Sa die. Prima della cacciata dei piemontesi ci fu quella dei francesi

28 Aprile 2022
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Andrea Pubusa

In quale clima maturò lo “scommiato” dei Piemontesi il 28 aprile 1794? Ecco l’antefatto nelle prime proteste antifeudali e nel respingimento dei francesi. Tratto dal libro di A. Pubusa “Giommaria Angioy e la nazione mancata” , Ed. Arkadia.

Quando le navi al comando dell’ammiraglio Truguet si affacciarono nel Golfo di Cagliari la condizione dell’Isola sotto il giogo del feudalesimo e dei Savoia era pessima. E le proteste forti e chiare dei vassalli erano iniziate già prima che la scintilla provocasse l’incendio della Grande Rivoluzione e cambiasse per sempre il mondo. Moti antifeudali sono documentati in Sardegna fin dal 1784, segno dell’intollerabile disagio dei vassalli, i quali rifiutavano di pagare i diritti baronali. Così ogni anno, in occasione dei pagamenti, esplodevano le agitazioni e i rifiuti e il governo doveva ricorrere alla forza per imporre i versamenti. La conflittualità richiedeva un costoso dispiegamento di truppe e di miliziani e creava odi e divisioni nella comunità.
Solanas fece il gran rifiuto al marchese d’Arcais, don Damiano Nurra, proprio mentre a Parigi scoppiava la Grande Rivoluzione. A Solanas, in quell’anno che ha segnato la storia, 80 persone d’ambo i sessi hanno costretto alla ritirata cinque soldati del Reggimento di Sardegna, che pretendevano d’imporre il versamento. Si sa che ci sono fatti contagiosi e le rivolte lo sono quando sono fondate su buoni motivi. Così anche Donigala fece causa comune col paese vicino e rifiutò di pagare i diritti feudali. Seguì, come d’uso, una spietata e sproporzionata repressione ma, quasi contemporaneamente, nel Capo di sopra montava il risentimento nei confronti del duca dell’Asinara, don Antonio Manca, uno spostato, le cui azioni spesso erano feroci ed assurde. Si dice pretendesse addirittura un tributo come ricompensa della perdita del grano divorato dai topi  nei suoi depositi, sos upeddos de sos sorighes. Mentre a Parigi i rivoluzionari radevano al suolo la Bastiglia, a Thiesi, in seguito ai maltrattamenti di un servo del parroco da parte del ministro di giustizia feudale, che aveva sequestrato il grano del prete nell’aia, fu inscenata un’originale forma di protesta. Suono delle campane a morto, riunione di tutto il clero del luogo, celebrazione dei riti funebri in suffragio delle anime purganti, e, infine, invocazione del loro aiuto contro le prepotenze del Conte. L’odio verso il feudalesimo e i feudatari si estendeva pian piano nella popolazione e aveva spesso come guida il basso clero. L’invocazione della maledizione celeste sull’odiato barone è un atto di ribellione ostentato e contagioso. La lotta come un fiume carsico appariva e si nascondeva, ma non si arrestava.
Questa era la situazione quando la flotta francese comparve nel Golfo di Cagliari. Come a Carloforte, l’ammiraglio Truguet, confidando nella sollevazione interna dei patrioti filofrancesi, credeva “qu’il suffirait de se présenter devant Cagliari pour fair capituler cette ville“. Dovette essere tanta la sorpresa e la delusione quando si accorse di non trovare neppure chi diffondesse i manifesti di invito alla sollevazione. Sì, ci fu qualche arresto, ma si trattò di persone ininfluenti, accusate per qualche frase più che di propositi insurrezionali. L’unico del resto che, fin d’allora, non nascondesse la sua fede repubblicana era un piccolo gruppo di intellettuali sassaresi, con a capo l’avv. Gioachino Mundula di Sassari, instancabile sostenitore degli ideali di eguaglianza e libertà. Questi ideali furono estranei alla popolazione, compresa quella rurale, che certo era in fermento per i balzelli e le prepotenze feudali, ma era estranea, per interessi e cultura, ai principi della Grande Rivoluzione. Di fronte alla tiepidezza dello stesso viceré Balbiano fu dunque la nobiltà, il clero e la borghesia colta e rurale a organizzare la difesa riuscendo coi propri appelli patriottici, a coinvolgere il popolo cagliaritano e gli stessi protagonisti della lotta nelle campagne. Si formò così una Union Sacrée dei ceti dominanti che, issata la bandiera del Regnum, trascinò i ceti subalterni alla difesa dei loro privilegi. Dai paesi convennero a Cagliari gruppi di miliziani, che, sotto la guida carismatica di Vincenzo Sulis e di Gerolamo Pitzolo, riuscirono, se non a battere i francesi, a far comprendere loro che i sardi non sparavano salve di gioia, ma semmai qualche schioppettata non proprio amichevole. Lo sbarco ebbe aspetti decisamente grotteschi, come le fucilate che i francesi indirizzarono ai loro compagni d’armi nel litorale di Quartu. Le falangi marsigliesi, sul cui impeto confidava Truguet, si rivelarono un bluff, tant’è che dopo le prime fucilate se la diedero a gambe ignominiosamente. “La phalange marseillaise se distingua entre toutes le troupe par sa lâcheté” (vigliaccheria), commentò con sprezzo Bartolomeo Arena, Commissario del Consiglio Direttivo; di più e peggio: “cette phalange n’avait de marseillaise que le nom“.
Sia come sia, l’attacco francese fallì perché muoveva da un presupposto errato, e cioè che in Sardegna l’Armée avrebbe trovato festosa accoglienza. Evidentemente ci fu un difetto nelle informazioni, un vizio d’intelligence. Ma ci fu anche un difetto di progettualità per non avere preparato per tempo un nucleo autorevole di sostenitori all’interno.

P.S. Lo scommiato del 24 aprile del 1794 fu conseguenza dell’atteggiamento arrogante ed ingrato della Corona verso i sardi, che furono i primi in Europa a respingere l’attacco dei rivoluzionari francesi,

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