L’attualità di Cesare Loi, medico dei minatori

19 Marzo 2016
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Pierluigi Cocco

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Francesco Cocco, nella sua meritoria attività di ricerca e di studio sulla storia del Movimento operaio della Sardegna, ci ha ricordato la figura di Cesare Loi, un valoroso medico di Guspini, fondatore del Partito socialista in Sardegna insieme a Giuseppe Cavallera. Mirabile la sua denuncia della condizione sanitaria dei minatori nei primi decenni del Novecento nell’audizione resa alla Commissione parlamentare  nella sede  del Municipio di Guspini il 18 maggio 1908 e già da noi pubblicata in calce all’articolo di Francesco Cocco.
Ora il Prof.  Pierluigi Cocco, docente di Medicina del Lavoro nell’Ateneo cagliaritano, ci mostra l’attualità di questo pioniere della medicina del lavoro dalla parte dei minatori.
Cesare Loi può essere, a giusto titolo, annoverato fra le figure di più alto spessore morale della nostra storia recente, nelle cui battaglie culturali, professionali e politiche possiamo rinvenire l’origine delle disposizioni della Costituzione a tutela del diritto fondamentale alla salute e della dignità dei lavoratori nella prospettiva dell’eguaglianza, ora enunciata nell’art. 3 della Carta.

La lettura della trascrizione dell’audizione del dott. Cesare Loi, medico condotto a Guspini in quegli anni e dirigente del partito socialista,  da parte della commissione parlamentare di indagine sulla condizioni dei minatori della Sardegna del 18 maggio 1908, è ricca di stimoli e di sorprese. L’audizione si tenne nel Municipio di Guspini e rivelò in Cesare Loi la figura di un medico singolare che non si limitava a somministrare le poche terapie allora disponibili, il più spesso palliative e ben poco efficaci, talora piuttosto capaci di effetti tossici gravi. Piuttosto, davanti ai membri della commissione d’indagine sedette un  educato ed attento osservatore delle patologie che venivano alla sua attenzione, che rifletteva sulle possibili strategie utili ai fini della loro Prevenzione. Nelle sue dichiarazioni si trovano aspetti di grande modernità: la dieta povera dei minatori non garantiva loro un apporto calorico sufficiente e questo era correttamente identificato da Loi come un elemento che, insieme all’inalazione delle polveri in miniera, contribuiva in maniera importante alla diffusione della tubercolosi tra i minatori. Loi non si limitava ad osservare passivamente: per tutto il tempo in cui svolse anche il ruolo di “…ufficiale sanitario, …[aveva]…in [suo]… potere tutti i dati necessari [e] compilava ogni anno delle statistiche dalle quali si rileva il numero dei morti e la causa di morte degli operai”. Guardava quindi alle malattie non solo come evento individuale, ma anche come fenomeno sociale, con un occhio epidemiologico, nella consapevolezza del fatto che misurarne la frequenza poteva consentire di metterne i luci i moventi più probabili; intervenire su questi ultimi, a sua volta, poteva contribuire a ridurne l’impatto nei gruppi sociali più deboli, ed in particolare tra i lavoratori. In questo, Loi era un medico del lavoro nel senso moderno del termine, teso alla Prevenzione, piuttosto che al riconoscimento ed all’indennizzo del danno, considerato come inevitabile ed ormai irrimediabile.
La metodologia analitica di Loi era quella di un osservatore, analoga a quella  utilizzata ancora oggi dalla gran parte dei giornalisti attivi in Italia, ma molto più profonda, in quanto basata sull’osservazione diretta dei fatti, e non sulle chiacchiere di terza mano, autoreferenziali, che, soprattutto in campo ambientale, diventano la verità ufficiale  a furia di passare da un quotidiano ad un settimanale e da qui ad un programma televisivo. Loi riferì che tra i minatori di Montevecchio “…i morti per tubercolosi sono in ragione dell’ottanta per cento”; “…quando i minatori escono fuori e si soffiano il naso, trovano nelle narici il carbonio puro“; “nelle numerose autopsie che ho fatto, ho trovato i polmoni dei minatori completamente anneriti dal carbonio”; “dopo venti o venticinque anni di lavoro, tutti i minatori o sono tisici o contraggono l’enfisema polmonare per il quale muoiono”; “Il lavoro nelle gallerie e la cattiva nutrizione sono i principali coefficienti … quest’anno, alla leva militare, su 111 iscritti, 13 solamente furono dichiarati idonei, 45 rimandati e 53 riformati”.
Settantatre anni dopo, il primo passo della mia carriera universitaria fu raccogliere dai libri matricola delle miniere di Monteponi e Montevecchio e della fonderia di San Gavino l’elenco di tutti coloro che vi operarono a qualsiasi titolo, dal 1932 al Luglio 1971. Impiegammo quasi due anni a copiare a mano, in cinque, quegli enormi volumi, rilegati pesantemente, in parte danneggiati dai topi, conservati dentro  la palazzina Delaunay, sulla collinetta di Monteponi che sovrasta la strada statale 130, sopra l’enorme discarica rossa dello sterile della miniera. Gli anni successivi trascorsero nella ricerca dei lavoratori in quell’elenco, della loro esistenza in vita o del luogo e della data del loro decesso, e per quelli deceduti della causa che li aveva portati a morte. Dopo 13 anni, da quel materiale scaturirono, tra gli altri, due importanti lavori scientifici, uno pubblicato su American Journal of Industrial Medicine e l’altro su Occupational and Environmental Medicine. Tredici anni di lavoro per confermare le osservazioni empiriche di Cesare Loi: i minatori di Montevecchio morivano di tubercolosi sette volte più frequentemente rispetto alla popolazione generale della Sardegna  e di altre malattie respiratorie, tra cui la silicosi, cinque volte più frequentemente.
La chiusura delle attività produttive primarie ed il loro trasferimento in Paesi in via di sviluppo, a mio parere, non è prevenzione. Non lo è perché non elimina il problema delle patologie umane determinate dal mancato o insufficiente controllo dell’ambiente di lavoro e della sua sicurezza; lo sposta. Ora a soffrire delle patologie respiratorie professionali e di tubercolosi sono i minatori di quei Paesi dove la prevenzione è di là da venire.

(segue)

1 commento

  • 1 iride peis
    29 Gennaio 2017 - 22:11

    Interessante relazione sul dott. Cesare Loi, figura quasi sconosciuta nello stesso paese di Guspini. Per fortuna recentemente è stata a lui dedicata una via.
    Sono un’ appassionata studiosa della miniera di Montevecchio, mio marito Bruno Concas si è laureato con una tesi sulle malattie cardio- polmonari col prf. Casula, per circa vent’anni è stato responsabile del servizio sanitario della miniera e pertanto abbiamo a cuore tutto ciò che riguarda l’uomo-minatore.Grazie per aver attualizzato la figura del dottor Loi che mi ha sempre attratto per la sua umanità.Non so se lei è parente di Francesco Cocco che apprezzo e stimo. Cordialità Iride Peis

    Risposta di Francesco Cocco

    Cara Iride, ti ringrazio per le parole di stima espresse nei miei confronti nella e-.mail inviata al prof. Andrea Pubusa. Ho sollecitato i dirigenti dell’ Associazione “Sa Mena” ad un’ iniziativa per ricordare il dr. Cesare Loi che ho avuto modo di conoscere nella mia infanzia. La sua casa era pochi metri dalla casa dove sono nato in via Pio Piras. E’ stata una figura non sufficientemente valorizzata, come giustamente poni in evidenza. Credo spetti a noi far conoscere la sua profonda umanità ed il ruolo storico esercitato sia come fondatore del Partito Socialista in Sardegna sia come organizzatore con Pio Piras del primo sciopero moderno svoltosi nell’ Isola( ma parlerei di modernità a livello nazionale). Io ormai sono vecchio ( come sai ero compagno di scuola di tuo zio), tu sei ancora giovane ed hai fatto tanto (penso alle tue pregevoli opere su Montevecchio) e puoi ancora fare molto. Credo che a noi spetti il compito di sollecitare opportune iniziative. A me non restano molte energie fisiche ma sarei ben lieto di contribuire a valorizzare la figura ed il ruolo storico di questo nostro grande concittadino. Lieto di questa occasione d’ incontro, ti prego voler gradire i miei migliori auguri che ti prego voler estendere a tuo marito.
    Con sentita stima Francesco Cocco

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