Carbonia. Grisù e allagamento dei pozzi, i nemici dei minatori

15 Dicembre 2019
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Gianna Lai

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 Anche oggi appuntamento domenicale con la storia di Carbonia. Il primo post il 1° settembre.

L’opinione comune in passato, che il lavoro in miniera è pericoloso e di abbrutimento è oggi superata, per la sicurezza bastano gli indici delle statistiche a dimostrare che i sistemi di prevenzione  adottati hanno raggiunto il loro effetto e che i grandi disastri collettivi, di cui è tristemente ricca la storia delle miniere carbonifere nella seconda metà  del secolo scorso e nei primi anni del secolo corrente, sono molto diminuiti in frequenza e gravità. Il lavoro in se stesso si è di molto alleggerito rispetto al  passato, sia perché l’ambiente della miniera è stato migliorato, sia perché le macchine sono giunte in gran copia a collaborare con l’uomo nelle operazioni più faticose‘. Così il presidente dell’ACaI, nell’Introduzione a ‘Il minatore‘. Ma è l’uso stesso degli strumenti elettrici a provocare molti incidenti, ed anche gravi, a partire dal piccone di roccia che produce ’scheggiamenti così pericolosi per gli occhi’, fino alle macchine elettriche delle tavole oscillanti e delle tagliatrici, collegate a motori, a cavi, a interruttori e piccoli trasformatori, ‘perché l’alta umidità e le elevate temperature,  son  condizioni poco favorevoli  al buon funzionamento e alla conservazione delle macchine elettriche in miniera e ne rendono pericoloso l’uso‘. Il pericolo è quello di rimanere ‘fulminati dalla corrente‘,  pericolo per l’intero sotterraneo ‘in conseguenza  di scintillamenti e fiammate‘, come si legge in altra parte del ‘Il minatore‘, al capitolo Norme e precauzioni sull’uso delle apparecchiature elettriche.  E se, per riprendere ancora il discorso del presidente ACaI, ‘si sono sviluppate le conoscenze sui nemici del minatore, che sono il grisù e gli altri gas deleteri, le polveri di carbone, e si sono escogitati dei sistemi e degli accorgimenti per combatterli,  che hanno raggiunto un buon grado di perfezione’, dallo stesso testo è possibile conoscere un pò più da vicino questi ‘nemici del minatore‘ e la loro grave pericolosità.
   L’aria morta  provoca intossicazione e avvelenamento da gas: dopo lo sparo di mine, o a causa del funzionamento dei motori a scoppio, può accumularsi anidride carbonica, la cosidetta aria morta, se fortemente concentrata, un gas letale. E poi l’ossido di carbonio, gas velenosissimo, provoca la morte istantanea, dato che  ci si può non accorgere in tempo della sua presenza, ‘si sviluppa quando brucia il carbone, diffondendosi fino alle gallerie vicine, in mancanza di energica ventilazione‘. E poi il grisù, che brucia con fiamma azzurra, miscuglio di diversi gas molto frequente nelle miniere di carbone, quello che ha provocato decine e decine di morti in Italia, in Francia, in Belgio, negli USA. ‘La sua venuta in  miniera  attraverso il carbone e attraverso le fessure della roccia, come spiega il ‘Manuale del sorvegliante’, lo si può incontrare stagnante entro sacche e caverne che, per la loro impermeabilità, ne impediscono la fuga‘. Del tutto analoghi all’esplosione del grisù, gli effetti della polvere di carbone,  quasi sempre associata al primo, ‘mescolata all’aria in una certa percentuale, essa diventa esplosiva, in rapporto alle materie volatili contenute nel carbone, e può essere causata dal brillamento delle mine. [….] Disastrosi gli effetti, riesce difficile, se non impossibile, salvarsi […..] anche per quelli che si trovano nei cantieri vicini e nelle gallerie di accesso. Infatti la fiammata si propaga  rapidamente in tutto il cantiere e può continuare nelle vicine gallerie,  se anche qui esiste della polvere: lo spostamento d’aria creato dall’esplosione è capace di abbattere e proiettare a distanza attrezzi e vagonetti‘.
  E poi in miniera ci sono le frane se, ‘aprendo una galleria in uno strato di carbone, la pressione esercitata dagli strati sovrastanti spinge il tetto verso il vuoto della galleria, provocandone la rottura’, e poi lo scoppio di roccia o carbone, i tiri di carbone ‘un pericolo non prevedibile, che minaccia il minatore, in prossimità del fronte di abbattimento‘ e che può causare la caduta di massi e smuovere le armature più vicine.  Ed infine  la venuta d’acqua, l’altro flagello della miniera, infiltrazioni o torrenti sotterranei, che possono provocare un  allagamento istantaneo delle gallerie e  travolgere chiunque vi si trovi.
Se per la prevenzione di gas e grisù è necessaria una buona ventilazione e quindi una predisposizione adatta della miniera e delle gallerie, se per  prevenire le frane è necessario costruire muretti di ripiena e armature con legname, mantenedo sempre le gallerie della minima lunghezza, se per prevenire le venute d’acqua bisogna costruire  porte stagne e sbarramenti ‘e fori di spia nelle zone sospette, sulla fronte di avanzamento delle gallerie‘,  più empirici risultano  i metodi quando si tratta del lavoro in un pozzo, dove si sospetta ci siano gas velenosi: è lo stesso Manuale del sorvegliante a consigliare, ‘il primo che si cala nel pozzo sia legato con una corda, in modo da poterlo tirare su nel caso venga colpito da stanchezza o da malore‘. O quando gli operai devono risalire, dentro la benna, dalla voragine di un pozzo in costruzione,  aperta con le cariche di esplosivo,  e manca la corrente elettrica, cosa abbastanza usuale nelle miniere in quel tempo: allora non restava che ricorrere all’uso della scala di fune, sulla quale molti avevano grosse difficoltà ad arrampicarsi, secondo la testimonianza  di Giorgio Figus, addetto alla escavazione dei pozzi nelle aziende d’appalto ACaI e poi minatore a Nuraxeddu. Fatto  sta che  proprio la mancata prevenzione, la mancanza di strumenti atti a garantirla, furono la causa dei gravi incidenti di quegli anni. Come i 14 morti del 1937  a Sirai per grisou, in seguito all’esplosione di polvere di carbone, dopo il brillamento di mine. O i 5 morti del 14 febbraio 1938 a Serbariu, presso la rimonta Mussolini, a causa di una massa d’acqua, che provoca l’allagamento dell’intero sotterraneo, o i morti a Sirai nel 1939,  tra i componenti di un turno completo, colpito in galleria ancora da una fuga di grisou. O i 10 morti e i 40 minatori ustionati del 31 marzo dello stesso anno a Serbariu, a seguito ancora di un brillamento di mine.
E se l’Azienda  minimizza  già a partire dai 14 morti del ‘37 a Sirai, ‘mai verificati incidenti simili fino ad ora a Bacu Abis‘,  stessa laconicità nella denunce degli anni successivi, ‘la massa operaia si mantiene tranquilla e il duce viene tenuto informato sulle conseguenze dell’incidente’, ’stiamo provvedendo ad avvertire col dovuto riguardo le famiglie dei caduti e alla loro assistenza‘. Senza alcun risarcimento che fosse degno di questo nome, l’assunzione di un parente in miniera, o in laveria se si trattava di orfane e di vedove, il massimo della concessione. Quasi 400 gli incidenti in miniera nella seconda metà del 1939,  per una media di 20 infortuni al giorno su 15mila unità lavorative, nel corso dell’intero anno, come denuncia il podestà Pitzurra al prefetto Canovai, nella Relazione del 20 maggio 1940, Archivio di Stato, Cagliari. A fronte di uno scadente servizio di pronto soccorso nei piazzali della miniera e di un altrettanto poco attrezzato ospedaletto dell’Istituto nazionale fascista in città, il Centro traumatologico di Iglesias, unico vero presidio sanitario del territorio, in grado di prendersi cura dei lavoratori infortunati.

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