e antidemocratico sulle regole elettorali.
Dopo un lungo silenzio sono state bruciate in rapida successione diverse proposte: Mattarellum, Provincellum, Rosatellum, un tedesco in salsa Renzi/Berlusconi. La fretta di arrivare ad una legge elettorale è paragonabile solo alla fretta di considerare chiusa la partita. In realtà un incidente di percorso parlamentare di una presunta maggioranza dell’80 % è stata l’occasione colta al volo da Renzi per fare una nuova giravolta, probabimente perchè non reggeva la crescente critica di una parte rilevante del Pd e dei poteri che ancora lo sostengono, così il pendolo dal proporzionale è tornato ad un’ispirazione maggioritaria.

Non ci stiamo. Chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci una nuova legge elettorale che segni una netta discontinuità con le leggi di questi anni. L’Italia ha diritto ad una nuova legge elettorale che chiuda definitivamente il periodo del porcellum e dell’italicum, e vogliamo urlare ancora una volta che una lunga cura di maggioritario non ha neppure garantito la governabilità promessa.

E’ chiarissimo che la vittoria di Macron in Francia, che con il 32 % dei voti ha ottenuto una larga maggioranza all’assemblea nazionale, ha riaperto le danze. Per “fare come Macron” occorre cambiare in profondità Costituzione, legge elettorale, sistema istituzionale, esattamente come è avvenuto in Francia con la costituzione gollista che non è esattamente il nostro modello preferito. Dispiace che un giudice costituzionale, che dovrebbe sempre mantenere un riserbo e “parlare” con le sentenze, per di più esponente politico di lungo corso, come Amato affermi che il sistema elettorale francese è compatibile con la Costituzione. D’Alimonte non ha perso tempo a seguirne l’esempio, anche se con maggiore prudenza sulla coerenza costituzionale del sistema. Non sono esattamente due velleitari ma rappresentano una posizione culturale, politica e istituzionale che vuole portare l’Italia esattamente là dove J.P. Morgan voleva.

La sostanza di questa operazione politica è una legge elettorale che trasformi con qualche trucco contabile una minoranza di elettori in una maggioranza parlamentare. In modo da ottenere una maggioranza parlamentare tale da tentare di nuovo di fare approvare le modifiche del sistema istituzionale, a partire dalla Costituzione.

La proposta che rilanciamo oggi è che la legge elettorale abbia due punti fermi: una forte iniezione di proporzionale e la possibilità per i cittadini di scegliere tutti i loro rappresentanti in parlamento. Sono i punti centrali della nostra petizione, sottovalutata da una parte di noi stessi.
Per questo abbiamo ritenuto utile mettere in campo una pdl di iniziativa popolare, insieme ai radicali italiani, che avevamo constatato - durante la campagna referendaria - essere d’accordo sull’urgenza di cambiare le modalità di raccolta delle firme. Non è un intervento a futura memoria ma un intervento diretto nel sistema elettorale e referendario. Abbiamo aggiunto l’esigenza di un voto all’estero veramente segreto e personale, e riteniamo utile estendere nei comuni l’uso di strumenti di democrazia diretta come i referendum e il bilancio partecipato.
Per far tutto questo unifichiamo il Comitato per il NO e quello contro lìItalicum. La nuova associazione che proponiamo si chiami, recuperando il nome iniziale, Cdc, con i due simboli ormai noti nel logo, sarà quindi la sintesi del punto di partenza e di quanto è emerso successivamente. Non c’è alcuna forma di centralismo, se siamo d’accordo lavoriamo insieme. L’associazione nazionale (Cdc) non è sovraordinata, non ha poteri di alcun tipo sui Comitati se non vietare l’uso improprio del nome e del logo nazionali. Quando c’è accordo si lavora insieme. Del resto non c’è voto che possa imporre scelte ad altri, né verso i Comitati, né verso il Cdc. La libertà di scelta è costitutiva del nostro essere ed è la garanzia che dobbiamo offrire alle personalità che collaborano con noi.

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