La nuova tangentopoli in un Paese capovolto

22 Febbraio 2010
1 Commento


Carlo Dore jr.

Quando le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia dell’arresto di un membro del Consiglio Comunale di Milano, sorpreso dalle forze dell’ordine nell’atto di incassare una tangente da poche migliaia di euro, molti commentatori – già costretti ad assistere attoniti alla viscida girandola di palazzinari, faccendieri, funzionari, politici più o meno potenti e massaggiatrici più o meno disponibili attraverso cui si articola lo scandalo della protezione civile – non hanno esitato a riportare indietro di diciotto anni le lancette dell’orologio del tempo: riecco le mazzette di Mario Chiesa ed i puff di Poggiolini; riecco gli ex voto di Pomicino e i “non ricordo” di Forlani. Tra nani e ballerine, ordinanze e terremoti, tragedie e risate, appalti e strette di mano, ritorna l’Italia degli anni di fango.
Tuttavia, mentre Minzolini si scaglia contro le gogne mediatiche cui sarebbero sottoposti indagati e sospettati e mentre Berlusconi promette misure più severe contro la corruzione (ma al contempo minaccia i magistrati, programma l’ascesa del fido Letta alla volta del Quirinale, studia una riforma delle intercettazioni in grado di porre una pietra tombale sulle indagini in corso), una semplice domanda emerge, sola ed assordante, dalla canea incontrollabile dell’etere di Stato: davvero si sta ricreando il clima degli anni di fango? Davvero la Seconda Repubblica rischia di naufragare anch’essa nella bufera di una nuova Tangentopoli?
Forse. Ma forse no. A dire il vero la stagione attuale presenta un tratto diverso – e forse più sinistro ed inquietante – rispetto al contesto che ha caratterizzato l’epoca di Mani Pulite. Volendo ricorrere ad una perifrasi di sicuro impatto, si potrebbe osservare che la prima Tangentopoli rappresentò una crisi “nel” sistema che non si trasformò mai in una crisi “del” sistema, lo sfondo marcio e corrotto nel quale operava un sistema democratico dotato degli anticorpi necessari per sopportare la cancellazione di parte integrante della sua classe dirigente.
In altre parole, il ciclone di Mani Pulite finì con l’inserirsi nelle dinamiche di un Paese che ancora operava secondo un parametro di sostanziale “normalità”: i magistrati indagavano, i giornali scrivevano, i cittadini si informavano, discutevano, giudicavano, reagivano. I politici coinvolti nelle inchieste erano spesso costretti alle dimissioni, mentre la pressione dell’opinione pubblica imponeva al Parlamento la cancellazione di quell’insopportabile privilegio di casta in cui era stato trasformato l’istituto dell’autorizzazione a procedere nei confronti dei membri delle Camere.
Una crisi “nel” sistema, dunque: che il sistema ebbe la forza di superare.
Ma in cosa consiste allora quella ragione di diversità della stagione politica attuale a cui prima ho fatto cenno? Perché la prospettiva di una nuova Mani Pulite appare, oggi, più remota? La risposta è sotto i nostri occhi: quel pezzo di classe dirigente picconata dalle indagini di Borrelli e Di Pietro ha avuto tempo e modo per riorganizzarsi, per tornare più forte di prima, sfruttando l’abnorme congiuntura tra potere economico, potere politico e potere mediatico di cui Berlusconi è la perfetta espressione. Berlusconi: moltiplicazione costante del consenso, idiosincrasia ad ogni forma di controllo, vocazione mai celata per l’impunità. La classe dirigente degli anni di fango ha saputo rientrare nel sistema democratico per fare di sé stessa il cuore di quel sistema.
Risultato: i PM che oggi si trovano ad indagare sulla “cricca dell’emergenza” e sulle nuove forme di corruzione di devono confrontare con un Paese che funziona al contrario, dove l’informazione viene bollata come menzogna e la menzogna passa per verità di Stato; dove l’illegalità è prassi, la colpevolezza è persecuzione, l’inchiesta è complotto, l’irregolarità è efficienza, la trasparenza è ottusità ed il meretricio è merito. Dove i giornali faticano a scrivere, dove i telegiornali faticano ad informare, dove i politici indubbiati si guardano bene dal rassegnare le dimissioni, e dove le scelte del legislatore sono dirette a depotenziare gli strumenti di indagine in mano agli inquirenti.
Ad impedire la deriva di questa povera Italia verso il baratro in cui rischia di precipitare è rimasta l’ultima ancora di salvezza costituita da una Carta Fondamentale viva e vitale, che, non a caso, il Cavaliere vorrebbe ad ogni costo riscrivere, magari sfruttando le ingenue sponde offerte dalle anime più collaborazioniste e malleabili dell’attuale opposizione.
Se anche quell’estrema barriera dovesse cedere, la crisi “del” sistema diverrebbe definitiva ed irreversibile, allontanando così lo spettro di una nuova rivoluzione giudiziaria dal cielo della Seconda Repubblica. Una Seconda Repubblica nella quale i protagonisti della Nuova Tangentopoli potrebbero continuare ad agire, riveriti ed indisturbati, tra appalti, terremoti, massaggiatrici e strette di mano. La nuova Tangentopoli degli uomini del fare: la nuova Tangentopoli di un Paese destinato, una volta per sempre, a funzionare al contrario.

1 commento

  • 1 Antonello Murgia
    23 Febbraio 2010 - 16:03

    Concordo e vorrei aggiungere che la maggiore gravità della tangentopoli attuale sta appunto nelle cose che dici e non nel fatto che questi rubano per sé, mentre quelli rubavano per il partito (v. discorso di Fini). La distinzione che fa Fini è riprovevole eticamente ed ingannevole politicamente, perché pretende, se non l’approvazione, almeno la tolleranza per una pratica che è deleteria per il Paese ed è stata sempre utilizzata per giustificare una corruzione che non ha e non ha mai avuto alcuna motivazione ideale

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