Germanizzazione dell’eurozona e capitale finanziario

22 Dicembre 2015
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Luca Garofalo

 

Il sogno (o incubo, dipende dai punti di vista) del pangermanismo si è avverato sul terreno della finanza e dell’economia. È di fatto innegabile un processo di germanizzazione dell’eurozona, dietro cui si riparano e consolidano gli interessi del capitale finanziario internazionale. Il progetto egemonico tedesco era assai evidente fin dall’inizio. Attestare i capitali dietro lo scudo tedesco (finché riesce a reggere) non è solo un’operazione di autodifesa. Nel breve periodo la Germania sta disponendo di una massa di capitali tale da far pendere la bilancia dalla parte dei suoi interessi, divenendo l’interlocutore europeo privilegiato del capitalismo finanziario mondiale, tramite cui sarà possibile “normalizzare” l’Europa, cioè inquadrarne le politiche economiche in modo funzionale agli interessi del grande capitale finanziario. Ma la stabilità tedesca dipende dalla tenuta di tutti gli altri Paesi dell’eurozona e per consentirle di reggere, esige che i Paesi più precari economicamente siano espunti dall’area o ridotti a ruoli sempre più marginali o ininfluenti. Per tale ragione si è limitato il tetto degli aiuti erogati ai Paesi in crisi e sono state imposte una serie di condizioni draconiane a tutti i Paesi dove più grave si è paventato il rischio di uno sforamento del patto di stabilità dell’euro, buon ultima in ordine di tempo l’Italia. Non accettare i diktat della BCE (come nel caso della Grecia) significava uscire automaticamente fuori dall’area dell’euro e rischiare di veder ridotti a carta straccia i titoli di stato. Dunque, per continuare a restare nell’area dell’euro si è imposta una condizione dolorosa, ossia soddisfare subito il pagamento degli interessi sui debiti pubblici e ridurre progressivamente un simile debito fino alla solvibilità dei singoli Stati. Il carro armato tedesco, al riparo del quale si colloca il grande capitalismo finanziario in Europa, non può frenare la sua marcia, ma deve avanzare travolgendo ogni ostacolo che rischia di pregiudicare o compromettere la solidità finanziaria dell’euro. Il ripiegamento dell’espansione dell’eurozona ha il preciso scopo di rafforzare le possibilità di resistenza alla crisi in una “roccaforte” da cui gli Stati più forti in Europa possono scaricare i più deboli, ossia quelli che sono meno capaci di far pagare la crisi ai proletari ed invocano aiuti per reggersi ancora. Non è un caso se la Germania e la Francia si siano rifiutati di emettere gli Eurobond, poiché avrebbero dovuto coprire e garantire eventuali default degli altri Stati. Di segnali di ripresa (reale) non se ne intravedono, anzi prosegue sistematica ed inarrestabile la liquidazione dell’industria ed altri pezzi di economia reale. Dunque, la conclusione è chiara ed inequivocabile. L’obiettivo teutonico è alleggerire la “nave” dell’euro, scaricando le zavorre inutili e per rimanerci le condizioni sono precisamente quelle esposte in precedenza. Ma occorre riflettere sui limiti di una tale operazione. La forza della Germania risiede soprattutto in due aspetti: un welfare all’avanguardia e l’attivo della bilancia  commerciale con gli altri Paesi. È noto che essa esporta principalmente all’interno del mercato europeo. Ma proviamo a chiederci per quali ragioni storiche la Germania possiede un welfare robusto. Bismarck fu l’inventore del welfare tedesco e la stessa politica sociale di Hitler dovrebbe essere studiata meglio: i pensionati non pagavano tasse, lo Stato pagava la metà del prezzo d’acquisto di una casa, la scuola era gratuita, le vacanze erano gratis per tutti i giovani. Chi pagava? Prima gli Ebrei, espropriati di tutto, ed in seguito i Paesi occupati militarmente dal Terzo Reich. Ma all’interno della Germania la compattezza intorno al nazional-socialismo era quasi di ferro. Il popolo tedesco conosceva bene l’origine di quel benessere. Oggi il welfare tedesco è addirittura progredito, ed era già il migliore in passato. Che si inietti miseria negli altri Paesi dell’eurozona, che tale miseria divenga un motivo di debolezza utile e funzionale al dominio del mondo finanziario, ben venga, secondo i capitalisti tedeschi. Del resto, anche Hitler lavorava per i capitalisti tedeschi, ma oggi il vero padrone incontrastato è il capitalismo finanziario internazionale, vale a dire il complesso delle grandi banche d’affari e dei circoli finanziari sovranazionali. Una parte di questo padrone mondiale è indubbiamente di nazionalità germanica.

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