La Regione sardoleghista nella rappresentazione del Presidente Solinas

24 Maggio 2021
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Tonino Dessì

L’intervista al Presidente della Regione Solinas, pubblicata su La Nuova Sardegna di sabato, 22 maggio, a me pare rappresenti la quintessenza di quel che è la situazione politica sarda di questa legislatura.
L’impressione di una accurata preparazione della “conversazione” col giornalista suggerisce un rapporto particolare fra le due parti, intendendo qualcosa di più del dovuto rispetto che una testata deve comunque tributare alla massima rappresentanza politica e istituzionale della Regione.
Una chiave di lettura inevitabile sembra potersi rinvenire nel giudizio positivo che il Presidente Solinas formula sul Governo Draghi, non solo a proposito della campagna vaccinale coordinata dal provvido generale Figliuolo.
Intendiamoci, non è che Solinas rinneghi la formula di rito secondo la quale per la Sardegna governi italiani amici non ce ne sono.
Tuttavia è evidente il suo sentirsi a proprio agio rispetto a una compagine governativa italiana nella quale la sua maggioranza sardoleghista ha solidissimi punti di riferimento.
Nel panorama della stampa sarda (in realtà ridotto alle due tradizionali testate cartacee, L’Unione Sarda e la Nuova Sardegna) siamo ormai avvezzi a considerare che la testata principale, quella cagliaritana, è più vicina al centrodestra, ma gode di una relativa autonomia, in quanto il suo editore è un potere economico-finanziario costituito fra i più importanti, in Sardegna, perciò può perseguire insieme, talvolta conciliandoli, tal’altra mettendoli in alternativa istanza, linea politica generale e interessi più contingenti.
La Nuova invece eredita una strutturazione (probabilmente anche qualche patto proprietario e parasociale più o meno esplicito) che la colloca anzitutto collateralmente agli schieramenti della stampa nazionale italiana e più in particolare, specie localmente, vicina al centrosinistra e al PD.
Per entrambe le testate, ma forse più per la seconda, il fatto che in Regione maggioranza e minoranze si trovino a essere frazioni della medesima maggioranza governativa nazionale deve costituire un rompicapo da gestire volta per volta.
Consapevole di questo non considero alla fin fine troppo compiacente l’intervista. Si vede che è concordata, ma nulla di più: resta un decente servizio giornalistico pubblico.
Il fatto è che anche questo finisce per evidenziare ancora di più le incongruenze della rappresentazione fornita dal Presidente della Regione sul complesso della situazione politica.
Tacciamo dell’orizzonte programmatico: qualche banalità nel vuoto pneumatico. La Sardegna al massimo attende il Recovery plan italiano nella mera aspettativa assistenziale eterodiretta dell’elicopter money. Non che non ci siano embrioni di idee in giro, ma obiettivi strategici niente di nulla. Su questo, se la maggioranza difetta, le minoranze non esistono.
Veniamo al nocciolo: il disegno di legge di riordino degli staff politici e delle competenze dell’amministrazione regionale.
Solinas sostiene che implementare gli uffici di gabinetto, verticalizzare gerarchicamente la direzione amministrativa della Regione, avocare alla Presidenza strutture specializzate come il CFVA, ampliare il reclutamento della dirigenza senza concorso, riaprire la scadenza delle nomine per lo spoil system risponderebbe a due esigenze. Ricondurre la burocrazia all’osservanza della politica determinata dal governo regionale e assicurarne, tramite la Presidenza, l’unità di indirizzo.
A sostegno della linea cita proprio il pranzo di Sardara, sul quale adombra nemmeno implicitamente una cospirazione ai suoi danni.
Difficile seguirlo, intanto, su questa esemplificazione.
Troppe persone, troppo eterogenee per funzioni, ma, per la parte più strettamente connessa a funzioni regionali, troppe di loro contigue alla Presidenza, non possono esser dipinte come dei cospiratori contro la Presidenza.
Per quanto, tra infrazione delle norme contravvenzionali anti pandemiche e violazione (penalmente in potenza più grave) di disposizioni che regolano i doveri dei pubblici funzionari, quel pranzo appaia qualcosa di sfacciatamente volgare, anzitutto per l’evidente convinzione di impunità da parte di organizzatori e di partecipanti, qualcosa in quel consesso -trasversale: la presenza di note persone del PD non può esser considerata una casualità- fa intuire che si sia trattato di qualcosa più di spartitorio che di cospirativo.
Perciò poche balle.
Checchè ne inferiscano anche i cronisti e le croniste consiliari dai rumors veicolati ad hoc, nemmeno la norma del disegno di legge sugli staff e sulle direzioni generali, che riaprirebbe di trenta giorni i termini per far decadere tutte le nomine deliberate entro i primi tre mesi della legislatura, può essere interpretata, come vorrebbe far capire anche il Presidente nell’intervista, quale rimedio paradisciplinare a sanzione dei presunti cospiratori.
Non regge.
Io ho una visione differente, in parte derivante dall’esperienza, in parte dall’osservazione e da un certo conseguente intuito.
Nella prassi politico-istituzionale sarda di gestione della Regione, invalsa almeno dalla “novità” introdotta col berlusconismo a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, fra centrosinistra e centrodestra ci sono state differenze non da poco.
Il centrosinistra ha sempre cercato di appoggiarsi alla burocrazia esistente e pre-esistente, formatasi in larga misura sotto il consociativismo autonomistico storico. Fin quando quel personale burocratico non ha finito per andar via quantomeno per ragioni anagrafiche, questa linea non è stata priva di conseguenze, non sempre positivamente innovative. Lo dico anche memore di quanto capitò a me. In stretta obbedienza alle draconiane istruzioni presidenziali, concordate in Giunta, ristrutturai quasi completamente il quadro dirigente dell’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente, entro i tre mesi canonici, puntando soprattutto su un ricambio generazionale e di genere e sulla rotazione degli incarichi. Suscitai, anche negli ambienti amministrativi e sindacali regionali che nutrivano aspettative fondate su affinità politiche e di partito, un mezzo vespaio. Quando andammo ad approvare collegialmente il quadro generale delle nomine mi resi conto con costernazione che in gran parte i miei colleghi (e non meno la Presidenza), con poche varianti avevano riproposto l’assetto preesistente.
Il comportamento del centrodestra è stato più caratterizzato da altre modalità. L’idea che bisognasse diffidare del legittimismo e del continuismo del personale regionale ascritto alla conformazione della Regione data dalla “sinistra” ha spinto sempre il centrodestra, da Pili, a Masala, a Cappellacci, per ricordare una certa sequenza, a privilegiare nomine di stretta osservanza ideologica, ma soprattutto a tentare di inserire nell’Amministrazione, attraverso varie modalità, personale esterno di varia e spessissimo ambigua provenienza.
Vi è stato chi ha espresso l’opinione che ogni volta che il centrodestra è andato al governo in Sardegna si è assistito a un vero e proprio assalto, più affaristico che clientelare, all’amministrazione regionale.
È un’opinione diffusa, che consegno senza personale commento o aggiunta.
Tutto ciò premesso come indirizzo di metodo, traccio una conclusione sulla situazione attuale.
Un centinaio di ingressi nuovi per affiliazione politica fiduciaria (e congruamente lottizzata dentro la maggioranza regionale), più altri movimenti di posizioni organizzative a cascata, costituiscono non una riforma, ma un’occupazione dell’Amministrazione regionale del tutto estranea alle finalità di legalità, imparzialità, buon andamento della cosa pubblica.
Tenuto conto che si, per quanto apparentemente le forze politiche della maggioranza siano legittimate dal voto maggioritario (ma della maggioranza della metà degli elettori aventi diritto al voto), si tratta pur sempre di apparati relativamente ristretti e soggetti alla fragilità dei soggetti politici dell’epoca italiana attuale.
In pratica, da tutto ciò che dice paludatamente il Presidente della Regione -mi si consenta una certa caduta di stile- quel che si evince è che si sta procedendo a sistemare a spese pubbliche proprio quegli apparati e le loro appendici.
Poi chi vivrà vedrà, poco importa se l’amministrazione regionale viene ulteriormente picconata (non che non fosse stata già ampiamente logorata dall’incuria e dall’incompetenza di altre maggioranze e di altre Giunte dagli alterni colori politici).
Mica possiamo pretendere che la politica si preoccupi anche degli interessi, del presente e del futuro della Sardegna. Ma quando mai.

2 commenti

  • 1 Aladinpensiero
    24 Maggio 2021 - 07:32

    Anche su aladinpensiero online: http://www.aladinpensiero.it/?p=123420

  • 2 giorgio
    24 Maggio 2021 - 10:14

    All’analisi del Dott. Dessì vorrei aggiungere un punto di vista ulteriore: quello delle centinaia di funzionari regionali che non si sono mai apertamente schierati a favore dell’una o dell’altra delle parti in causa. Questa dovrebbe essere, in realtà, la situazione più normale. Un pubblico dipendente, nella propria attività lavorativa, non deve essere di parte. Non deve condizionare le modalità di realizzazione dell’attività amministrativa rispetto ad elementi di carattere politico o ideologico. Al contrario, deve mantenere l’assoluta imparzialità di giudizio e improntare il proprio operato alla realizzazione concreta delle prescrizioni normative.
    Qualcuno dirà che un tale soggetto non esiste più o, forse, non è mai esistito. Si tratterebbe di una immagine romantica a cui tendere ma che non ha riscontro nella realtà concreta della Pubblica Amministrazione.
    Ebbene, non è così. Queste persone esistono e sono proprio quelle che mandano avanti la macchina amministrativa. Sono quelle persone che, quotidianamente, danno il proprio contributo per affrontare e risolvere le problematiche concrete che una normativa stratificata, farraginosa, e, talvolta, contraddittoria pone al concreto operare del pubblico dipendente.
    Ci si aspetterebbe che queste persone siano apprezzate dall’organo politico per il ruolo fondamentale svolto a favore della collettività. Tutto il contrario. La realtà, per lo meno quella della politica sarda dell’ultimo ventennio, ha dimostrato chiaramente che per questa categoria di pubblici dipendenti vale il principio del terzo escluso. Poiché essi non sono organici a nessuna delle due parti in causa (centro destra e centro sinistra) vengono sistematicamente esclusi da qualsiasi possibilità di riconoscimento del proprio operato.
    Il politico si serve di loro quando è necessario affrontare problematiche complesse per le quali è richiesta una approfondita conoscenza della macchina amministrativa, ma se ne dimentica quando di tratta di attribuire incarichi o avanzamenti. In questo caso si volge lo sguardo verso i fedelissimi che, seppure talvolta non particolarmente brillanti nella gestione dell’attività amministrativa, possono tornale utili in certe posizioni chiave quando è necessario avere un occhio di riguardo per indirizzare in una certa direzione un programma di intervento agricolo, industriale, edilizio o turistico che sia.
    Ciò determina due effetti collaterali, entrambi negativi per il buon funzionamento della pubblica amministrazione. In primo luogo si crea una frattura nell’ambito del personale dipendente tra chi sa di poter contare sulle attenzioni di questo o quel politico (o di altri gruppi di potere trasversali alla stessa politica) e chi, invece, è consapevole di dover contare solo sulle proprie forze e sulla propria professionalità. In secondo luogo, dopo una prima fase di ingenuo entusiasmo al momento della presa di servizio, subentra uno stato d’animo di rassegnazione che determina a sua volta un “effetto scoraggiamento” che si ripercuote negativamente sulla prestazione individuale.
    Questa situazione sembra non avere via d’uscita. Negli ultimi venti/trent’anni le elezioni regionali in Sardegna hanno sempre penalizzato la compagine politica al governo premiando l’opposizione, probabilmente non per merito di quest’ultima ma per demerito della prima. Ciò ha determinato la necessità, per tutte le parti politiche, di dover contare su un gruppo di funzionari e dirigenti fidati, in linea con il proprio orientamento ideologico, che possano dare risalto al proprio operato. Il disegno di legge sugli staff non è altro che una plateale dimostrazione di quanto detto. Si crea una sovrastruttura burocratica che risponde solo ed esclusivamente alla parte politica, con l’aggravante della temporaneità dell’incarico che rende il soggetto nominato ancora più dipendente dal soggetto nominante. Tutto ciò in un momento di crisi pandemica, con i connessi problemi economici e sociali, in cui di tutto si avrebbe bisogno tranne che di interventi di questo tipo.

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