Art. 18, il governo Monti e i sindacati

28 Dicembre 2011
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Andrea Raggio

La mia formazione politica mi porta a difendere istintivamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma nello stesso tempo a non banalizzare la posizione di chi ritiene possibile il suo superamento nell’ambito di una riforma del mercato del lavoro che colmi il divario tra lavoro protetto e quello non protetto e assente.
Il ministro Fornero nella nota intervista, parlando delle politiche del lavoro ha fatto riferimento anche all’articolo 18. Nessuna proposta, nessuna anticipazione d’iniziative del governo. Soltanto un “discutiamone”. Stava per succedere il finimondo. I sindacati confederali hanno replicato immediatamente con toni sprezzanti. Il mite Raffaele Bonanni, tanto mite da essere stato persino accondiscendevole nei rapporti con l’ex ministro Sacconi e con Marchionne, ha addirittura svillaneggiato. Anche la Camusso ci è andata pesante. Bersani ha chiuso l’inopportuna disputa rivolgendosi con un’efficace battuta sia alla Fornero sia – se ho capito bene - ai suoi esagitati critici. Il Ministro ha chiarito e almeno per il momento è tornato il sereno.
Perché questa tempesta in un bicchier d’acqua? Perché i sindacati confederali sono particolarmente severi, quasi pregiudizialmente ostili, nei confronti del governo Monti, al punto da non perdere occasione per infierire? La severità riguarda solo il merito della manovra - nei cui confronti la critica è non solo legittima ma in buona parte fondata - oppure vi sono anche altre ragioni?
L’impressione è che i sindacati siano risentiti col Governo perché non ha loro riservato un rapporto privilegiato. Raffaele Bonanni è stato chiaro (l’Unità del 24 dicembre): “Il governo ha deciso di procedere senza concertazione né discussione con il sindacato”. E ha aggiunto: ”Sia chiaro, la CISL non vuole discutere solo di mercato di lavoro. Occorre affrontare insieme tutti i problemi del Paese: salari bassi, fisco, welfare, infrastrutture, divario nord-sud, giovani, famiglia”. Se non è pan-sindacalismo, poco ci manca!
In effetti, il Presidente del Consiglio ha privilegiato doverosamente il rapporto con il Parlamento e con i partiti perché da questi ha ricevuto il mandato. Alla consultazione delle parti sociali ha dedicato solo un frettoloso incontro. Una sottovalutazione o soltanto un limite imposto dalla ristrettezza del tempo? Comunque, ha promesso che nella seconda fase rimedierà. Molto bene, la consultazione delle forze sociali è aspetto importantissimo del buon governo. Il rapporto privilegiato col sindacato lo è altrettanto? In certi momenti della recente vicenda politica la CISL ha avuto un rapporto privilegiato col governo Berlusconi. Non mi pare che ciò abbia giovato all’autonomia del sindacato, certamente non ha giovato all’unità sindacale.
I sindacati confederali rappresentano parte importantissima del mondo del lavoro, quello dipendente, ma non tutto. Il Governo deve tenere nel dovuto conto le loro posizioni e deve sforzarsi di concertare con loro le politiche che riguardano il lavoro dipendente, come è stato nel passato. Altrettanta attenzione deve dedicare alla parte del mondo del lavoro non rappresentata dai sindacati confederali. Armonizzare il complesso mondo del lavoro con l’interesse generale è compito al quale può far fronte solo la politica. So bene che questa oggi è sbrindellata, tant’è che ha chiamato in soccorso i tecnici. Ma il sindacato supplente della politica è una soluzione? Non lo è. Bisogna, allora, riportare la politica, rinnovandola, al centro della vita pubblica. Il Sindacato può svolgere in questo senso un ruolo fondamentale consolidando il proprio connotato confederale, vale a dire l’impegno a tutelare i lavoratori che rappresenta in una visione del bene comune e contrastando le spinte corporative.
Un’ultima considerazione. Nel sindacato convivono orientamenti culturali e politici differenti grazie alla salvaguardia della sua autonomia. Oggi una forte pressione è esercitata sul sindacato da quella parte della sinistra che contrasta in toto l’operazione Governo Monti perché consisterebbe in una tregua concessa a Berlusconi, grazie alla quale questi potrebbe tornare in sella. Ricordo, in proposito, il difficile rapporto CGIL – PCI circa il Piano del lavoro proposto nel 1949 e al contributo chiesto anche ai lavoratori: “Esso (il Piano) richiede uno sforzo da parte di tutti i cittadini proporzionale alle loro possibilità… I lavoratori di fronte a un’azione diretta a promuovere la rinascita economica e civile dell’Italia, pur essendo essi i più sacrificati della società, … sono disposti ad accollarsi un sacrificio supplementare.” (Giuseppe di Vittorio). Il PCI era nettamente contrario perché riteneva che in tal modo si desse una mano ai capitalisti. Di Vittorio non cedette, difese l’autonomia della CGIL e tenne ben salda la sua posizione ancorata alla visione del bene comune. Eppure il PCI era il PCI. Ma Di Vittorio era Di Vittorio

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