Oggi a Cagliari un ricordo di Tullio De Mauro

24 Maggio 2017
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Gianna Lai

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Non uno di meno”. L’insegnamento di Tullio De Mauro. Questo il titolo del Convegno del Giscel, coordinato da Cristina Lavinio, che si svolge oggi alle 16 a Cagliari nei locali delle MEM in via Mameli n. 164 su iniziativa delle associazioni CIDI - MCE - LEND  - Scienza Società Scienza. Ecco una recensione di Gianna Lai al libro di De Mauro “Parole di giorni lontani”, il Mulino, 2006. 

Maleducata, vassalla, vassallona e, infine, vaiassa,  nell’espressione dialettale dell’ira materna contro l’adolescente Rosetta, in quella lingua di passaggio che porta fino all’italiano e che, nel gioco delle parole,  fa crescere i bambini, mettendoli direttamente a contatto con una  realtà più immediata e spontanea. E che ne modella il pensiero e li arricchisce di conoscenza nuova, fonte di grande curiosità e di continui rimandi di espressioni, di significati, da un modo di dire all’altro, da una lingua all’altra. Tullio De Mauro in ‘Parole di giorni lontani’, il Mulino, 2006, ricostruisce memoria ed esperienza di vita e un’ educazione sentimentale che parte direttamente dall’infanzia. Una  formazione letteraria in famiglia, direttamente mutuata dalle prime  emozioni  di Mauro e di Rosetta, quando interpretano con  passione gli autori e gli scrittori sui libri della scuola elementare o media. La quale Rosetta,  tanto ‘vaiassa’ non doveva essere se, a Tullio bambino, parla di Pascoli e del suo poetare rispetto a Leopardi, se lo avvia alla lettura de ‘Il Corriere dei piccoli’, fino alle dispense di Natalino Sapegno, appena si iscrive all’Università. Quello che sembra contare è innanzitutto la differenza d’età, che restituisce ai fratelli maggiori tanta autorevolezza da trascinare il bambino nei loro studi, da emozionarlo, per come loro stessi sentono il testo, e sanno renderlo, a un pur così ristretto, ma fedele, pubblico. Fare l’aviatore se il fratello vuol fare l’aviatore, o il giornalista, con la testa piena di immagini e suoni di quella fantasia: bello apprendere così, aggirandosi nelle stanze destinate allo studio, tra gli amati fratelli che suscitano tanta ammirazione, o presso il tavolo della madre che impartisce lezioni di matematica. Fosse solo per scarabocchiare nel mentre, o leccare e appiccicare il francobollo nelle lettere da spedire, come se il desiderio di conoscere non potesse essere disgiunto dalla casualità delle azioni, dagli oggetti sparsi in giro, che in quel momento fanno da sostegno a una poesia da imparare a memoria, o a una lettura ad alta voce, di cui tu sai cogliere suoni e sentimento. In quei fiotti di francese  che entrano in casa con la  zia e i cugini, ospiti estivi, o in quel parlare quotidiano che va dal ‘cozzetto’ al rituale del ‘fare la siringa’, fino ai primi  passaggi di significato, quando la scheggia, frammento di legno che si infila nel dito, è frammento metallico di bombe, sempre  tortuoso è l’apprendimento delle parole. Incomprensibili del tutto il discorso degli adulti, e le insegne della città, e poi le canzoni fasciste,  Ta-pum della Grande Guerra e, talvolta, persino le filastrocche recitate e poi apprese dalla sorella. Ironica allora la risoluzione degli ‘imbrogli lessicali’, piegati a costruire una vera e propria ‘privata ortografia mentale’, che induce tuttavia, ‘indagando con cautela’, a stare sempre all’erta nella selva dei vari usi e significati. Fino a quel ‘tastare il polso’, a quella a ‘maniata, che segna l’avvio della adolescenza,  fino ai ‘nomi di senso vago’ che riescono a prendere  corpo nella realtà. E intanto il dialetto continua a resistere, in certi casi a penetrare ‘a forza nel nostro lessico familiare’, ’specie là dove il lessico italiano, come ancora in piccola parte accade’, presenta ‘qualche vacuum lessicale’. 
Sono  i luoghi della città e le case abitate a  segnare i passaggi, e gli oggetti o i libri che le abitano, Pinocchio nella prima casa, Vamba e Senza famiglia nella seconda, quando ormai il giovane lettore è già autonomo, e i verdi della Medusa al Vomero. Ad animarle, le frequentazioni importanti della famiglia e l’avviamento alle nuove passioni dell’adolescente. Per dire come è fatto il libro, un paragrafo e una parola che evoca e che racconta, che evoca  racconti di guerra, oscuramento e  militi dell’UNPA , antifascismo e  fortezze volanti, nel ricordo del bombardamento del 4 dicembre ‘42, la città devastata e la sicurezza di Tullio tra le braccia della madre. Ma anche i ricordi legati ad una vita non molto diversa da quella del tempo di pace, i bagni dei ragazzi a Marechiaro o negli scogli di via Caracciolo. Ogni paragrafo una parola, un significato, una crescita, una nuova conoscenza, cadenzata sui luoghi e sul tempo che passa e che si intreccia ancora con la storia di tutti, sicché è facile accostare il ricordo letterario de Il Corsaro Nero all’abbandono di  Napoli, il Massone in Vaticano all’arrivo a Roma, in compagnia del padre.
 Nell’incontro con le parole, l’andamento lento e regolare del mondo, il cambiamento, le suggestive immagini dei panorami e degli spazi, e poi la cultura familiare che aiuta, e lo spaesamento, a scuola,  di chi  ne è sprovvisto. La scuola che allora deve davvero svolgere il suo ruolo, dalla ’saldatura che regnava in Italia fra redditi e scolarità’ in quel tempo, fino alla ‘dissaldatura’ degli anni Sessanta.
Bel racconto, bella lingua, che da intensità ai personaggi e mette in risalto gli eventi: è il mondo che cresce intorno alla figura di questo bambino, quello della copertina, col fiocco rosso e poi azzurro, dietro il banco della scuola elementare. Nella coralità della famiglia e della Napoli tra le due guerre, i suoni e le immagini rimasti impressi a lungo che riaffiorano, sollecitati dalla scrittura, e si ricompongono lentamente, dando vita sempre a nuove emozioni. E il lettore, improvvisamente proiettato dentro quel tempo, attraverso le immagini nitide e precise dello sguardo di un bambino, trova molto comodo, diciamo così, ed istruttivo, scoprire  la Storia nel racconto della  memoria. Cosa ne pensate, se De Mauro dice che  le ‘questioni su inciampi e incomprensioni linguistiche’, fanno emergere altri ‘problemi che investono strati profondi  della nostra individualità’, non sarà forse per sollecitare ciascuna lettrice, ciascun lettore, ad un lavoro di ricostruzione della propria esistenza? Magari degnamente collocato dentro il tempo di vita e degnamente segnato dal pensiero storico e dallo sguardo critico della scrittura? 

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