Dalla guerra fredda alla “pace fredda”

27 Maggio 2015
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Gianfranco Sabattini

La fine della guerra fredda ha liberato l’umanità dall’incubo di una guerra nucleare; si pensava – afferma Sergio Romano nel suo ultimo libro “In lode della guerra fredda” – che in un mondo apparentemente più pacificato ci sarebbero state alcune “crisi di assestamento”, ma si era contemporaneamente convinti che la fine dell’incubo avrebbe garantito condizioni generalizzate di pace. Tuttavia, continua Romano, non ci si è accorti che, nel 1989, con il crollo del muro di Berlino, simbolo della guerra fredda, non si stava passando dalla guerra alla pace.
“I quasi cinquant’anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale erano stati la pace più lunga del continente eurasiatico dai trattati di Vestfalia ai nostri giorni”; in quest’arco di tempo, vi erano stati numerosi conflitti regionali (Corea, Indocina, Suez, Algeria, ecc.), ma in nessuno di essi erano stati coinvolti, “contemporaneamente e sullo stesso campo di battaglia”, gli antagonisti principali della guerra fredda (USA e URSS), sebbene in alcuni casi il confronto tra le massime potenze egemoni sia stato molto vicini al “punto di non ritorno”; ma, per fortuna, le potenze antagoniste sono sempre riuscite a “fare un passo indietro” e a salvare la pace.
Il primo di questi casi, nei quali il confronto ha portato la tensione dei rapporti tra USA e URSS al “calor bianco”, è stato quello della crisi di Berlino del 1948; si può dire che tale caso costituisca la matrice originaria degli altri che sono seguiti negli anni successivi, quali la “Rivoluzione ungherese” del 1956, la “Crisi cubana del missili sovietici” del 1962 e la “Primavera di Praga” del 1968; ciò perché tutti avevano in comune la destabilizzazione dell’”equilibrio di forze” che le due superpotenze erano impegnate a realizzare attraverso il coinvolgimento dei Paesi inclusi nelle rispettive “zone d’influenza” stabilite dalla Conferenza di Jalta del 1945; equilibrio realizzato attraverso l’organizzazione di due trattati di cooperazione e difesa: quello della NATO, stipulato nel 1949 per iniziativa degli USA, coinvolgente i Paesi dell’Europa occidentale, e quello del “Patto di Varsavia, stipulato nel 1955, coinvolgente i Paesi dell’Europa orientale.
La prima crisi è scoppiata, come si è ricordato, nel 1948, allorché entrambi i blocchi non sono riusciti a trovare un accordo sullo status della città quadripartita di Berlino (collocata come un’enclave all’interno della zona sovietica), soprattutto dopo che gli alleati occidentali avevano deciso di unificare le zone loro assegnate con la creazione della Repubblica Federale Tedesca, di cui l’URSS cercava di impedire la nascita.
Per ritorsione, l’Unione Sovietica ha bloccato il traffico ferroviario per Berlino proveniente dall’Ovest e successivamente quello stradale; gli alleati occidentali hanno risposto con l’organizzazione di un ponte aereo per garantire i rifornimenti indispensabili alla sopravvivenza della città, sino alla rinuncia del blocco da parte dei sovietici nel corso del 1949. Nell’ottobre di quell’anno è stata ufficialmente costituita, per iniziativa degli alleati occidentali, la Repubblica Federale di Germania, alla quale, nell’ottobre dello stesso anno, è seguita la costituzione della Repubblica Popolare Tedesca nella zona d’occupazione sovietica.
La divisione della Germania in due Stati contrapposti non è valsa a soddisfare le esigenze sovietiche di provvedere alla difesa del proprio territorio nazionale e di quello dei propri “satelliti”, avvertendo le minacce provenienti soprattutto dalla costituzione della NATO; la diffidenza ha raggiunto l’apice, allorché a fare parte di questa organizzazione è entrata, nel 1955, la Germania Federale; a questo evento l’URSS ha risposto nello stesso anno promuovendo il Trattato che istituiva il patto di Varsavia. In questo modo venivano regolate le relazioni internazionali tra i due blocchi, rispettivamente capeggiati dalle due superpotenze; nasceva, così, un equilibrio di forze, che molti osservatori non hanno esitato a considerare una sorta di duopolio del potere mondiale, gestito alla stregua di un “condomino USA-URSS” a livello mondiale: l’equilibrio si reggeva sul potere dissuasivo che ognuna delle superpotenze poteva esercitare nei confronti dell’altra, tramite l’arsenale atomico del quale disponeva.
L’esercizio di tale “potere condominiale” era talmente condiviso, che ognuna delle superpotenze era tacitamente impegnata a non interferire, salvo che con “rumors” verbali, nel modo in cui la controparte reprimeva, con la forza o col guanto di velluto, qualsiasi tentativo compiuto da uno “stato satellite” per sottrarsi all’egemonia politico-economico-militare che era costretto a subire; è a questi tentativi che si devono gli attriti, che non sono mancati, nati nei rapporti tra USA e URSS, per gran parte del periodo della cosiddetta guerra fredda (crisi ungherese del 1956, crisi del muro di Berlino del 1961, crisi cubana del 1962 e crisi della Primavera di Praga del 1968, tanto per citare le principali). Questo stato di cose è durato sino al negoziato di Helsinki del 1975, a seguito del quale - afferma Romano – la guerra fredda è stata sostituita da una “pace fredda”, fondata sulle reciproche convenienze delle superpotenze. Ad Helsinki, però, non sono state stabilite le condizioni per una vera pace, in quanto i “contraenti”, pur avendo allontanato la prospettiva di un conflitto planetario, non hanno rinunciato entrambi a ricercare la superiorità militare; ciò perché i “complessi industriali militari” esistenti all’interno delle due superpotenze hanno continuato a premere per la conservazione dello status quo, sino a determinare un graduale ritorno ad una situazione simile a quella propria della guerra fredda: una coesistenza nella quale nessuna delle potenze egemoni aveva interesse a sconvolgere i delicati equilibri da cui dipendeva la pace.
La ricerca di una nuova forma di coesistenza, fondata sulla progressiva diminuzione degli arsenali, è stata forse determinata, afferma Romano, dai mutamenti culturali e sociali intervenuti nella maggior parte dei sistemi sociali dei Paesi coinvolti nella politica dei blocchi contrapposti: negli Usa, le nuove generazioni non erano più disposte ad accettare impegni militari, mentre in Europa, alcuni membri della NATO aspiravano ad una maggiore autonomia dall’America e alcuni Paesi del blocco sovietico cercavano un’analoga maggiore indipendenza dall’URSS, la quale contemporaneamente manifestava la propensione a ristrutturarsi, sino a decomporsi e a trasformarsi, dopo il crollo del regine comunista, in una ridimensionata Confederazione di Stati Indipendenti.
Dopo il crollo dell’URSS, gli Usa si erano illusi d’essere la potenza, non solo vittoriosa della guerra fredda, ma anche non assoggettabile agli obblighi internazionali degli altri Stati; sennonché, nonostante il periodo d’instabilità che aveva colpito l’ex URSS dopo la fine del comunismo, i nuovi governanti della Russia, iacquisita la stabilità interna, non hanno tardato a riaffacciarsi sulla scena mondiale per riproporre, attraverso una serie di conflitti locali, l’ultimo dei quali è quello russo-ucraino, l’antico status di grande potenza del loro Paese.
In conclusione, se, come afferma Romano, la guerra fredda ha assicurato al mondo cinquant’anni di pace duratura, occorre anche riconoscere che essa ha potuto garantire al mondo, solo perché imposta, una “pax sovietico-statunitense”; pace, questa, che se è servita a migliorare le condizioni di vita di quanti avevano vissuto e sofferto le conseguenze della seconda guerra mondiale, ha però impedito che molti problemi ancora irrisolti dopo il conflitto potessero essere affrontati secondo modalità e forme più condivisibili dai popoli coinvolti; ciò a causa della cristallizzazione della situazione realizzata con l’equilibrio del terrore.
Il protrarsi di questa situazione irta di pericoli, rende del tutto illusoria la speranza di una pace duratura, garantita non dal perpetuarsi dell’equilibrio del terrore tra blocchi contrapposti, ma da un mutato impegno e da una riforma delle Nazioni Unite, l’organo creato per il “governo democratico” delle relazioni tra gli Stati; sulla possibilità che ciò possa accadere occorre essere realisti, per riconoscere che lo svilimento della funzione dell’ONU non deriva tanto dal fatto che i “grandi” non sono disposti ad accettare di mettere in discussione il diritto di veto del quale godono nel Consiglio di Sicurezza, quanto perché le Nazioni Unite sono divenute un sodalizio privo di ogni capacità di risolvere situazioni di conflitto tra gli Stati che vi aderiscono. Questa condizione è destinata a perpetuarsi finche l’ONU sarà dominata dai “profeti della globalizzazione” che, col supporto dell’ideologia neoliberista, tendono ad imporre il libero mercato come unico mezzo per realizzare, non disinteressatamente, una presunta pace mondiale, fondata sull’improbabile conciliazione globale tra i popoli che il mercato, presunto libero, dovrebbe garantire.
 

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