Che Gasparri voglia far perdere di vista i contenuti?

21 Dicembre 2010
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Red

Che Gasparri & C. dicano spropositi non è un fatti nuovo, che avanzino misure anticostituzionali, neppure. Il paese è in mano a forze anti costituzionali o, al meglio, a-costituzionali. Viene piuttosto da chiedersi come e perché l’Italia, nella quale le forze dell’arco costituzionale, erano largamente prevalenti fino a due decenni or sono, sia potuta cadere preda di partiti, movimenti e uomini dichiaratamente fascisti o, comunque, manifestamente fuori dal quadro costituzionale.
Per ora, tuttavia, rimangono ancora fedeli alla Carta i due presidi fondamentali della Costituzione, la Corte Costituzionale e il Presidente Napolitano. La deriva sarà incontenibile se alla scadenza del mandato salirà al Colle Berlusconi o uno della sua cerchia. Il Presidente nomina cinque giudici e altrettanti ne nomina il Parlamento. Il che vuol dire che, alla lunga, avremmo il paradosso di membri della Consulta e un Capo dello Stato non affidabili sul piano costituzionale. Ed allora prevedere un definitivo abbandono dell’attuale legge fondamentale, o per via di fatto o per revisione espressa, non è azzardato.
In questi giorni, oltre alla vigilanza democratica dell’opinione pubblica e dei partecipanti alle manifestazioni, occorre accentrare l’attenzione sui punti critici della “riforma”. Non bisogna farso distrarre dai diversivi di Gasparri, anche se le sue sparate vanno prontamente rintuzzate come ha fatto gran parte della stampa democratica. Del resto, l’art. 16 della Costituzione vieta ogni limitazione alla libertà di circolazione per motivi politici, la libera manifestazione del pensiero è inviolabile (art. 21), mentre per le riunioni in luogo pubblico (cortei, manifestazioni etc.) si può intervenire soltanto in corso di svolgimento reprimendo i violenti e in facinorosi (art. 17).
Insomma, il quadro costituzionale è ben chiaro e non lascia adito a dubbi. Più controverse e complesse sono, invece, le questioni poste dal testo della Gelmini. Sono diversi e numerosi i motivi della protesta del mondo dell’universita’ che da settimane va avanti in tutt’Italia, con appendici anche all’estero, nei confronti della riforma Gelmini.
Le nuove norme - spiegano le associazioni studentesche - procedendo sulla scia della legge 103 del 2008, che ha gia’ tagliato pesantemente l’universita’ pubblica, determineranno ulteriori sforbiciate al diritto allo studio, impedendo a molti studenti meritevoli di costruire il proprio futuro: meno soldi per le borse di studio, meno contributi per trasporti, mense e alloggi.
Meno fondi anche per la internazionalizzazione degli Atenei. Studenti, sindacati e associazioni della docenza ritengono, inoltre, che il ddl Gelmini favorira’ la concentrazione del potere in mano al rettore e a pochi docenti ordinari, i cosiddetti baroni: proprio coloro - dicono - i quali hanno gestito l’autonomia sin dall’inizio degli anni ‘90 e che hanno provocato la crisi attuale degli atenei. Saranno loro a gestire interamente la cooptazione delle nuove leve, anche se è difficile ipotizzare un sistema diverso. Forse più che sulla scelta da parte delle Commissioni, bisognerebbe puntare su un miglior controllo della produttività. L’attività didattica e la ricerca scientifica risultano da documenti, i registri e le riviste specializzate. Chi non lavora o non pubblica su riviste nazionali, come in qualsiasi settore, dovrebbe rispondere della sua imporduttività. Il problema è trovare organi capaci di esprimere in modo obiettivo i giudizi.
Per il prossimo anno, inoltre, le universita’ avranno difficolta’ a sostenere le normali spese di funzionamento a causa dell’incertezza sulle risorse disponibili.
Penalizzati, sempre a causa della penuria di finanziamenti, i ricercatori che svolgono didattica o attivita’ gestionali. Infine, desta perplessita’ la previsione di una grande quantita’ di deleghe al Governo, in particolare quelle sulla definizione delle norme su merito e valutazione, sul reclutamento e sui nuovi concorsi.
Lo sfascio, dovuto all’assenza di finanziamenti, favorirà poi le incursioni private nell’istruzione superiore. Si vuol assimilare anche il Cepu alle grandi università private come la Cattolica o la Luiss!
L’altro elemento critico è l’apertura degli organi di governo delle Univesità ai privati. Anche questa scelta di muove nella direzione della privatizzazione, che, in fondo, vuol dire la perdita di una capacità di ricerca scientifica e culturale in Italia.

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