Gli apprendisti stregoni del taglio dei parlamentari e la deriva verso il centralismo autoritario

29 Luglio 2020
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Alfiero Grandi

Le cronache parlamentari sulla nuova legge elettorale dicono che la discussione è ancora ferma. Forse il gruppo dirigente del Pd inizia a comprendere l’errore fatto di avere capovolto la posizione precedente (contraria) sul taglio del Parlamento pur di fare l’accordo di governo con il M5Stelle, ottenendo la contropartita di ulteriori modifiche della Costituzione e di una nuova legge elettorale. L’impegno di votare il taglio del Parlamento è stato rispettato, mentre quelli richiesti – a torto o a ragione – come contropartita sono ancora nella nebbia. Il percorso parlamentare conferma che se il governo dovesse cadere prima del semestre bianco è probabile che si voterebbe con la legge fatta approvare malignamente da Calderoli, che adatta il “rosatellum” ai nuovi numeri del Parlamento.

Il tentativo di arrivare ad approvare un nuovo testo di legge elettorale almeno in commissione alla Camera prima del referendum si è rapidamente arenato ed è la conferma che il taglio del Parlamento è un pasticcio di cui la parte della maggioranza che ha capovolto la sua posizione, approvando la modifica della Costituzione, sembra non rendersi conto. All’errore di avere capovolto la propria posizione si è aggiunta ora la beffa degli impegni non rispettati, le contraddizioni sono tutte per la parte di sinistra della maggioranza attuale. Va ricordato che dopo tre votazioni favorevoli, quando la Lega era in maggioranza, il Movimento 5 Stelle ha preteso che nella formazione del nuovo governo Conte 2, quindi con una nuova maggioranza, avvenisse l’ultimo voto sulla riduzione dei parlamentari per ottenere la quarta e definitiva approvazione in parlamento. La Costituzione infatti si può cambiare solo dopo la doppia lettura favorevole del Parlamento e se non arriva al 66% è possibile il referendum.

Il resto della maggioranza, Pd e LeU, ha mantenuto l’impegno votando a favore – e purtroppo – il taglio del Parlamento è stato approvato definitivamente. A questo punto solo la vittoria del No nel referendum del 20/21 settembre potrà capovolgere la situazione ed è importante che Sinistra Italiana abbia deciso di schierarsi con il No. Il resto della maggioranza ha cercato di giustificare la sua inversione di rotta con le contropartite ottenute. Fatto sta che mentre il Movimento 5 Stelle ha incassato (dal suo punto di vista) l’approvazione del taglio del Parlamento, il Pd e LeU sono ancora in attesa di ottenere che le loro proposte, che dovrebbero riequilibrare il voto sul taglio, vengano prese in considerazione. Ad esempio nell’elezione futura del Presidente della Repubblica ci sarà uno squilibrio a favore dei rappresentanti delle regioni, che avranno più peso di fronte alla riduzione del numero dei parlamentari. Per questo c’è bisogno – paradossalmente – di altre modifiche alla Costituzione di cui allo stato si è persa traccia. Altro esempio la legge elettorale. È stata approvata a tempo di record la proposta di Calderoli di ricalcolare il “rosatellum” sulla base della riduzione dei parlamentari. Tanto che se non accadrà nulla e se dovesse passare col referendum il taglio del Parlamento, entrerebbe automaticamente in vigore questo testo che è già legge dello stato e che solo una nuova legge può neutralizzare.

Sulla nuova legge elettorale ci sono state lunghe pause e solo recentemente la maggioranza sembrava essersi svegliata, per ora senza risultati concreti. Il Pd in particolare afferma di volere rimettere in moto l’approvazione della nuova legge elettorale, perché inizia a comprendere che il taglio dei parlamentari così com’è con l’aggiunta della legge fatta approvare da Calderoli rischia di creare seri problemi di rappresentanza territoriale. Un caso su tutti. Il Trentino Alto Adige avrebbe 6 senatori con poco più di un milione di abitanti mentre gli italiani all’estero ne avrebbero solo 4 con poco meno di 5 milioni di elettori. Così ci sono regioni che hanno il doppio di abitanti e che avrebbero la metà dei rappresentanti. Un vero pasticcio.

Per questo il Pd e LeU hanno bisogno di introdurre novità in grado di attenuare l’errore di avere votato a favore della riduzione dei parlamentari, consentendo che un accordo di governo inglobasse modifiche della Costituzione, scelta che la sinistra ha sempre escluso. Questo perché la Costituzione è un argomento che dovrebbe essere affrontato e risolto in sede parlamentare non sull’altare di un accordo di governo. Purtroppo il Pd insiste per una legge elettorale che di proporzionale ha solo qualche aspetto. Anzitutto non corregge l’errore strategico che da anni ha via via ridotto la rappresentatività e la forza del Parlamento, fino alla situazione attuale. Si tratta della nomina dall’alto dei parlamentari che resterebbe anche con la nuova legge di cui si parla, perché con queste norme i cittadini non potrebbero scegliere direttamente il loro rappresentante nel quale riporre fiducia. Resterebbero le liste bloccate e i voti ad un partito o a una coalizione servirebbero a decidere solo quanti parlamentari entrano in Parlamento, non chi entra.

La questione cruciale del chi rappresenta chi resterebbe irrisolta e tutto continuerebbe ad essere dipendente dalle scelte dei capi che decidendo l’ordine di lista in pratica deciderebbero chi entra in parlamento, senza alcun rapporto con gli elettori, che è la prima ragione della frattura che si è creata tra rappresentanza e cittadini. Viene da pensare che la legge elettorale detta Mattarellum al confronto era una piccola rivoluzione. Inoltre la proposta su cui sta spingendo il Pd in questo momento prevede una soglia troppo alta per entrare in Parlamento, con un correttivo insufficiente chiamato diritto di tribuna, concepito sempre con soglie troppo alte. Il 5% di soglia su un numero ridotto del 36,5 % di deputati e senatori vuol dire avere una soglia reale molto più alta, in alcune regioni la proporzionalità è di fatto impossibile. Avremo meno partiti, lasciando fuori tutti quelli che non raggiungono la soglia. Quindi avremo meno parlamentari, con un Parlamento indebolito a favore dell’esecutivo.

Se un tempo c’era un ruolo preponderante del Parlamento, ora c’è una evidente sproporzione a favore del governo che decide tempi e modi dell’attività parlamentare.

Il M5Stelle ha una grave responsabilità, quella di avere individuato la casta nella rappresentanza, nel ruolo del Parlamento, lanciando una campagna populista per ridurne numero e ruolo in modo drastico. Non c’è traccia di iniziative per dare un ruolo diverso al governo, quasi il M5Stelle avesse finalmente trovato la sua parte di ruolo come casta stando nelle sedi e nei ruoli di governo. Difficile per il M5S essere insieme populista e di governo. Non si può dimenticare che Davide Casaleggio ha teorizzato la scomparsa nel giro di qualche lustro del ruolo del Parlamento. Difficile non fare due più due. Da un lato il tentativo di portare un colpo fortissimo al ruolo del Parlamento, dall’altro il vaticinio della sua irrilevanza di qui a qualche decennio.

Oltre al merito del referendum in sé, che già rende evidente il tentativo di ridurre il ruolo del Parlamento, ci sono infatti le preoccupazioni per gli errori, le incertezze, le ambiguità sui ruoli istituzionali nel nostro paese, con il risultato di ridimensionare la rappresentanza dei cittadini e di esaltare il ruolo di chi governa, quasi che il confronto in Parlamento tra le posizioni sia una perdita di tempo.

Gli apprendisti stregoni che vogliono imporre il taglio del Parlamento aprono un vaso di pandora che può portare a derive fino a poco tempo fa inimmaginabili, come il presidenzialismo, come l’accentramento del potere in poche mani. In poche parole una deriva verso il centralismo autoritario, al quale è corrivo il tentativo del regionalismo differenziato.
Alfiero Grandi

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