Le lotte dei minatori a Carbonia

8 Luglio 2011
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Red

da Storia del territorio carboniense 
Il 25 gennaio 1948, il timore che la crisi possa provocare lo smantellamento delle miniere si concretizza nella costituzione del Consiglio di Gestione. E’ una mobilitazione di tutte le forze, dei minatori e della città intera, compresa la giunta comunale, che appoggia questa mobilitazione. Se già con il referendum istituzionale e le elezioni per la Costituente era apparso l’orieniamento di sinistra dell’elettorato, sin dalle prime elezioni comunali del 31 marzo 1946 si capisce la ragione dell’appellativo di «Stalingrado sarda» attribuito a Carbonia. La netta prevalenza dei voti di sinistra caratterizzerà, anche in seguito, le consultazioni elettorali.
A niente valsero nel 1948 le richieste dell’Alto Commissario per la Sardegna al governo perchè concedesse i finanziamenti alla Carbosarda; e neppure la formulazione di una serie di piani di ristrutturazione dell’industria carbonifera (Giardina-Russo, 1948; Levi, 1949; Carta, 1949).
Il più avanzato, il piano Levi, prevedeva la realizzazione di un impianto di distillazione e gassificazione del carbone, dal quale si sarebbero così ottenuti prodotti azotati e fertilizzanti indispensabili per lo sviluppo agricolo del Sulcis; inoltre il piano prevedeva la costruzione di una centrale termoelettrica (alimentata dal «minuto» o dallo «slamm»), che avrebbe dovuto soddisfare il bisogno energetico delle miniere e degli impianti. Questo progetto, appoggiato dalle organizzazioni sindacali e dai partiti isolani, venne formalmente approvato dal governo, ma di fatto respinto dal nuovo corso dell’economia del paese e dalla stessa Carbosarda. Influivano su quest’atteggiamento le pressioni della Montecatini, preoccupata da un’eventuale concorrenza nel settore dei concimi chimici, e della Società Elettrica Sarda, che paventava la perdita del monopolio elettrico.
La Carbosarda attuerà, a partire dai primi mesi del 1948, un’azione di licenziamento che riduce il numero delle maestranze da 17.200 del 1947 a 10.900 del 1950. La reazione dei lavoratori, sulle prime disposti a collaborare, sfocia nella proclamazione dello stato di agitazione, e in un duro e logorante sciopero che dura 72 giorni.
Alla fine del 1949 la lotta operaia riesce a strappare all’azienda una serie di promesse e di impegni. Si tratta, però, di una «vittoria di Pirro»: i licenziamenti per tutto il decennio successivo proseguiranno con ritmo costante, la produzione decresce ulteriormente, Carbonia vive una lenta agonia.
Nel 1955 un’accordo dell’azienda col governo e i sindacati incentiva le dimissioni volontarie con una superliquidazione di 450.000 lire, in pochi mesi più di 2.000 lavoratori abbandonano le miniere.
L’intervento statale, nel nuovo clima di «programmazione» e di «partecipazione» del centro-sinistra, attraverso il passaggio delle miniere all’azienda elettrica pubblica, Enel, segna, paradossalmente, il tracollo definitivo di ogni attività estrattiva.
La «città del carbone», l’avventura autarchica che conteneva nelle sue origini le tare più gravi conosce, con lo stillicidio dell’emigrazione, un forte spopolamento con la perdita di circa 15 mila abitanti. Soltanto oggi, a causa della crisi delle fonti energetiche petrolifere e della perdita di economicità dell’uso del petrolio rispetto al carbone, si riparla di una valorizzazione e di un possibile rilancio delle miniere carbonifere sarde. Ma i problemi circa la qualità e l’eventuale costruzione del gassificatore sono ancora irrisolti.
Da ciò che abbiamo detto fin’ora sembrerebbe che i problemi dei minatori e le loro rivendicazioni fossero legate sempre alla possibilità della perdita del posto di lavoro, in realtà queste situazioni erano spesso alimentate dalle condizioni di vita della popolazione, gli anni della seconda guerra mondiale sono durissimi, non si trova il cibo, nel 1939 l’orario di lavoro viene portato da 7 a 8 ore ed è previsto il doppio turno di 16 ore sottoterra. Nel 1940 l’azienda è militarizzata ed ogni protesta è considerata sabotaggio, tuttavia è proprio in quegli anni che sono segnalate le prime avvisaglie della propaganda comunista. Un rapporto del presidente dell’ACAI relativo all’estate 1942 così descrive la situazione: «nei mesi di luglio e agosto non è esagerazione dirVi che nel bacino del Sulcis si è sofferta la fame», il documento è indirizzato personalmente al duce.
Il 2 maggio 1942 vi è il primo sciopero in Sardegna e forse in Italia, i minatori dei pozzi di Sirai si fermano per protesta contro il provvedimento dell’azienda che prevede l’aumento del fitto abitativo (tutte le abitazioni erano di proprietà dell’ACAI) e l’introduzione della quota anche per i residenti presso gli alberghi dei lavoratori. La protersa raggiunge il suo obbiettivo.
Le condizioni di sicurezza sono del tutto inadeguate, nel 1937 nella miniera di Sirai muoiono 14 minatori per un’esplosione, nel 1938 un’inondazione fa 5 vittime nella miniera di Serbariu, fra il 1939 e il 1941 si contano quasi 40 morti all’anno. Spesso si è detto di come la società carboniense sia stata ostacolata nella sua formazione e organizzazione, tuttavia la solidarietà nata da queste vicissitudini sarà incredibilmente compatta nel rivendicare i propri diritti. Sono dei primi mesi dei 1944 le prime commissioni interne, e il 30 aprile 1945, cinque giorni dopo la Liberazione, sorge a Carbonia la Camera del Lavoro. Negli stessi anni abbiamo le prime agitazioni contro la mancanza di beni di sussistenza, per l’aumento del salario e contro il cottimo.

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