Carbonia. La vertenza contro il caro vita si lega alle lotte sul salario. Finalmente l’indennità di contingenza!

29 Novembre 2020
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Gianna Lai

Ogni domenica una tessera del mosaico della storia di Carbonia dal 1° settembre 2019.

Ora la vertenza contro il carovita, per un equo razionamento e contro  l’aumento dei prezzi,  si lega nel Sulcis alle lotte  per l’adeguamento dei salari, dando maggiore respiro alla politica del sindacato, delle leghe e della Camera del lavoro. Che, facendo proprie le richieste precise delle stesse Commissioni interne, ne propongono la revisione  sulla base delle retribuzioni  corrisposte agli operai delle altre miniere italiane. E poi si lega alle lotte per ottenere nuove tabelle di cottimo da conteggiare questa volta,  nelle intenzioni delle organizzazioni sindacali, sulla base del  materiale estratto e non più sulla misura dello sfondo effettuato, essendo il rendimento operaio passato, dai 420 kg/uomo giornalieri  della gestione commissariale Sanna, ai 600 degli ultimi mesi dell’anno. Lo sottolinea con forza il Lavoratore del 24 novembre 1945 e del 2 febbraio 1946, mettendo in luce l’incapacità dei tecnici della precedente gestione di promuovere e garantire il miglioramento delle coltivazioni in galleria. D’altra parte,  il continuo rifiuto opposto dalla SMCS alle Commissioni interne ad aprire trattative su nuovi aumenti salariali, in conseguenza delle sue finanze dissestate dal prezzo politico del carbone, favoriva la promozione di alleanze tra operai e impiegati. Un evento difficilmente ripetibile in futuro,  pur se in vista di obiettivi comuni che, certamente, non sarebbero mancati anche nel corso degli anni cinquanta e sessanta. E allargava, l’atteggiamento negativo dell’azienda,  alla partecipazione di tutti i lavoratori SMCS, compresi i ferrovieri delle Ferrovie Meridionali Sarde, che combattevano in quel tempo per il miglioramento salariale e, insieme, contro la politica antisindacale dell’azienda: contro le punizioni che colpivano i rappresentanti delle Commissioni interne, ‘contro il costume dell’azienda di Stato, intesa come feudo della dirigenza’, così si legge su L’Unione Sarda  del 28 dicembre 1945.
Fermate nelle fabbriche e nelle campagne  il 1 dicembre, ‘in segno di protesta contro la crisi di governo’, uno sciopero indetto dalla Camera del lavoro in tutta la provincia, adesione massiccia a  Carbonia. Dove  il 7 dicembre si registrano ancora 2 ore di sciopero dei dipendenti FMS, per il mancato pagamento degli aumenti decorrenti dal 1 ottobre, che coinvolge l’intero Sulcis, bloccandone le comunicazioni. Il 12 dicembre, annuncia il prefetto, 1500 operai  scioperano “presso il Pozzo Roth a Bacu Abis, per l’abolizione del cottimo e l’aumento della paga, per l’allontanamento del direttore Busonera, ritenuto l’autore dell’imposizione dei cottimi stessi, e per la distribuzione di calzature”. E poi, è ancora il prefetto Sacchetti ad annunciarlo, “il 14 dicembre sciopero degli impiegati e dei 700 operai di Serbariu in segno di solidarietà. Così, nel mese di dicembre,  i lavoratori ottennero i primi successi con il riconoscimento, per tutti i dipendenti, di una indennità di sottosuolo pari a lire 750 mensili e, per gli impiegati, la conferma di 2mila lire ai capifamiglia e 1500 ai celibi, già precedentemente anticipata. Nell’ambito degli accordi nazionali  siglati dalla CGIL e dalle organizzazioni padronali in quello stesso mese, il 7 gli impiegati conquistarono  la tredicesima mensilità, gli operai il pagamento delle  200 ore, un premio di interessamento di lire 8, per ogni ora di lavoro prestato,  e adeguamenti salariali che, nel febbraio successivo, sarebbero stati ancora maggiorati, a seguito delle intese raggiunte tra la Federazione regionale dei minatori e la Confederazione degli industriali. Questi accordi, che avrebbe per un tempo sia pur breve, interrotto le agitazioni e gli scioperi nel Sulcis,  e segnato in Italia  una fase particolare dei rapporti sindacato-imprenditori, furono allora “celebrati come un grande successo” da Giuseppe Di Vittorio, segretario della CGIL. Perchè, per la prima volta nella storia del sindacalismo italiano, venivano anche fissati “i minimi di paga,  e l’indennità di contingenza per tutti i lavoratori del Nord e si stabiliva inoltre il diritto delle donne  allo stesso salario degli uomini, a parità di rendimento qualitativo e quantitativo” 3). E pur se incombeva, come sottolinea Ernesto Ragionieri, la tregua salariale, “i sindacati raggiunsero tali conquiste solo in cambio di una sostanziale tregua salariale”, quell’indennità di contingenza fu un successo importante, trattandosi dello scatto automatico di  salari e stipendi in  corrispondenza dell’aumento del costo della vita. Estesa a tutti i dipendenti nei mesi successivi, e destinata a caratterizzare  le politiche  del lavoro della giovane Repubblica democratica, la scala mobile resistette fino alla prima metà degli anni ottanta quando, in pieno craxismo, sarebbe stata abolita per legge e dal voto contrario degli italiani, nel successivo referendum abrogativo.

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