I partiti socialdemocratici di fronte al neoliberismo

24 Giugno 2016
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Gianfranco Sabattini

Il liberalismo, dal punto di vista del suo significato politico, come il liberismo, sua riproposizione nel campo dell’attività economica, ha un significato mutevole. Per capirne l’evoluzione, occorre rifarsi all’arco di tempo (Sei-Settecento) allorché è nata e si è affermata la critica al “blocco sociale” formato da monarchi e aristocrazia laica e religiosa. Lo scontro – sottolinea Colin Crouch – in “Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo”, è avvenuto inizialmente sulla libertà di pensiero e di azione; successivamente, la ricchezza accumulata, con la libertà dei commerci e il diffondersi delle attività di trasformazione, ha consentito alla nuova classe borghese di offrirsi come alternativa allo Stato monarchico ed alla Chiesa.
In un mondo, però, in cui sia lo Stato che la Chiesa non potevano essere facilmente eliminati, la libertà di pensiero e di azione ha potuto essere realizzata attraverso “separazioni”: dello Stato dall’economia; della Chiesa dalla politica e, in generale, di “tutti i vari ambiti, compresa la famiglia, dal giudizio morale sullo stile di vita individuale”. Sennonché, alla fine dell’Ottocento, il diritto di esercitare liberamente qualsiasi tipo di attività produttiva con l’impiego di forza lavoro salariata, è divenuto a sua volta, fonte di dominio e potere.
Per compensare e condizionare lo strapotere dei datori di lavoro, la classe operaia ha premuto perché lo Stato intervenisse in sua difesa. Di fronte a questa richiesta, il pensiero liberista si è articolato in due correnti: la prima ha continuato a sostenere la necessità che lo Stato difendesse la libertà di azione, la difesa della piena proprietà privata dei mezzi di produzione e il non intervento con intenti regolatori del mercato; la seconda corrente, invece, aperta alle istanze della classe operaia, si è schierata in difesa dei diritti (in particolare di quello della liberazione dalla povertà), finendo col fare sempre più affidamento sul “vecchio nemico dei liberali: lo Stato”.
A metà del Novecento, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale, l’originaria contrapposizione tra liberismo e Stato aveva subito una radicale trasformazione, soprattutto per via del fatto che, alla fine degli anni Venti, l’economia capitalistica, informata ai principi liberistici e basata solo su un minimo intervento dello Stato, era precipitata nella Grande Depressione 1829-1932. Contro il liberismo, considerato responsabile della depressione, sono nate tre posizioni critiche alternative: quella comunista, quella del fascismo e quella espressa dalle varie combinazioni tra intervento regolatore dello Stato e libertà di iniziativa economica. Le tre posizioni – afferma Coruch – per quanto diverse, “avevano in comune un ricorso al potere dello Stato diverso da quello previsto dal liberalismo classico”.
In tal modo, l’originaria visione liberale di un’economia regolata dal mercato, con un intervento minimo dello Stato (secondo il principio che riteneva che lo Stato governasse bene, solo quando governasse poco), pareva definitivamente tramontata; il liberalismo poteva sopravvivere come rivendicazione dei “diritti e della libertà”, ma senza la componente che l’aveva accompagnato sin dall’origine, senza cioè che lo Stato potesse intervenire nella regolazione del mercato. Ma la traduzione economica del liberalismo, il liberismo, ha saputo organizzarsi sul piano delle idee già prima della fine degli anni Trenta: per merito di economisti americani, tedeschi ed austriaci è stato messo a punto un nuovo disegno economico di ordine mondiale che, una volta liberati i Paesi afflitti dalle dittature, avrebbe dovuto riproporre la primazia del mercato e dell’economia sulla politica.
Il sistema di idee che quegli economisti hanno concorso a strutturare non propugnava un ritorno alla libertà di mercato, ma una particolare forma di liberismo, l’ordoliberismo, che assegnava allo Stato la funzione di garantire la libertà di mercato, sia pure secondo una concezione che è valsa a renderlo un’istituzione con lo scopo di realizzare l’“economia sociale di mercato”, i cui fondamenti hanno ispirato la politica economica dei trent’anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale; durante questi anni è stato attuato un esteso welfare a difesa dei diritti dei cittadini e di una condivisa giustizia sociale.
A parere di Crouch, però, il concetto di economia sociale di mercato, nato dalla reazione liberista all’eccessiva presenza pubblica nell’economia, è stato poi “utilizzato negli anni Ottanta per designare lo Stato sociale interventista”, non per limitare la libertà di mercato, ma per liberare il mercato dai troppi “lacci e lacciuoli”, che nel periodo precedente erano stati introdotti per merito dei partiti socialdemocratici; ciò ha giustificato l’attuazione di politiche pubbliche volte a perseguire finalità sociali che si valutava non potessero essere realizzate attraverso il diretto intervento dello Stato. A questo punto, è importante evidenziare come il rilancio del liberismo abbia potuto trasferirsi dal piano dei principi e dell’elaborazione teorica a quello della prassi delle politica economica.
Autori di questo passaggio sono stati, principalmente, i partiti socialdemocratici, attraverso programmi politici che hanno concorso a conciliare lo Stato col mercato, al fine di consentire che l’attività economica si svolgesse al massimo dell’efficienza, ma nel contempo consentisse il perseguimento di finalità sociali orientate, in modo particolare, a limitare i processi di formazione delle disuguaglianze distributive. I programmi socialdemocratici, con la realizzazione del welfare State, la gestione keynesiana della domanda e lo sviluppo di un sistema di relazioni industriali di natura corporativa, hanno consentito un’espansione dei mercati e dei profitti secondo ritmi mai sperimentati negli anni precedenti. Per i trent’anni successivi al 1945, il modo di funzionare capitalistico dell’economia e lo svolgersi in senso democratico dell’attività politica sono divenuti procedure e prassi interdipendenti.
Questa forma di gestione della domanda ha presentato però un lato debole, espresso dal fatto che essa procurava forti spinte inflazionistiche, per cui il continuo aumento dei prezzi, aggravato negli anni Settanta dall’aumento di quelli delle materie prime (di quelle energetiche in particolare), ha motivato l’attività politica ad abbandonare le i programmi di governo di ispirazione keynesiana. Nel corso degli anni Settnata, gli eredi del pensiero ordoliberista, riuniti nella Mont Pelerin Society, per iniziativa dei premi Nobel Friedrich August von Hayek e Milton Friedman, hanno rovesciato l’originario pensiero ordoliberista, facendolo virare in senso neoliberista, per essere recepito alla fine degli anni Settanta dai leader di due importanti Paesi-giganti dell’economia mondiale: Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli USA. Le pratiche politiche proposte da questi leader si sono imposte rapidamente in tutti i Paesi capitalisti democratici, sotto il nome di thatcherismo e di reaganismo, divenendo così il contenuto dell’ideologia neoliberista.
La critica neolibersita si è indirizzata, oltre che contro le politiche di gestione della domanda, contro tutti tentativi di governi e sindacati di imporre standard di lavoro e trattamenti salariali diversi da quelli espressi autonomamente dal mercato; inoltre, è stata criticata la vasta gamma di strumenti con cui lo Stato cercava di proteggere, per scopi occupazionali, determinate attività produttive dalla concorrenza del libero mercato; infine, la critica neoliberista è stata indirizzata contro l’insieme della attività che nei Paesi capitalistici si sono storicamente sviluppate sotto forma di servizi pubblici. Nonostante alcuni risultati positivi, quali i limiti posti allo strapotere che i governi avevano acquisito con la pratica dell’interventismo e le maggiori possibilità di scelta da parte della società civile, la critica neoliberista non ha prodotto gli effetti sperati, in quanto l’eccessiva liberalizzazione dell’economia, soprattutto nel campo dell’attività finanziaria, oltre a destabilizzare permanentemente l’attività economica, ha concorso a peggiorare le ineguaglianze distributive che, allo stato attuale, costituiscono la causa prima dei fallimenti dei tentativi di rilanciare la crescita dei Paesi caduti vittime della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Nonostante gli insuccessi, il neoliberismo, a parere di Crouch, sta mostrando di riuscire a sopravvivere, grazie ai suoi legami con l’ampia tradizione storica dell’Occidente; nella misura in cui la sua sopravvivenza si avverasse, i legami con la tradizione dimostrerebbero che esso è effettivamente in grado di conservarsi e ciò – afferma Crouch – “sarà un aspetto importante delle sue probabili trasfigurazioni future”. A fronte di tali trasfigurazioni, viene spontaneo chiedersi: quali saranno le posizioni sociali più convenienti che i partiti socialdemocratici dovranno occupare, per compensare gli esiti indesiderati della libertà di mercato sostenuta dal neoliberismo?
Sicuramente i partiti socialdemocratici, dal canto loro, continueranno a sostenere la necessità di regolamentare il mercato; ma che fare – si domanda Crouch – se non si è certi dell’integrità e delle capacità delle istituzioni? I dubbi in proposito sono fondati su due correnti di pensiero: la prima, propria dei partiti di destra, accusa la classe politica di perseguire obiettivi di carriera e di altri inconfessabili scopi, che la spingeranno a rinvenire nella libertà di mercato la condizione più adatta per risolvere i problemi sociali; la seconda, invece, propria dei partiti socialdemocratici, pur accogliendo alcune critiche indirizzate contro la classe politica, sottolinea l’incapacità dei mercati a risolvere da soli i problemi sociali, senza forti interventi pubblici correttivi, sebbene riguardo a questi ultimi sia meritevole di attenzione il problema dell’imperscrutabilità dei rapporti tra politica ed economia.
Nel dibattito politico che si svolge tra i sostenitori delle due correnti di pensiero, il mercato è considerato presidio per la tutela degli interessi individuali, mentre lo Stato è considerato il baluardo posto a tutela della dimensione pubblica dell’interesse della collettività; ma il funzionamento, sia del mercato che dello Stato, e il governo dei rapporti che tra loro intercorrono hanno a che fare con l’esercizio della “dimensione pubblica del potere”. Nel governo di tali rapporti, la classe politica dovrebbe esprimersi in termini etici, tali cioè da consentire di giustificare la propria azione dal punto di vista dei valori prevalenti in seno alla comunità. Il quadro valoriale di riferimento è stato tradizionalmente offerto dalla religione, che subordinava il comportamento degli uomini ad una responsabilità superiore; il processo di laicizzazione dell’Occidente ha però tolto alla Chiesa, almeno in parte, il monopolio della definizione dei valori, per cui lo Stato laico si è assunto il compito esclusivo di promuovere i valori di momento in momento prevalenti. Nella democrazie, perciò, il dibattito pubblico dovrebbe essere finalizzato a stabilire ciò che lo Stato dovrebbe fare per garantire la soddisfazione dell’interesse pubblico, stabilito sulla base della condivisione sociale di valori prevalenti.
Oggi, i dubbi sull’integrità e capacità delle istituzioni nella cura dell’interesse collettivo spingono i singoli cittadini ad affidarsi alla “società civile”, intesa come insieme delle organizzazione e dei gruppi informali che si occupano di affari pubblici, operando al di fuori del potere del mercato e di quello dello Stato; essa è orientata al conflitto non violento, riconoscendo legittimo il pluralismo, cioè l’esistenza di differenti valutazioni che l’insieme degli individui può esprimere sui diversi problemi sociali oggetto di discussione. Lo “scontro”, pertanto, avviene normalmente sul terreno dei valori, per via del fatto che essi costituiscono l’aspetto normativo riguardo al comportamento del mercato e dello Stato: del primo, per contrastare la sua presunta “impermeabile” ai valori; del secondo, per limitarne la pretesa di essere l’esclusivo promotore e tutore dei valori e degli interessi collettivi. La società civile, perciò, “premendo” sul mercato e sullo Stato, secondo “agende morali diverse”, concorre a plasmare la struttura sociale su basi pluralistiche, assicurando che nessun sistema di credenze conquisti un ruolo egemonico e che la regola della democrazia permei il sistema delle relazioni tra tutte le componenti del sistema sociale: istituzioni pubbliche, istituzioni private e individui.
In conclusione, l’impegno della società civile sembrerebbe il modo più desiderabile per contrastare le possibili configurazioni future del neoliberismo, posto che questo, come suppone Crouch, nonostante i suoi insuccessi, riesca a sopravvivere all’interno delle società democratiche; poiché non esistono strumenti a disposizione della stessa società civile per garantire il rispetto di standard etici minimi, la speranza, per chi crede nel valore di una “società giusta”, non può che essere il rinnovato proporsi del ruolo dei partiti socialisti: non a sostegno delle ragioni del mercato, come sinora è tendenzialmente avvenuto, ma a presidio dell’accoglimento, da parte dello Stato, delle istanze derivanti dal confronto critico della società civile, sia con il mercato, che con lo Stato.

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