Manovra, solo tante piccole bandierine

30 Novembre 2022
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Alfiero Grandi

La legge di bilancio 2023 è diversa da quanto le destre avevano annunciato in campagna elettorale. Da un lato è evidente il tentativo della maggioranza di affermare che il governo va avanti come promesso, senza però riuscirci perché la realtà è diversa da quella delineata in campagna elettorale. Dall’altro, Giorgia Meloni si è resa conto che i margini di manovra economica sono limitati, che l’Europa terrà sotto controllo le scelte, e ha deciso di non strappare, anche se va ricordato che con la manovra ha aumentato il debito pubblico di un punto di Pil.
Il grosso della manovra economica è la conferma di provvedimenti già impostati dal governo Draghi, necessari per contrastare le difficoltà di disponibilità energetiche e l’aumento conseguente dell’inflazione. In pratica l’aumento del debito pubblico serve per finanziare misure già adottate da Draghi per contenere le conseguenze della crisi energetica dopo la guerra in Ucraina.
Tante misure come un’insalata mista
È rimasta al Governo una disponibilità finanziaria limitata (circa 15 miliardi), che neppure l’attacco sguaiato al reddito di cittadinanza, la riduzione dello sgravio su benzina e diesel alla pompa, l’aumento al 35% della tassazione dei produttori di fossili e la riduzione della protezione dall’inflazione delle pensioni oltre quattro volte il minimo riescono ad allargare in modo significativo.
Le misure adottate sulla base di queste disponibilità sono un’insalata mista di rivendicazioni e bandierine dei partiti della maggioranza di destra, che per fortuna non hanno (per ora) la forza e l’incisività per cambiare in profondità i vari campi si è intervenuti. Sono, però, un assaggio da non sottovalutare. Tra le misure utili c’è la conferma della riduzione del 2% del cuneo fiscale a favore dei lavoratori dipendenti fino a 35.000 euro, che aumenta al 3 % fino a 20.000 euro. La fiscalizzazione del salario aziendale è in realtà un favore alle aziende. Lo sgravio fiscale per nuove assunzioni aggiuntive esistente può essere utile, anche se è da dimostrare che ci sarà offerta di nuova occupazione a tempo indeterminato, vista la probabile recessione che ci attende.
Tra le misure si capisce che l’impegno maggiore è stato per dare un contentino di bandiera ai partiti di maggioranza, in modo che ciascuno potesse dire che c’è il primo passo di un percorso, per tentare di giustificare la pochezza degli interventi effettivi. La Lega strappa un ulteriore colpo al principio della progressività fiscale, in nome di una flat tax che prefigura una gestione delle politiche fiscali corporativa e socialmente sfavorevole ai redditi bassi, come rivela l’insistenza sulla cancellazione delle cartelle non pagate, che avrebbe voluto ben più ampia, e che fa il paio con l’aumento del limite dei pagamenti in contanti. Sull’evasione i segnali sono chiari. Forza Italia ottiene qualcosina sulle pensioni minime e su altre bandierine da cui pensa di trarre consensi.
La maggioranza ha accettato bon gré mal gré questo testo per consentire l’approvazione della legge di bilancio e a Giorgia Meloni di presentarla come un grande passo avanti di discontinuità con il passato, che in realtà per ora è in gran parte una minaccia a futura memoria. Per questo l’insistenza sugli obiettivi da abbattere come il reddito di cittadinanza (sulle cui modifiche le idee latitano anche per la parte di interventi che il governo dichiara di voler mantenere) e la legge Fornero, tradizionale obiettivo della demagogia di Salvini, che del resto non ha tardato a rilanciare il ponte sullo stretto, di cui per ora viene solo resuscitata la costosa società, unica realtà materiale. Da queste premesse se ne ricava una destra abbarbicata al passato, con ben poche idee nuove.
Va detto che è auspicabile che le opposizioni parlamentari, in cerca di un terreno comune, trovino il modo di dire insieme un secco no allo stravolgimento del reddito di cittadinanza, novello saracino che le destre vogliono infilzare, perché l’Italia ha bisogno di uno strumento valido contro la povertà e l’emarginazione.
Certo la scelta di Calenda che propone alle opposizioni di concordare le posizioni e poi parte con la presentazione delle sue e chiede un incontro alla Meloni non fa ben sperare.
Attorno alla legge di bilancio si vedono volare idealmente altri obiettivi identitari, come la velleità di blocco dei migranti senza neppure accennare all’approvazione di un piano flussi regolari di cui abbiamo bisogno, riproposto da Riccardi in questi giorni.
Un governo timido sugli extra profitti
Il tutto ha un sapore acre di propaganda, spesso rilanciata ad arte come le nuove norme securitarie proposte dopo il rave di Modena, quando ormai era un problema risolto attuando le norme esistenti, senza inventare nuovi, improbabili reati. Vengono ingigantiti problemi in modo da giustificare atteggiamenti e scelte securitarie e d’ordine.
Non deve sfuggire che in materia di entrate il governo Meloni poteva con più coraggio proporre un aumento molto più consistente della tassazione degli extra profitti derivanti dalla speculazione sui prezzi dell’energia, riducendo il ricorso al debito o meglio ancora aumentando le misure di sostegno all’occupazione, ai redditi da lavoro, di contrasto alla povertà. Trattandosi di profitti immeritati, derivanti da speculazione, si poteva andare molto oltre, finanche al 100% perché in questi profitti non c’è merito ma solo lo sfruttamento di una rendita di posizione, quindi è speculazione. Così poteva essere affrontata una prima redistribuzione di reddito dall’alto verso il basso per finanziare misure per situazioni di emergenza sociale, per la sanità e la scuola che hanno bisogno di risorse non di tagli.
È sempre un errore intervenire sulle pensioni senza un disegno di insieme, sull’onda di un’esigenza di corto respiro, e in particolare quando c’è il sentiero stretto delle leggi di bilancio. Si rischia di intaccare pericolosamente i fondamenti di un sistema pensionistico che tiene dentro tutti perché è in grado di offrire una soluzione equilibrata a tutti.
Gli interventi proposti dal Governo sono più spot e una tantum che progetti, non si avvertono suggestioni a lungo termine ma un disperato tentativo di non aprire un contenzioso con l’Europa e nello stesso tempo con un elettorato a cui era stata raccontata una realtà diversa.
Ad esempio stride la contraddizione tra il bisogno di realizzare a passo di carica investimenti nelle energie rinnovabili per sostituire le fonti fossili (un’urgenza), in particolare il costosissimo e incerto gas e le richieste che Terna ha reso note di investimenti (teorici per ora) in eolico offshore e FTV, che sono molto rilevanti ma manca tuttora il quadro in cui rendere questi investimenti possibili e questo è un problema del governo, non di altri. Ad esempio per l’eolico off shore occorre il piano regolatore del mare e vanno indicate le condizioni da rispettare, ad esempio la distanza dalle coste (almeno 25 Km), nonché va decisa la separazione delle tariffe energetiche fossili da quelle rinnovabili e in generale va adottato un piano tariffario a lungo termine. Nessuna proposta è pervenuta, eppure la questione energetica è centrale (almeno così si afferma) nella legge di bilancio.
Occorre poi decidere politiche industriali per produrre le strumentazioni necessarie per le pale eoliche, le piattaforme galleggianti, i pannelli FTV non essendo sufficiente l’investimento dell’Enel a Catania per produrli. Sarebbe assurdo importare tutto dall’estero di fronte ad investimenti che potrebbero decollare in modo rilevante, quando si potrebbe produrre in Italia e creare il lavoro di cui c’è bisogno. Su questo non è venuto alcun segnale, infatti non sono previsti investimenti, eppure i lavoratori dell’ex Ilva sono mobilitati per i loro posti di lavoro e per segnalare le potenzialità produttive della loro azienda (oggi pubblica al 38%) che deve per di più trovare la compatibilità con l’ambiente e il territorio circostante.
Preoccupa che anche sull’inflazione non ci sia un tentativo di costruire una politica degna di questo nome.
Continua l’inseguimento della crisi energetica, con costi rilevanti come dimostra lo sbilancio nei pagamenti del nostro paese, dovuto tutto all’aumento dei prezzi per l’energia, mentre si dovrebbe impostare una politica anti inflazionistica, fatta di provvedimenti di alleggerimento degli effetti ma anche di controlli adeguati e di iniziative per creare alternative, coinvolgendo imprese e sindacati. Altrimenti l’inflazione per ora aiuterà i conti pubblici ma taglierà duramente i redditi, soprattutto fissi, e di conseguenza i consumi e quindi presto la gallina dalle uova d’oro, che ha gonfiato le entrate, provocherà il suo contrario e cioè un appesantimento del debito pubblico e la crescita della (legittima e prevedibile) tensione sociale.
I segnali dati da Giorgia Meloni a nome della coalizione sono spot propagandistici che non daranno risultati, servono solo per mandare segnali all’elettorato, ma creeranno tensioni e ingiustizie pesanti e questo mentre il nostro paese avrebbe bisogno di un governo che cerca di affrontare i nodi di fondo. Quando Meloni dice che il programma si realizzerà in 5 anni non si rende conto che offre un quadro povero e desolante di proposte e di iniziative. Siamo ancora lontani da un progetto all’altezza della situazione, per ora è stato vuotato il baule dei vecchi arnesi della destra.
E’ il momento che l’opposizione si unisca
La destra ha conquistato la maggioranza del parlamento, grazie alla legge elettorale che ha moltiplicato i voti (44%) sui seggi (59 %). Se questa è l’impostazione arriveranno presto momenti difficili e il paese entrerà in sofferenza. È chiaro che è stato un errore rinviare nel periodo Draghi l’indicazione delle alternative alla destra, ora questo problema va risolto, prima che sia troppo tardi.
Le opposizioni, per ora non si può che chiamarle così, hanno il dovere di cercare un terreno comune e il reddito di cittadinanza è uno dei primi banchi di prova, con la speranza che sia un no corale, gettando alle spalle differenze e rimpianti del passato. Chi si chiama fuori verrà ricordato non solo per l’errore di non avere fatto fronte comune contro la resistibile vittoria della destra in nome della Costituzione, ma per continuare a sottovalutare i danni potenziali di questa situazione.
Le destre fanno il loro mestiere, le opposizioni debbono imparare a fare il loro, che non hanno saputo fare in vista del 25 settembre e se ora ripetessero lo stesso errore in Lombardia e Lazio sarebbe veramente diabolico.
Ancora una volta la Costituzione è un faro importante. Un programma alternativo alla destra dovrebbe basarsi, ad esempio, su una lettura attuale dell’articolo 3, su tutte le parti in cui afferma che vanno rimossi gli ostacoli per superare le disuguaglianze e con 6 milioni in povertà c’è molto lavoro da fare.
Occorre raccogliere i segnali di pace del 5 novembre, come le richieste dei sindacati che chiedono di essere ascoltati sui problemi dell’occupazione e della condizione di lavoro.
Le opposizioni debbono cercare di alzare presto le loro bandiere, impegnandosi a costruire movimenti, che in parte esistono già e chiedono rappresentanza politica, e la Costituzione è una fonte inesauribile di suggerimenti e di indicazioni. Altrimenti sarà un lungo e freddo inverno politico

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