Giacomo Matteotti e la Grande guerra

28 Agosto 2014
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Per i tipi della Pisa University Press, a cura di Stefano Caretti , è stato pubblicato Giacomo Matteotti – Socialismo e guerra, con una premessa di Ennio Di Nolfo. Seguono due degli articoli pubblicati nel libro.

LIEBKNECHT
Non è nome di persona oggi; è nome di un’idea.
Non glorifichiamo l’uomo che ha magnificamente osato: glorifichiamo l’Internazionale che risorge dal fuoco.
Nel 1870, quando la Germania invadeva la Francia e preparava il massacro di Parigi rivoluzionaria, due uomini soli al parlamento tedesco osarono opporsi: Bebel e Liebknecht.
Nel 1914, il figlio di Liebknecht raccoglie la lampada, il fuoco sacro del padre, e solo, contro tutto un parlamento che vaneggia nel patriottismo barbarico e sanguinario, riafferma l’internazionale dei lavoratori.
Non gli italiani d’Austria, non i chiacchieroni di Trieste sono insorti contro la guerra; essi sono occupati nelle sottoscrizioni e nelle processioni in onore di Francesco Giuseppe e del militarismo tedesco.
Non i cattolici di Vienna o di Monaco sono insorti contro la guerra; essi son cristiani, ma intanto aiutano a sgozzare i fratelli cristiani di Francia e del Belgio.
Contro la guerra è soltanto un socialista.
Uno solo, in un Parlamento di centinaia.
Ma quell’uomo salva l’Internazionale.
Al suo polso, dove il sangue deve pulsare tremendo, s’attaccano le mani dei socialisti italiani, nella stretta fraterna che deve legare tutti i proletari del mondo.
La grande catena non è infranta; essa si prepara più salda.
Carlo Liebknecht non ha temuto il fucile o il capestro prussiano.
Temeranno i socialisti d’Italia e del Polesine, i fucili o i capestri nostrani, per non rivendicare l’unione dei lavoratori contro tutte le guerre, per tutte le libertà?
“La Lotta”, a. XV, n. 50,12 dicembre 1914, p. 1, firmato “gemma”.

GUERRA DI DIFESA?
Una delle più solite obiezioni avversarie al nostro atteggiamento deciso contro la guerra è questa: «ma se la nostra patria fosse minacciata, invasa, offesa ecc. che cosa fareste?».
La risposta può sembrare imbarazzante a coloro i quali per vecchio abito mentale conoscono soltanto il punto di vista della classe dominante, la quale ha in ogni patria una posizione privilegiata da conservare, da difendere.
Ma le questioni sociali, potrei anzi dire le questioni umane, non hanno una risoluzione unica. La verità unica è un dogma religioso, non nostro. È questione sempre di punto di vista. E il punto di vista della classe lavoratrice è allora assai diverso. La classe lavoratrice è anzi tutta interessata a ottenere un regime di massima libertà, dove essa, profittando della sua forza numerica e della sua capacità produttiva, possa nella lotta contro la classe
capitalista ottenere le maggiori vittorie, le maggiori conquiste.
Quindi ogni regime attuale, a cominciare dal nostro, è un regime da combattere, da modificare o da sovvertire, perché tutte le leggi civili e penali sono essenzialmente conservatrici di tutti i privilegi della classe capitalista. E le differenze tra qualche regime repubblicano e altri imperiali sono piuttosto di forma che non di sostanza: Briand può gareggiare con Bismarck.
Naturalmente però se il Governo di un paese, oltre esercitare una oppressione di classe, eserciti anche una oppressione di razza; se cioè la classe lavoratrice oltre subire le limitazioni di libertà e diminuzioni dipendenti dalla sua posizione economica, ne debba subire altre per il solo fatto di appartenere a una determinata razza, tanto maggiore diventa il suo interesse a combattere e sovvertire quel Governo.

Note. Cofondatori del Partito socialista tedesco nel 1869, August Bebel e Wilhelm Liebknecht avevano votato al Reichstag contro i crediti di guerra e si erano dichiarati contrari all’ annessione dell’Alsazia e della Lorena. Furono per questo entrambi arrestati
sotto l’accusa di «alto tradimento».
2 Karl Liebknecht (1871-1919), già processato e condannato nel 1907 per un suo scritto contro il militarismo tedesco, nella seduta del 2 dicembre 1914 era stato l’unico parlamentare socialista a votare al Reichstag contro i crediti di guerra.
In rapporto cioè non al fatto semplice che i governanti parlino una lingua diversa dai governati (poiché allora ci verrebbe anche fatto di domandare da quanto tempo i Savoia abbiano imparato l’italiano), bensì al fatto che i governanti stranieri doppiamente opprimano la libertà dei sudditi.
In queste lotte per tutte le libertà, la classe lavoratrice e il Partito socialista che la guida, non devono avere alcun apriorismo di metodo, e come per combattere il capitalismo più retrogrado si sono talvolta alleati alla borghesia più liberale, così per combattere l’oppressione di un Governo straniero potrebbero procedere insieme con la borghesia indigena.
Di solito però, e assai più utilmente, essi combatteranno da soli, sia contro la classe dominante, sia contro lo straniero soverchiatore, con i propri mezzi che vanno dalla semplice protesta allo sciopero generale, alla ribellione. Perché le alleanze sono sempre pericolose alla integrità della coscienza di classe, e nella persecuzione dei fini più immediati facile è deviare dal sentiero verso la meta più lontana e unica.
Perciò quando la classe borghese viene davanti ai lavoratori e li invita ad entrare nei propri eserciti armati per la difesa della patria, noi gridiamo «abbasso il militarismo», perché la borghesia vuol preparare soltanto il trionfo di questo che è essenzialmente nemico della libertà e della giustizia; vuole soltanto il dominio proprio sostituito a
quello di un’altra borghesia.
Quando la classe borghese parla di invasioni e minacce della patria, noi gridiamo «abbasso la vostra patria», poiché la storia dimostra nulla esservi di più facile che la finzione di assaliti quando si è assalitori, di invasi, quando si vuol invadere, e ogni esercito è un organo che richiede necessariamente la funzione di distruggere, attaccare, uccidere.
Può bene la borghesia giocare tutta la propria vita in una questione di patrie, perché la posta della lotta è tutto il suo dominio; ma la classe lavoratrice non vi trova che una gradazione di dominazioni che forse non vale la sua vita. Potrà darla tutta domani in una grande ribellione contro ogni specie di dominatori, perché allora soltanto potrà conquistare piena libertà.
Scopo unico dunque l’interesse del proletariato; commisurando i metodi, le tattiche, alla grandezza delle proprie libertà da conquistare.
Così che se domani la borghesia chiamasse a raccolta per Trento e Trieste, per sottrarre italiani alla dominazione austriaca, sottoponendo magari degli slavi alla dominazione italica - il proletariato terrà conto soltanto del proprio interesse, e vedrà se piuttosto non gli convenga in confronto di quella piccola dubbia libertà da conquistarsi a prezzo di tanto sangue, scendere in piazza e conquistarsene un’altra assai maggiore, disarmando il militarismo bellicoso, e preparando col proprio esempio e col proprio sacrificio un più prossimo trionfo dell’Internazionale.
“La Lotta”, a. XV, n. 41, 10 ottobre 1914, pp. 1-2.
Questi scritti non hanno bisogno di alcun commento.
Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti fu assassinato dalla polizia politica fascista.
Anche il suo sacrificio è stato vano.
La Costituzione Repubblicana all’art. 11 recita: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra
le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
Ma la militarizzazione della società italiana procede senza ostacoli, con un colle capace di promuovere e di sostenere la partecipazione italiana a ogni conflitto possibile e persino, dopo cento anni, un remake dell’impresa coloniale libica.
Una grande ribellione è necessaria.
ISM-Italia, agosto 2013

Tratto da
www.ism-italia.org
info@ism-italia.org

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