Giovanni Maria Angioy

7 Agosto 2009
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Red

“Così la guerra feudale partiva come suggestione da Angioy partigiano perché,trasformata in querela di popoli oppressi, tornasse ad Angioy alternos ”
Giuseppe Manno, storia Moderna della Sardegna
Don Giovanni Maria Angioy (1751 - 1808), nasce a Bono il 21 ottobre 1751 da genitori nobili che muoiono poco dopo la sua nascita.
Si occupa di lui il fratello della madre, don Taddeo Arras, che è il suo primo maestro di grammatica. Per gli altri insegnamenti di lingue e di belle arti dovrà successivamente fare riferimento ai padri mercedari presso la loro scuola nella chiesa-convento della Vergine della Mercede, che dopo la chiusura del convento decretata dal ministro Bogino nel 1776, diventa di San Raimondo.
Continua gli studi presso il collegio Canopoleno e poi all’Università di Sassari, ottenendo ottimi risultati e suscitando l’ammirazione dei suoi stessi professori.
Nonostante l’ inclinazione per la vita religiosa,viene mandato dallo zio Taddeo a proseguire gli studi presso l’università di Cagliari.
Fa pratica presso lo studio dell’avvocato Nieddu, zio della madre, ma dopo un breve periodo di libera professione si dedica all’insegnamento universitario (all’ età di 21 anni è già professore) e successivamente entra a far parte della magistratura ricoprendo gli importanti incarichi di giudice della Reale Udienza (la massima magistratura isolana) e di assistente del reggente la Reale Cancelleria (la più importante carica del regno di Sardegna dopo quella di viceré).
Sulla facciata del Municipio di Bono si legge: “A Giovanni Maria Angioy, che ispirandosi ai valori dell’ 89 bandì la sarda crociata contro la tirannide feudale “. Ciò ci ricorda che, anche se con un certo ritardo, determinato da un relativo stato di isolamento e di arretratezza, per via anche degli scarsi mezzi di comunicazione allora disponibili, pure in Sardegna erano giunte le nuove idee dell’ Illuminismo e della Fisiocrazia che certamente l’Angioy conosce come non poche altre persone di cultura dell’epoca. Ciò grazie anche agli effetti degli interventi di politica culturale e soprattutto della Riforma delle Università isolane operata dal Ministro Bogino (1764-1765).
All’età di 30 anni sposa la giovanissima Annica Belgrano, figlia di un ricco commerciante, nella chiesa di Sant’Eulalia, nel quartiere della Marina a Cagliari.
Separati dopo la nascita di Speranza, i due si ricongiungeranno poi grazie ai buoni uffici del viceré.
Vanno ad abitare nel quartiere di Castello ed hanno altre due figlie : Giuseppa e Maria Angela.
Giovanni Maria Angioy si dimostra ben presto un capace imprenditore e sagace uomo d’affari: investe il capitale portatogli in dote dalla Belgrano in prestiti a privati (a Cagliari non esistevano banche) e si dà alla compravendita di case e terreni.
Angioy ha successivamente modo di dare ulteriore prova delle sue capacità imprenditoriali che, come ci suggerisce lo storico Carlino Sole, dal 1789 daranno i loro frutti nell’ambito della coltivazione del cotone arboreo e dell’indaco per la tinteggiatura delle tele,tanto da suscitare la stima del viceré Balbiano.
Successivamente impianta una fabbrica di berrette, in società con Andrea Delorenzo e altri imprenditori. Ciò suscita nuovamente l’entusiasmo di Balbiano che avrebbe addirittura voluto denominare la fabbrica “l’ Aurora del regno”.
Il fallimento di queste iniziative è senz’altro da attribuire alla mobilitazione contro i tentativi di invasione francesi, secondo alcuni storici, alla generale situazione di arretratezza in cui versava l’Isola.
Il Manno, partendo da un’ottica moderata che aborre le rivoluzioni e si aspetta le riforme dalla grazia del Sovrano, nella sua opera (che secondo Luciano Marrocu è stata poi “monumentalizzata”), accusa duramente l’Angioy, basandosi su un manoscritto anonimo e recentemente ripubblicato in edizione critica da Luciano Carta intitolato “Storia de’ torbidi occorsi nel regno di Sardegna dall’anno 1792 in poi”.
Dopo l’espulsione dei piemontesi (lo “scommiato” del 28 aprile 1794, oggi commemorato come “Sa die de sa Sardigna”), l’Angioy sarebbe stato il punto di riferimento dei novatori o “Giacobini” (come venivano genericamente chiamati in Italia coloro che prendevano posizione contro gli antichi regimi).
Ci sono pervenuti lunghi elenchi che comprendono magistrati, funzionari, liberi professionisti, intellettuali,artigiani, negozianti, popolani, esponenti del clero appartenenti alla fazione sarda dei giacobini, tutti speranzosi di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali.
La casa di Angioy secondo alcuni, diventa sede di un club giacobino nel quale si riuniscono democratici cagliaritani e sassaresi suoi amici.
Gli altri club si riuniscono presso la sede estiva del collegio dei nobili (attuale via Bacaredda a Cagliari, ex istituto agrario) e nella casa di campagna dell’avvocato Salvatore Cadeddu (a Palabanda, l’ attuale orto botanico) e nel quartiere di Villanova presso il canonico Cossu, fratello di Giuseppe, il famoso economista.
In occasione dell’attacco della Francia e della comparsa della flotta nemica nel golfo di Cagliari (inverno 1792-1793), l’Angioy non partecipa direttamente alle operazioni militari ma raccoglie dai privati le offerte per la difesa di Cagliari e si occupa della sistemazione delle milizie del Goceano arrivate in città sotto il comando dello zio, Taddeo Arras.
Nell’agosto del 1794 viene inviato in missione ad Iglesias con tanto di scorta , a causa delle proteste della popolazione locale per la mancanza del grano.
Angioy oltre a dare disposizioni sugli approvvigionamenti e per l’istituzione di un corpo di barracelli (corpo di guardie private per la repressione e la prevenzione della delinquenza rurale in Sardegna) cerca di regolarizzare le modalità di riscossione del donativo.
La “Storia de’ torbidi” racconta che l’Angioy ad Iglesias avrebbe fatto propaganda rivoluzionaria col vescovo che lo ospitava.
E sostiene inoltre che l’Angioy e i suoi amici avrebbero avuto dei contatti con le autorità francesi attraverso il commerciante Francesco Giuseppe Ochino.
Giuseppe Manno ha accusato l’Angioy di aver voluto eliminare dalla scena politica dell’isola il Pitzolo, passato dai “novatori” ai moderati dopo aver ottenuto nel 1794, al rientro da Torino, l’incarico di intendente generale del Regno. Angioy sarebbe stato il mandante del suo assassinio e di quello del Marchese della Planargia.
Dopo la morte del Pitzolo e del marchese della Planargia infatti, la frattura tra i due schieramenti del partito dei “giacobini”, moderati e radicali, si accentua.
Da Angioy conseguentemente si allontanano l’avvocato Cabras e tutti i suoi seguaci, anche per consiglio dell’arcivescovo di Cagliari, Melano.
Nel Capo di sopra continua intanto l’agitazione antifeudale e gli Stamenti propongono al viceré Vivalda di nominare Angioy Alternos con l’incarico di ristabilirvi l’ ordine. Con questa nomina, egli diventa, quanto ad autorità, secondo soltanto al viceré.
E’ titubante nell’ accettare l’ incarico, ma il 3 febbraio 1796 la proposta viene accolta e gli vengono conferite le patenti di Alternos, in quanto è ritenuto persona saggia, moderata, originaria proprio della Sardegna settentrionale dove aveva molti parenti ed esercitava un suo “patronage”.
In tempi come quelli in cui appaiono “normali” gli enormi gravami feudali, Giomaria Angioy appare come il potente che rinuncia ai suoi privilegi per una grande causa: aiutare i deboli e gli oppressi.
Il canonico Sisternes scrisse in un memoriale sulle vicende del periodo rivoluzionario indirizzato alla regina Maria Teresa, che la nomina di Angioy aveva avuto lo scopo di allontanarlo da Cagliari e che lui stesso aveva suggerito al viceré di fare ciò per provocare la sua rovina.
Sicuramente Angioy intuisce che si tratta di una trappola e dato che era fuori discussione prendere posizione contro i vassalli ribelli e mettersi contro gli amici novatori e le sue stesse idee, decide invece di sostenere il partito antifeudale pur sapendo che sarebbe stato facile per i suoi avversari metterlo fuori legge.
Il 13 febbraio 1796 rompe gli indugi e parte alla volta di Sassari insieme al parroco di Torralba, Francesco Sanna Corda ed altri, impiegandoci anziché 4 giorni, quanti di solito se ne impiegavano le famose ben “venti pose” di cui scrive il Manno; si tratta di un’autentica marcia trionfale.
Prima di arrivare a destinazione fermatosi in diversi villaggi mette fine agli abusi, fa scarcerare diversi innocenti detenuti, mette pace tra famiglie in discordia. Insomma, Angioy come un Redentore accende molte speranze.
Il 28 febbraio 1796 fa il suo ingresso trionfale a Sassari e viene accompagnato dalla popolazione al Duomo dove i canonici intonano il “Te deum” di ringraziamento e le campane suonano a festa.
La sua popolarità è alle stelle.
Angioy, ospitato a Sassari dallo zio, il canonico Diego Arras, si preoccupa subito di attivare lavori di utilità pubblica per dare lavoro ai molti disoccupati; ottiene da Cagliari il grano, inutilmente richiesto in precedenza, quando era ancora vivo il contrasto tra le due città; costituisce una milizia urbana che mette al comando dell’amico Gioachino Mundula.
Nel frattempo i suoi sostenitori sviluppano una intensa propaganda antifeudale nei villaggi. Alcuni suoi amici fanno propaganda repubblicana affiancata da una serie di scritti quali l’ Achille della sarda liberazione e i Sentimenti del vero patriota sardo che non adula.
Sempre il Manno, nel suo libro “Storia moderna” , parla del soggiorno di Angioy a Sassari e gli rimprovera di essersi circondato di uomini di pessima fama e di aver spogliato i baroni dei loro beni promuovendo patti antifeudali.
Lorenzo e Vittoria Del Piano osservano però che il Manno cade anche in contraddizione quando accusa Angioy di aver voluto fare una rivoluzione e di essersi circondato di uomini di temperamento vivace, quando è appunto con uomini “vivaci” che si fanno le rivoluzioni!
Federico Francioni, ha approfondito recentemente la questione relativamente al fatto se l’Angjoy abbia tollerato o subìto queste iniziative o se invece si sia trattato di una “divisione dei ruoli”: avrebbe lasciato insomma che i suoi seguaci svolgessero d’accordo con lui la propaganda repubblicana che egli non avrebbe potuto fare apertamente a causa della sua carica.
Durante la sua permanenza a Sassari, Angioy si fa comunque anche molti nemici che avrebbero poi organizzato una congiura contro di lui.
Il viceré ordina da Cagliari di procedere alla riscossione dei tributi, utilizzando anche la forza e l’ Angioy risponde che non avrebbe mai fatto l’ esattore baronale. Così facendo si schiera apertamente dalla parte degli oppressi.
Nel sassarese, la sua propaganda antifeudale incontra grandi consensi tanto che i rappresentanti di molte comunità lo invitano a visitare i loro villaggi per accertarsi degli effettivi problemi sociali esistenti.
Angioy decide quindi di assentarsi da Sassari per 5-6 giorni per visitare i villaggi e ne dà notizia al viceré; affida il governo di Sassari ai suoi sostenitori, il vice intendente Fois e gli avvocati Mundula, Fadda, Solis e Sotgia Mundula e il 2 giugno parte da Sassari accompagnato dal segretario della Reale Governazione, Giovanni Mossa, dal notaio Stanislao Delogu e dall’assessore avvocato Domenico Pinna.
Visita numerosi paesi: ai villici Angioy chiede se hanno ancora l’intenzione di liberarsi dalla schiavitù del feudalesimo e tutti rispondono sempre di si.
Il rettore Muroni si preoccupa di tradurre in logudorese tutto ciò che Angioy dice in italiano. Secondo la ” Storia dei Torbidi” e poi anche il Manno, egli avrebbe avuto l’ intenzione di raccogliere gente armata e marciare quindi su Cagliari per instaurarvi la Repubblica.
A Semestene, Angioy riceve notizie da Bosa sui preparativi in atto per fronteggiare ogni sua mossa e a San Leonardo, avendo fatto sequestrare la posta diretta a Sassari, ha la conferma delle misure che vengono prese contro di lui.
Angioy dà quindi ordine alla cavalleria miliziana di Macomer di concentrarsi a Santu Lussurgiu e di mettersi ai suoi ordini, ma essa non accetta di obbedire senza il consenso del viceré.
A Macomer, dove peraltro l’ Alternos (come attesta Giovanni Cucca nel suo libro su Macomer ” Macomer, documenti, cronache e storia di una comunità” - Settecento Sabaudo) gode anche di un certo seguito, avviene un primo scontro con gli uomini disposti all’ingresso del paese dall’avvocato Salvatore Pinna, nemico di Giovanni Maria e fratello del suo seguace Domenico.
Arrivato successivamente a Oristano, con un seguito di 600 persone e favorevolmente accolto dalla popolazione, Angioy scrive al viceré che il Logudoro avrebbe difeso i propri diritti e chiede un colloquio con lui, o con due membri della Reale Udienza e due di ogni Stamento (almeno uno dei quali avrebbe dovuto essere del Logudoro), minacciando anche di fare uso della forza.
Il giorno dopo Angioy invia un’altra lettera al viceré nella quale dice che, essendo stata da poco raggiunta la pace tra il re Vittorio Amedeo III e la Repubblica Francese, se non si fosse arrivati ad un accordo con Cagliari, il Logudoro avrebbe fatto una “Deputazione separata sia alla Francia che al re”.
A Cagliari, i suoi ex-amici, prima ancora che il viceré ricevesse le lettere di Angioy, avevano già presentato un’Istanza nella quale chiedevano la sua destituzione e lo pregavano di mandare nel Capo di Sopra, con pieni poteri, l’avvocato fiscale don Giannantonio Delrio, affinché normalizzasse la situazione.
Il viceré, appena ricevuta la prima lettera di Angioy, dà ordine che si convochino le cavallerie miliziane dei vari villaggi per muovergli contro.
Inoltre nomina come suoi delegati Guiso, Musso e Pintor Sirigu che, insieme all’avvocato Delrio, avrebbero ristabilito la pace nel Logudoro e pubblica vari pregoni con i quali accorda un condono alla “gente sedotta e mal consigliata” che aveva fino a quel momento partecipato all’insurrezione angioiana; promette 1500 lire sarde a chi consegnerà alla Giustizia il cadavere di uno dei principali capi della rivolta e 3000 lire sarde a chi invece lo consegnerà vivo.
A Cagliari si diffonde intanto la falsa notizia che l’esercito di Angioy è giunto a Serramanna e la città entra nello scompiglio più totale.
A Oristano Angioy attende intanto risposta dal viceré e spera ancora in qualche buona notizia. Riceve invece una lettera dall’avvocato Cocco con allegato il pregone che lo mette al bando e così abbandona Oristano per rientrare a Sassari, dopo scontri a fuoco tra i suoi uomini e gli oristanesi.
Angioy si è reso conto di essere in una situazione disperata, dato che sono rimaste inascoltate le sue richieste di aiuto ai villaggi che pure in precedenza avevano partecipato al movimento antifeudale.
Ma il punto ancora da chiarire è questo: voleva veramente marciare su Cagliari?
Egli sapeva benissimo che sarebbe stata una follìa pensare di conquistare Cagliari con poche centinaia di armati, senza ufficiali esperti, senza artiglieria, senza munizioni sufficienti e senza poter contare sull’appoggio degli ex-amici traditori.
A Cagliari il viceré Vivalda assegna al Giudice della Reale Udienza, don Giuseppe Valentino, l’incarico di procedere contro l’Angioy, Mundula,Fadda e gli altri capi dell’insurrezione accusati di voler cambiare l’assetto politico del Regno.
Al giudice Valentino arrivano molte denuncie vere o false e vengono così arrestati molti innocenti che rimarranno a lungo in carcere, mentre altri ancora vengono condannati a morte.
Il corpo dei condannati di solito veniva bruciato e le ceneri sparse al vento, oppure la testa veniva esposta in una gabbia di ferro e appesa alle porte della città.
Ma la condanna inflitta al Fadda è particolarmente crudele, infatti venne condannato all’ impiccagione ” sficcarglisi la testa dal busto e mettersi alla vista, entro una grata di ferro nella porta del castello di questa città, dividersi il corpo i quarti e ” affliggersi” nei luoghi stabiliti dalla viceregia delegazione in vicinanza di questa stessa città, compresa la tortura sulla confessione dei complici e il pagamento delle spese”.
Il 16 giugno 1796 Angioy parte con degli amici da Portotorres e raggiunge Genova, da dove si sposta successivamente in diverse città italiane spingendosi fino a Castiglione, dove spera di incontrare Napoleone che non vuole però riceverlo perché, dopo la pace di Parigi (15 maggio 1796), la Francia non ha più nessun interesse ad occupare la Sardegna.
Nell’ottobre 1796 il re Vittorio Amedeo III muore e gli succede il figlio Carlo Emanuele IV che, per chiarire la situazione dell’isola e dell’Angioy stesso, decide di invitarlo a Torino, garantendogli la libertà e offrendogli i soldi per il viaggio. L’Angioy spera di recarsi a Torino per ottenere l’abolizione definitiva del feudalesimo ed è ancora sicuro delle sue idee e che esse avrebbero garantito un avvenire migliore per la Sardegna.
A Torino egli incontra l’avvocato fiscale del Supremo Consiglio di Sardegna, Luigi Cappa, che lo invita a soggiornare a Casale, in attesa delle decisioni del re. Qui l’Angioy avrebbe, secondo la testimonianza del Frassu, messo per iscritto un suo memoriale difensivo molto efficace.
Resosi però conto di non avere buone possibilità e venuto a conoscenza di un complotto contro la sua vita, abbandona furtivamente Casale e si reca in Francia dove si schiera definitivamente dalla parte dei francesi che sollecita apertamente ad occupare la Sardegna.
A Parigi vive ospite nella casa della vedova Dupont.
Come è noto esiste a Sassari una Loggia Massonica “Giovanni Maria Angioy”: sembra infatti che egli si sia affiliato alla Massoneria (ancora non esistente in Sardegna) durante il suo esilio francese, venendo la sua personalità riconosciuta conforme agli ideali dei Liberi Muratori.
Muore il 22 febbraio 1808.
Lascia un debito considerevole alla donna che, quando andrà appositamente a Sassari ospite del console francese Esperson, tenterà inutilmente di farsi rimborsare dalle figlie dell’Angioy le quali ben poco affezionate alla memoria del padre, avrebbero addirittura cercato di cambiare cognome.

da www.riv.sarda.it

5 commenti

  • 1 Farris
    7 Agosto 2009 - 14:14

    E questo sarebbe uno degli eroi della patria sarda?
    Voleva liberarci dai Savoia per venderci ai francesi, si fa mantenere e manda in bancarotta una povera vedova, viene ripudiato persino dalle figlie? Mah!… Chissà, oggi magari i sardi parlerebbero con la erre moscia.

  • 2 stefano
    8 Novembre 2009 - 20:28

    la storia lan sempre scrita i vincitori

  • 3 Pietro Melis
    15 Novembre 2010 - 04:42

    Leggere la storia della Sardegna moderna per trovare un po’ di verità nella figura di Angioy. Fu uno sprovveduto che non capì che dei sardi non ci si poteva fidare in quanto correvano sempre in soccorso dei vincitori. Quando il vicerè Vivalda mise una taglia di 3000 lire su Angioy i sardi, che prima l’avevano accolto come liberatore a Sassari, dopo lo abbandonarono. I sardi hanno sempre dimostrato di essere incapaci di autogoverno. Essi passarono da una dominazione all’all’altra (spagnola, austriaca e piemontese) chiedendo slo di essere governati senza essere sfruttati, ma allo stesso tempo chiesero di essere mantenuti. Il consiglio regionale sardo rappresenta un popolo di parassiti che non potrebbe sopravvivere più di un mese senza i trasferimenti dal governo di Roma. Essi furono sempre come li definì bene Carlo V: pocos, locos y male unidos. Si sono fatti sempre la guerra fra loro, percorsi sempre da un’invidia distruttiva e da guerre tribali espressione di una sciagurata “cultura” pastorale, la maggiore disgrazia della Sardegna. I sardi seppero solo mungere ed uccidere pecore incapai di migliorare per esempio con industrie manufatturiere ed importavano tutto da fuori. Popolo di miserabili la cui unica miserabile ricchezza è quella delle pecore. E chi è bravo solo nello scannare agnelli non può essere capace i altro.

  • 4 carla
    26 Ottobre 2012 - 18:07

    giovanni maria angioy è un eroe e voi ne dovete prendere atto

  • 5 debbief
    19 Agosto 2019 - 15:15

    Angioy e´ stato un grande eroe, e chi ne deriva di conseguenza anche.

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