Clima: il governo Draghi è atteso alla prova dei fatti

24 Novembre 2021
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Alfiero Grandi

La conferenza Cop26 sul clima che si è svolta a Glasgow si è chiusa lasciando una sostanziosa delusione sulle sue conclusioni, cioè sulle scelte concrete per realizzare l’obiettivo centrale di non andare oltre 1,5 gradi di aumento della temperatura del pianeta. Come ha detto giustamente Giorgio Parisi, Nobel per la fisica, non è il pianeta a rischio ma la specie umana. Non si poteva fare di più? Si doveva osare di più? Sono interrogativi legittimi.

Hanno pesato negativamente sulla conferenza le pericolose tensioni politiche e militari tra Usa e Cina, appena attenuate dall’incontro tra Kerry e il ministro degli Esteri cinese a Glasgow. Ha pesato – non positivamente – l’assenza di un protagonismo dell’Unione Europea sul clima, che è comparsa solo nell’accordo bilaterale con gli Usa per proteggere acciaio e alluminio da una concorrenza sporca (di carbone), tanto che gli Usa non hanno sentito l’esigenza di allargare il confronto con la Cina invitando anche l’Unione Europea. Di contro, c’è stato l’attivismo di alcuni paesi europei, dediti ad un lavoro di lobbying, come la Francia sul nucleare. Sarebbe un errore gravissimo attendere la prossima conferenza in Egitto nel 2022. La speranza è di spostare le conclusioni di Glasgow dall’empireo rarefatto di obiettivi alla realtà di passi avanti concreti per il clima.

Altrimenti sul clima rischia di calare il sipario, dopo la grande attenzione mediatica, mentre resta la dura realtà degli sconvolgimenti della crisi climatica, che già ci accompagnano e sempre più ci accompagneranno.

In ogni paese e in ogni sede internazionale occorre fare vivere concretamente le iniziative per chiedere passi avanti e per premere sulle sedi politiche ed istituzionali affinché realizzino quanto è necessario. Attendere la prossima occasione internazionale sarebbe un grave errore. Un esempio: il 2030 è una tappa fondamentale per verificare la crescita delle energie rinnovabili e una forte riduzione dell’uso delle energie da fonti fossili, compreso ridurre la CO2 in Europa del 55%. Ancora di più, entro il 2035 dovrebbe cessare in Europa la produzione di auto con motori a scoppio. Autorevoli analisti ritengono che quanto verrà realizzato entro il 2025 sarà decisivo per capire se ci avvicineremo nelle tappe successive agli obiettivi e per questa tappa iniziale mancano solo 4 anni. Quanto si realizzeranno effettivamente gli obiettivi dipenderà da quanto ci avvicineremo effettivamente nei periodi precedenti, senza rinviare tutto all’ultimo momento. Quindi il qui ed ora dovrebbe essere il punto di vista con cui decidere iniziative e comportamenti per realizzare concreti passi avanti e purtroppo su questo c’è ragione di forti preoccupazioni.

Per questo in Italia occorre incalzare il governo e le strutture pubbliche chiamate a svolgere il loro ruolo e nello stesso tempo esercitare una pressione sui centri economici, in particolare sulle imprese per spingerle a non essere conservatrici degli interessi esistenti ma a scommettere su nuove combinazioni, nuovi equilibri sociali, sul lavoro. Quindi occorre rilanciare lo scenario delle scelte e delle decisioni che occorre prendere anzitutto in Italia, naturalmente nel quadro europeo, che ci sta aiutando, e internazionale. Per questo è importante il PNRR, che rappresenta il più grande investimento poliennale da molti anni, che può guidare la transizione del nostro paese da un’economia sostanzialmente ferma ad un’economia che si ricolloca su un fronte innovativo, con al centro il clima e l’occupazione (di qualità) come assillo fondamentale.

Per questo c’è bisogno di riconnettere i singoli interventi su obiettivi di fondo.

Il quadro decisionale deciso dal decreto legge che ha organizzato l’uso delle risorse del Pnrr (i miliardi di euro europei più quelli decisi dall’Italia ad integrazione) si articola in un numero alto di progetti di spesa e lo fa attraverso bandi che inevitabilmente non aiutano a costruire un quadro di scelte politiche. Il rischio è che gli interventi ritardino e che siano tendenzialmente scollegati. Un esempio: le scelte energetiche. Da mesi siamo sotto scopa per l’aumento dei prezzi del gas, della benzina, del gasolio, inevitabile una loro pesante influenza sull’inflazione e sui costi di produzione. Di fronte a questa scossa tellurica la reazione ha riguardato una parziale attenuazione degli effetti su un aspetto importante come gli aumenti dei prezzi per i consumatori, cercando di correre ai ripari anche con una dimensione europea, ma senza andare al cuore del problema. Il problema è che le fonti fossili sono manovrabili dai produttori e dalla speculazione attraverso i future che scommettono su quello che vogliono che accada in futuro.

L’unica vera strategia di fondo per sottrarsi dalle tensioni sui prezzi delle fonti fossili è realizzare il massimo possibile di fonti energetiche alternative, fotovoltaico, eolico soprattutto offshore, geotermico, rafforzando l’idroelettrico anche come compensazione dei vuoti di energia dalle altre rinnovabili, infine risparmio energetico. Cingolani aveva ricordato mesi fa che in Italia dobbiamo arrivare a 70 Gigawatt da rinnovabili e che con il ritmo attuale ci arriveremo alla fine del secolo. Dopo alcuni mesi siamo allo stesso punto e la fine dell’anno si avvicina. Eppure se l’Italia avesse annunciato e iniziato a realizzare uno sprint formidabile sulle rinnovabili anche il mercato attuale dell’energia ne avrebbe risentito. I soldi ci sono, le disponibilità private ad investire pure, ma ancora ci si chiede se le semplificazioni già decise per sbloccare le autorizzazioni sono sufficienti, perché non ci sono segni di novità. Le interessanti proposte di collocare offshore ben 39 parchi eolici lontani dalla costa per produrre 17.000 megawatt (dati di Terna) non hanno fatto un solo passo avanti e il fotovoltaico è fermo da 5 anni.

Il governo deve svolgere un ruolo attivo, essere protagonista. Mentre per ora il ministro Cingolani discute di nucleare e sembra dimenticare di essere ministro in Italia dove ben due referendum popolari hanno detto no alle centrali nucleari. Il ministro dovrebbe invece definire con chiarezza quali obiettivi realizzare qui ed ora, con precise proposte di realizzazione delle energie rinnovabili e di come farlo, con quali sostegni necessari. Invece l’impressione è che si stia perdendo tempo, si stiano accumulando ritardi, con il rischio che questi ritardi diventino l’alibi per giustificare il finanziamento delle decisioni più arretrate e retrive di cui si sente parlare. Non ci sono miliardi di euro per tutto, se si investono risorse nelle rinnovabili non ha molto senso costruire o ristrutturare ben 14 centrali a gas solo perché le aste di Terna garantiscono pagamenti generosi al punto da convincere le aziende a investire nel gas naturale (fossile) per produrre energia elettrica. Non basta più pagare cari i certificati verdi per compensare l’uso delle energie fossili, semplicemente occorre produrre sempre meno CO2, a partire da subito.

Inoltre si dovrebbero trarre le conseguenze degli investimenti nell’eolico per collegarli alle produzioni di acciaio in Italia che nelle aziende ex pubbliche sono ai minimi termini proprio quando il mercato tira e questi investimenti potrebbero costituire una domanda di rilievo per anni. Fa impressione leggere che chi sta progettando un parco eolico al largo della Sicilia pensa di fare arrivare dall’estero il materiale necessario. La mano destra dovrebbe sapere cosa fa la sinistra e forse ne trarrebbe vantaggio. Certo occorre un piano, un progetto, e oggi il piano energetico nazionale è inservibile e non c’è un progetto sul futuro dell’acciaio. Eppure all’inizio dell’estate ben tre ministri (Cingolani, Giorgetti, Franco) avevano dichiarato alla stampa che l’ex Ilva di Taranto sarebbe diventata l’acciaieria più verde d’Europa cogliendo l’occasione che presto la maggioranza del pacchetto azionario sarà di una società pubblica. Tutto oggi è avvolto nel silenzio e l’impressione è che non a tutti dispiace se queste aziende perdono quote rilevanti di mercato, che altri coprono.

L’altro aspetto che andrebbe integrato rapidamente nel progetto è l’idrogeno. Anziché chiacchierare a sproposito del nucleare si dovrebbe preparare un approfondimento di una suggestione lanciata da Kerry qualche giorno fa e per certi versi ripresa dall’Amministratore delegato di Snam: l’idrogeno. Secondo Kerry, l’Arabia Saudita sta costruendo una grande struttura che avrà il compito di produrre idrogeno con energie rinnovabili attraverso elettrolisi e questo prodotto è destinato in larga misura ad essere esportato. Questo idrogeno nel giro di 5 anni secondo la Snam sarà meno costoso dei fossili attuali e potrebbe essere portato in Italia attraverso i gasdotti esistenti, che sembra siano stati già valutati, e in seguito distribuito a chi ne avrà bisogno. Nel Pnrr ci sono parti importanti che riguardano l’idrogeno, dallo stoccaggio all’utilizzo per trasporti pesanti, altri impieghi potrebbero aggiungersi per realizzare risultati senza produrre CO2. Il rapporto tra idrogeno e rinnovabili è evidente, l’impiego anche nella siderurgia possibile, quindi occorre procedere rapidamente.

Spiace dirlo ma il governo non sembra nell’ordine di idee di essere il protagonista di questo progetto di innovazione. Per lo meno il ministro appare sfasato rispetto alle urgenze e finora i risultati latitano. Il presidente del Consiglio farebbe bene a fare il punto con i suoi ministri e a pretendere un progetto complessivo di cui i bandi e le singole iniziative siano aspetti coordinati in una politica energetica e per il clima, per l’occupazione, che finora non si avverte.

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